COS’HA DI STRATEGICO L’ELETTRODOTTO DEL MONTENEGRO?

Ancora a proposito dell’elettrodotto Montenegro  – Foggia, e del suo bizzarro percorso a zonzo per l’Adriatico, mi è capitato per le mani un interessante articolo uscito un anno fa su Prima da Noi:

http://www.primadanoi.it/news/mondo/554816/Elettrodotto-in-Abruzzo–la-lunga.html#.Vn_H0BGy1Hk.facebook

Grazie a questo articolo di Prima da Noi, che si conferma a mio avviso il miglior quotidiano abruzzese per indipendenza, approfondimento e qualità dell’informazione, si capiscono molte cose dell’elettrodotto del Montenegro.

Progetto

Il percorso dell’elettrodotto

Si capisce che l’opera è un’immensa mangiatoia dove pascoleranno politici slavi dalla dubbia reputazione, e dalle ancor più dubbie parentele e frequentazioni, aziende corrotte italiane e straniere e la solita politica al servizio dell’economia più immorale e sudicia che possa essere concepita.

Cosa si spartiranno? I soldi nostri, visto che gli accordi tra Italia e Montenegro prevedono un prezzo di acquisto pari al triplo del costo dell’energia in Montenegro, e al doppio di quello in Italia.

Alcione

L’approdo del cavo sottomarino al Villaggio Alcione di Pescara

Un prezzo incredibilmente alto che nessun imprenditore serio accetterebbe di pagare. Ma qui gli imprenditori non pagano di tasca propria, e i conti che si fanno sono diversi: ai cittadini i danni ambientali, l’elettrosmog, i danni al paesaggio e l’energia a caro prezzo, ai complici e ai sodali appalti, affari, mazzette. Nel silenzio generalizzato della stampa di regime.

Perché da quando sento parlare di questo progetto demenziale non ho mai sentito un giornalista, a parte la Gabanelli e “Prima da noi”, appunto, che si ponga la più semplice delle domande: perché questo progetto, che è con ogni evidenza un regalo agli affaristi della più infima specie, è stato considerato dal governo italiano un’opera strategica?

L’ELETTRODOTTO DA DIPORTO

A me hanno insegnato che la via più breve per congiungere due punti è la linea retta. A me hanno insegnato anche che se una cosa serve la si fa, e se non serve non si fa. E anche che se si può spendere meno per ottenere lo stesso risultato, si cerca di spendere meno.

Tutto questo buon senso, però, viene meno quando c’è di mezzo la Terna, il quarto governo Berlusconi, il ministro Romani, il Montenegro (non l’amaro, ma la repubblica ex Jugoslava dirimpettaia della Puglia) e un cavo che si vuole per forza portare a passeggio per l’Adriatico.

Montenegro

La storia dell’elettrodotto della Terna è piena di interrogativi senza risposta, di misteri, di incongruenze anche macroscopiche. Ma va avanti a testa bassa, contro il volere della gente, contro ogni ragionevolezza, passando come con un carro armato sopra tutto e tutti.

Ricapitoliamo quest’assurda vicenda. Pare che nel 2011 (http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/energia-legambiente-stop-al-progetto-di-elettrodotto-italia-montenegro) l’allora ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani del quarto governo Berlusconi abbia stipulato con il governo del Montenegro un accordo che prevede l’importazione in Italia di energia elettrica prodotta nella repubblica slava. Il primo problema è che pare che l’accordo preveda, da parte dell’Italia, l’acquisto dell’energia a una tariffa pari circa tre volte il prezzo medio sul mercato elettrico nazionale. Legambiente osserva anche che l’ex ministro Romani, mentre cancellava tutti gli incentivi per il fotovoltaico troncando repentinamente e in anticipo il terzo conto energia, ne prevedeva di generosissimi per l’intervento in Montenegro. Il progetto dell’opera difetta di concertazione poiché non è stato mai presentato né discusso con le associazioni ambientaliste o con i cittadini e quindi le informazioni disponibili sono scarse, e anche questo fatto desta più d’una perplessità.

Un articolo del 2012 parla di indagini per corruzione internazionale a carico di esponenti del governo montenegrino e italiano in relazione agli accordi sull’elettrodotto. http://www.primadanoi.it/video/535613/Elettrodotto-Montenegro-e-Villanova-Gissi-.html . E sempre nello stesso anno la trasmissione Report, attraverso alcune testimonianze dirette, ha spiegato come la realizzazione di quest’opera sia stata fortemente voluta dalla politica. Non solo, il servizio di Report fa emergere un quadro estremamente preoccupante di società di comodo senza piano industriale e con perdite ingentissime, accordi segreti e contatti personali tra il premier montenegrino Dukanovich e l’allora premier Berlusconi, macroscopici conflitti di interesse in cui pare fosse coinvolta – poteva mancare? – anche la banca del fratello di Dukanovic.

Secondo quello che si sa del progetto, l’elettrodotto dovrebbe partire da Tivat, attraversare l’Adriatico per raggiungere Pescara e poi ridiscendere la penisola fino a Gissi, per poi proseguire verso Foggia. Pare. Sì perché non è chiaro nulla in questo assurdo progetto.

Cavidotto

L’unica cosa certa è che per andare da Tivat in Montenegro a Foggia sarebbero sufficienti 250 km di cavo sottomarino, un approdo in una zona poco antropizzata nel golfo di Manfredonia e altri 30 km di cavo aereo o interrato per raggiungere Foggia. Quello che pare si voglia fare, invece, è posare circa 370 km di cavo sottomarino, approdare in una zona altamente antropizzata a sud di Pescara (Villaggio Alcione), percorrere con un cavo interrato ad altissima tensione per 11 chilometri i territori di quattro comuni ad alta densità di popolazione (Pescara, San Giovanni Teatino, Spoltore e Cepagatti) e da qui ridiscendere la penisola fino a Gissi e poi a Foggia con altri 170 km di cavi aerei. Non è propriamente quello che la logica si aspetterebbe.

La necessità di rinforzare la dorsale tra Pescara e Foggia con un’ulteriore elettrodotto è parimenti inspiegabile: in tempo di crisi, di contrazione di consumi, di industrie che chiudono è irrealistico voler sostenere che la rete elettrica vada irrobustita e inoltre l’incremento continuo e costante della produzione fotovoltaica sta polverizzando sul territorio le fonti di produzione di energia elettrica rendendo in prospettiva sempre meno interessante il trasferimento di energia a grande distanza.

Insomma, l’imbarazzo dei funzionari regionali abruzzesi di fronte all’incalzare degli interrogativi dei cittadini in merito alla vicenda dell’elettrodotto – raccontato nell’edizione odierna di Prima da Noi – ha probabilmente una sostanziosa ragione di esistere http://www.primadanoi.it/news/abruzzo/563772/Elettrodotto-Villanova-Gissi–ecco-i.html . Quest’opera è stata concepita in maniera poco chiara da governi che non ne hanno mai spiegato strategia e motivazioni. Per quel po’ che se ne sa, tutto fa pensare a interessi personali più che a un reale interesse pubblico. I costi dell’opera, interamente a carico della collettività, sono sproporzionati e sono lievitati, pare, fino a oltre un miliardo di euro. Il prezzo di vendita dell’energia prodotta non sarà vantaggioso per i cittadini, anzi pare sia decisamente esorbitante. Il percorso progettato per l’elettrodotto è di 550 chilometri quando ne sarebbero sufficienti la metà, con costi dimezzati e danni ambientali azzerati.

Forse è giunto il momento che qualcuno ci spieghi che sta succedendo all’elettrodotto che si vuole portare a passeggio tra il Montenegro e l’Abruzzo.

UNA NAZIONE INCOSTITUZIONALE

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E’ fin troppo facile accodarsi al coro degli sfottò nei confronti di Renzi, padre dell’infelice battuta (solo l’ultima delle tante) sui risultati delle elezioni spagnole. Come osserva acutamente il Fatto, non è un granché sprizzare gioia da tutti i pori perché la legge elettorale che ci si è fatti a propria immagine e somiglianza ci avrebbe fatti vincere anche senza maggioranza. E’ un segno mortificante della mancanza di senso democratico di chi, non si capisce com’è successo, sta ricoprendo in Italia la carica di presidente del consiglio.

Più in generale, è evidente lo svuotamento generalizzato e pervasivo del senso della democrazia nel nostro paese da parte di un manipolo di persone che hanno oramai preso in mano il potere senza alcun titolo e se lo tengono stretto, senza mollarlo, forzando leggi, norme e ragionevolezza, arrivando persino di cambiare le regole del gioco pur di blindarsi in quei ruoli e autoriprodursi, privi di qualsiasi controllo, da qui all’eternità.

Ricordiamo come siamo arrivati a questo punto: due anni fa la corte costituzionale ha stabilito che la legge elettorale italiana in vigore dal 2005, il famigerato porcellum, era incostituzionale. Ciò gettava un’ombra di irregolarità non solo sul parlamento, ma sull’intero assetto politico nazionale in quanto i massimi organismi politici, istituzionali e di garanzia nazionali, il presidente della repubblica, il governo ma anche – paradossalmente – la stessa corte costituzionale risultavano emanazioni di un organo incostituzionale e quindi anch’essi in odore di incostituzionalità. Da quel momento in Italia ci siamo trovati davvero allo sbando poiché chi era demandato a prendere le decisioni politiche ai più alti livelli era stato scelto in modo non conforme ai dettami della stessa carta fondante dello stato. A quel punto qualsiasi cosa era irregolare, e ci siamo trovati praticamente all’anno zero della nostra vita istituzionale. Per uscire dall’impasse la cosa meno irregolare da fare sarebbe stata quella di sciogliere immediatamente le camere, indire nuove elezioni con la legge elettorale proposta dalla consulta e ripartire così da zero, con una nuova rappresentanza democratica in grado di approvare rapidamente una nuova legge elettorale, tornare di nuovo alle elezioni e da questo parlamento rinnovato fare rinnovare tutte le leggi e le istituzioni nazionali.

Questo è ciò che si sarebbe dovuto fare e che naturalmente non si è fatto. Perché nella repubblica fondata sulla P2 la continuità del potere è un requisito fondamentale e imprescindibile. Tutto è concepito in modo da dare ai cittadini l’illusione di una libertà democratica che non esiste più da decenni. Il porcellum, dichiarato incostituzionale dalla consulta, è stato sostituito dall’italicum che ha gli stessi vizi di incostituzionalità del primo. Le liste bloccate sono un geniale espediente per toglierci la possibilità di scegliere: o meglio, possiamo scegliere tra chi decidono i segretari dei partiti, i quali decidono sulla base di disegni oscuri che non riguardano mai gli interessi dei cittadini ma quelli di fumose oligarchie e di inconfessabili lobby. E le liste bloccate sono previste nel secondo, così come lo erano nel primo. Così come il premio di maggioranza abnorme che tanto fa godere il nostro sedicente premier.

Renzi è il prodotto perfetto di questo modo perverso di declinare la gestione della cosa pubblica: un personaggio non eletto da nessuno a cui un presidente incostituzionalmente prorogato da un parlamento incostituzionale ha affidato l’incarico di governare una nazione la cui legge costituzionale, all’articolo 1, prevede che la sovranità nazionale appartenga al popolo. Questo personaggio si trova così a prendere decisioni essenziali per il popolo italiano, in un momento drammatico come quello presente, senza mai avere presentato un programma elettorale, senza mai essersi impegnato su quali risultati conseguire, senza che nessuno possa verificare ex post il suo lavoro nei confronti degli impegni presi con gli elettori.

Ce ne sarebbe abbastanza per denunciare l’intero parlamento in carica e il signor Giorgio Napolitano per attentato alla costituzione. E spero davvero che ci sia qualcuno in Italia con le competenze e le capacità per farlo, e che lo faccia, consentendo al nostro Paese di azzerare finalmente questa generazione politica cancerosa, con le sue metastasi, e ricominciare daccapo. Sarà dura ma purtroppo, a questo punto, non vedo alternative.

FOSSO PRETARO: DUE ANNI DOPO, AL PUNTO DI PARTENZA

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Leggo questa notizia sul giornale di ieri.  I vertici dell’ACA a giudizio per uno sversamento di liquami a fosso Pretaro. Ma non si tratta dell’episodio di quest’anno: i fatti risalgono al 2013.

http://ilcentro.gelocal.it/pescara/cronaca/2015/12/18/news/liquami-in-mare-direttori-aca-a-giudizio-1.12640367

La prima riflessione, immediata e anche un po’ scontata, alla luce di quanto successo quest’estate, è che dopo due anni chi gestisce la delicata questione della balneazione in Abruzzo non ha fatto tesoro dell’esperienza e non ha ancora capito come e nell’interesse di chi deve svolgere il proprio ruolo tecnico e istituzionale. Ma quello che mi ha fatto davvero sobbalzare è quanto viene riportato nell’ultimo paragrafo dell’articolo (copio e incollo così che non si possa dire che parlo male di qualcuno!): «Sulla base del risultato», scrisse l’Arta il 23 agosto al sindaco di Pescara, «si consiglia l’apposizione di un divieto cautelativo di balneazione». In che senso – scusate – “si consiglia”, ma soprattutto, in che senso “cautelativo“? No, perché dall’articolo si evince che la pompa che ha causato lo sversamento di liquami in mare si è rotta il 4 di agosto, che il 5 si sono fatte le analisi e che quindi il 6 si sapevano già i risultati; poi altre analisi tra il 7 e il 9; poi tra il 22 e il 23 agosto troviamo, nella stessa zona, il fosso Vallelunga in quelle condizioni di inquinamento e solo a quel punto “consigliamo un divieto cautelativo”? A me viene da pensare che durante quell’estate migliaia di bagnanti ignari, non protetti da un sistema – pubblico, politico, tecnico e decisionale – che invece pagano lautamente con le proprie tasse, abbiano fatto il bagno in condizioni decisamente insalubri, mettendo a repentaglio la salute propria e quella dei propri figli.

Altre due anomalie che è necessario segnalare. La prima, pare che in questa inchiesta siano coinvolti solo i vertici ACA e non chi è evidentemente colpevole di non aver provveduto tempestivamente a tutelare la salute pubblica, vale a dire i sindaci. Come se il solo problema fosse quello di avere disperso del liquame in mare e non quello di avere messo a repentaglio la salute pubblica. Infine appare abbastanza curiosa l’affermazione dell’allora sindaco di Pescara secondo il quale “Nel tratto di mare antistante la riviera sud di Pescara, non ci sono stati problemi di balneazione”: evidentemente non sapeva, l’allora sindaco, che il fosso Pretaro è situato proprio al confine tra i territori comunali di Francavilla e Pescara e, anche non volendo tenere conto che le correnti prevalenti lungo il nostro litorale vanno da sud verso nord, è davvero improbabile che uno sversamento al confine tra due comuni ne lasci uno indenne.
La brutta sensazione che si ha, da questa e dalle altre storie di questo tipo è che si sia più propensi, nei confronti di episodi di questo tipo, a tacere, a minimizzare, ad esorcizzare irrazionalmente l’accaduto pensando così di non fare danni all’economia turistica. Purtroppo invece il problema va affrontato seriamente e in maniera strutturale. Va affrontato celermente e con un’azione di ampio respiro che preveda l’adeguamento dei depuratori, la verifica degli scarichi abusivi, la fluidificazione dei controlli, il risanamento idraulico e ambientale dei corsi d’acqua. Ma le persone impreparate e autoreferenziali che gestiscono questa delicata partita, oggi come allora, non sono in grado di darsi, e di darci, risposte adeguate.

SOLIDARIETA’ A LILLI MANDARA

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Una brava giornalista abruzzese, già collaboratrice del Messaggero, attualmente titolare dell’ottimo blog Maperò (interessante, ben fatto, spulcia quotidianamente tra le pieghe e i malvezzi della politica regionale rendendo un utile servizio ai cittadini), ha ricevuto un atto di precetto dal tribunale per una causa per diffamazione intentata contro il Messaggero, e contro di lei come obbligata in solido, da un politico locale. Fin qui non ci sarebbe quasi niente di strano. O meglio, non ci sarebbe niente di strano se non fosse che questa causa il politico l’ha vinta. Ma sappiamo come vanno le cose: da trent’anni in Italia le leggi le fanno i politici, e le hanno studiate con cura per difendere se stessi. E quindi, eticamente è difficile da digerire, ma oramai abbiamo lo stomaco forte e pragmaticamente capiamo come, in un paese al 73° posto per la libertà di informazione, cose del genere possano accadere.

Ma quello che proprio non può essere spiegato in alcun modo logico è che il tribunale, invece di rivalersi sulla testata, che ha le necessarie coperture assicurative, si è rivolto per il risarcimento solo alla giornalista, cioè all’anello più debole della catena, come osserva giustamente in un comunicato odierno l’Assostampa che parla senza mezzi termini di “un clima di intimidazione verso l’informazione che si sta facendo sempre più palpabile e pesante”.

http://www.giornalistitalia.it/vince-sulleditore-ma-chiede-i-soldi-alla-giornalista/

La cosa che è successa a Lilli Mandara è di una gravità infinita e invito tutti quanti a non sottovalutarla. Ho difficoltà a commentare la cosa perché l’effetto che hanno nel tempo queste notizie è quello di aumentare ogni giorno di più nelle menti e negli spiriti obbiettivi e liberi il timore di ritorsioni gravi sulle proprie condizioni di vita e sul proprio patrimonio. Non siamo più liberi di scrivere liberamente la realtà e le nostre opinioni sull’operato dei potenti. Non è un caso che siamo precipitati al 73° posto nella classifica dei paesi del mondo per libertà di stampa. In questa classifica i paesi civili dell’europa sono tutti tra i primi venti, un po’ più arretrati – sorprendentemente, per la verità – ma sempre tra i primi 30, Spagna, Francia e Germania. L’Italia invece si trova in compagnia di Senegal, Moldova, Nicaragua e Tanzania. Ecco, essere circa a metà di una classifica che ha ad un estremo Finlandia, Norvegia e Danimarca, e all’altro Cina, Siria e Corea del Nord non mi sembra propriamente un risultato di cui andare fieri per una nazione come l’Italia, con la sua storia, con le sue tradizioni, con la sua pretesa di essere un paese inserito a pieno titolo nel contesto occidentale, libero ed evoluto.

I giudici, in Italia, applicano le leggi. Ma le leggi, in Italia, per trent’anni, le hanno fatte i politici a difesa di sé stessi e della casta di privilegiati che si sono creati attorno. I giudici, applicano queste leggi, e anche se sono onesti, i risultati possono essere difficilmente comprensibili agli occhi di della gente comune, che ha un concetto semplice e elementare di giustizia. Se poi i giudici, deposta la toga, escono dal tribunale e vanno a cena con l’amico, o il parente, politico, allora i risultati possono essere anche peggiori, e perversi. Come questo. Solidarietà a Lilli Mandara.

Balneazione in Abruzzo: io speriamo che me la cavo.

Eppure è facile da capire.

Questo è un mare pulito.

 

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E questo è un mare sporco.

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Vivere, lavorare in un luogo dove il mare è pulito è soddisfacente, gratificante e redditizio.

Dove il mare è sporco, al contrario, lo stesso non è più una risorsa ma un problema.

Fin qui ci siamo. E’ così facile che anche i nostri politici ce la possono fare, con un po’ di buona volontà.

Ora andiamo sul tecnico, roba difficile, da addetti ai lavori. Ma sforzatevi, cari politici abruzzesi, ce la potete fare. Alla peggio, fatevi spiegare la cosa da qualcuno.

Questo è un refluo di un depuratore che funziona.

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E questo è un refluo non depurato.

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Se un refluo come quello della prima foto entra nel mare pulito, lo lascia pulito, se un refluo non depurato, o mal depurato, entra in un mare pulito, lo trasforma in un mare sporco.

Ma in fondo anche questo è semplice da capire. Quello che invece non si capisce è come mai la mente di gran parte dei politici abruzzesi sia così restia a comprendere una cosa così evidente, e direi quasi lapalissiana.

Perché vedete – è antipatico dire “l’avevo detto”, ma a volte è indispensabile – in un mio post di fine estate dissi che sarebbe successo proprio quello che di fatto sta succedendo: dopo l’agitazione estiva, gli anatemi e le scomuniche nei miei confronti, i risentimenti dell’ACA perché mi ero permesso di denunciare il malfunzionamento di qualche depuratore e di adombrare un cambio dal vertice della nostra azienda acquedottistica per il sommarsi di due gravi errori con ricadute gravissime sull’economia del turismo balneare pescarese, con le associazioni dei consumatori e dei balneatori sul piede di guerra che sembravano voler mettere al rogo tutto e tutti, i cittadini che minacciavano class action a destra e a manca, insomma, dopo tutto quel bel can can, a distanza di due mesi in Abruzzo non è successo praticamente ancora nulla che faccia sperare in una possibile soluzione del problema.

I fondi FAS che sono parcheggiati da oltre un anno sul bilancio regionale non si stanno ancora trasformando in ampliamenti e ammodernamenti dei depuratori, il depuratore di Pretaro è sempre in stand-by in attesa che si faccia il mega depuratore di Valle Anzuca; i depuratori del lancianese sono ancora sotto sequestro giudiziario ma non per questo stanno migliorando le loro prestazioni depurative. Dalla zona del teramano le notizie non sono più confortanti.

Ora certo pensiamo al Natale, poi verrà la neve, la settimana bianca per chi la potrà fare, Carnevale, Pasqua e fra quattro mesi leggeremo sui giornali che i campionamenti dell’acqua di balneazione mostrano che il mare è sporco. La politica si mostrerà sorpresa e preoccupata, si barcamenerà alla meglio, distratta dall’intrigo di palazzo del momento o da qualche scandaletto che non ci faremo certo mancare, tanto per non perdere il ritmo, si produrrà in qualche annuncio di facciata, formulerà qualche proclama ad effetto e nient’altro. Le aziende acquedottistiche continueranno a vivere alla giornata, tamponando le emergenze, nelle ristrettezze dei loro dubbi e sconnessi bilanci.

E a maggio ci ritroveremo, come tutti gli anni, che l’unica cosa che si potrà fare sarà cercare di non fare sapere ai cittadini che è trascorso inutilmente un altro anno senza che nessuno abbia fatto nulla per risolvere il problema. L’unica cosa che si potrà fare sarà sperare che i turisti si siano dimenticati di quello che è successo l’estate scorsa e decidano di venire ancora a fare il bagno in Abruzzo. Sperare che quando Goletta Verde farà i suoi controlli ci sia qualche provvidenziale corrente che dirotti verso le nostre coste l’acqua della Croazia. E pregare che non si rompa un’altra condotta e che non si guasti qualche depuratore.

Insomma, se continua così lo slogan della prossima stagione balneare in Abruzzo sarà, come tutti gli anni: io speriamo che me la cavo.

La democrazia tarlata: 45 anni per svuotare una Nazione

Chi ha avuto a che fare con qualche vecchio mobile trovato nella soffitta della nonna sa di che cosa parlo. Alla prima impressione il mobile è lì, sembra intatto, quello di sempre; ma se ti avvicini, lo consideri attentamente, lo soppesi ti accorgi che il mobile, in pratica, non esiste più: è stato mangiato da dentro dai tarli che ne hanno lasciato solo un fragile involucro esterno pronto a disfarsi al primo urto.

Bene, a questo mi fa pensare la nostra nazione, oggi. A una nazione tarlata, svuotata da dentro dall’incessante lavorio di voraci tarli che ne hanno lasciato solo un vuoto simulacro.

Ma quando è iniziato tutto questo?

Proviamo a tornare indietro con la memoria: erano esattamente 45 anni fa quando, la vigilia dell’Immacolata del 1970 il principe Borghese, già comandante della decima MAS e capo di un gruppo di estrema destra chiamato Fronte Nazionale tentava un colpo di stato militare in Italia, noto come il golpe Borghese.

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Il piano era preciso e ben dettagliato, e il gruppo che faceva capo al Borghese lo aveva messo a punto con cura meticolosa nell’arco di circa un anno. Prevedeva l’occupazione del Viminale, del Ministero della Difesa e delle sedi RAI, il rapimento del Capo dello stato, Saragat e la deportazione dei parlamentari di opposizione. Prevedeva la soppressione della democrazia e la creazione in Italia di un direttivo militare.

La notte tra il 7 e l’8 dicembre vennero distribuite armi e munizioni ai cospiratori e si ebbero dei concentramenti di centinaia di congiurati a Roma e in altre città tra cui Milano. Un contingente di quasi 200 forestali raggiunse Roma e si arrestò nei pressi della sede Rai. Ma all’improvviso ci fu un contrordine e l’intera operazione venne annullata, pare, dallo stesso Borghese per motivazioni mai definitivamente chiarite.

Chi aderì al golpe, quali sono i nomi, le organizzazioni che sostenevano Borghese?

Le Forze armate, certo, Vito Miceli del SID (Servizio informazioni Difesa), il generale del Carabinieri Giovanni De Lorenzo, le Guardie forestali, e poi arruolati nei corpi speciali, alcuni repubblichini reduci della seconda guerra mondiale, come lo stesso principe Borghese, perfino falangisti della guerra di Spagna. E poi l’organizzazione segreta Gladio, voluta dalla CIA e dal SIFAR (servizi segreti delle Forze Armate Italiane), fondata nel 1956 da Aldo Moro, Taviani, Cossiga ed altri.

E dietro tutto questo, la mafia e la ‘ndrangheta. E la massoneria.

Secondo le dichiarazioni dei pentiti Buscetta e Calderone, risulterebbero essere stati sostenitori del golpe Borghese Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate, i vertici mafiosi del tempo. In cambio dell’appoggio al golpe pare fosse stata promessa la revisione dei processi per mafia allora in essere. Secondo altri pentiti, gli accordi presi con la ‘ndrangheta prevedevano che questa avrebbe messo a disposizione dei golpisti 4000 uomini.

Ma al vertice di tutto pare esserci stata la massoneria. Molti dei congiurati erano massoni e nell’ambito delle attività golpiste fu previsto il rito di iniziazione di 400 ufficiali. Anzi, pare che il potere della massoneria fosse così grande che fosse stato proprio Licio Gelli a dare il contrordine a Borghese per far annullare il golpe. In tutto questo “affaire” compare in più occasioni il nome di Giulio Andreotti il cui ruolo attivo nella vicenda non risulta però chiarito. Ma ci sono delle evidenze che suggeriscono che lo stop al golpe sia stato imposto al Borghese dai servizi segreti americani che avrebbero sostenuto l’operazione solo nel caso in cui fosse stato proprio Andreotti a gestire la fase successiva al golpe. E pare ci sia di più, se è vero che il 2 febbraio 1989 Clara Canetti, vedova di Roberto Calvi, associato alla P2 e implicato nella vicenda del Banco Ambrosiano, nel corso di una puntata della trasmissione televisiva “Samarcanda” affermò che il marito (già assassinato da qualche anno) le avrebbe confidato che al vertice della Loggia P2, Licio Gelli sarebbe stato solo il quarto della gerarchia, essendone capo Giulio Andreotti col suo vice Francesco Cosentino. Queste dichiarazioni erano perfettamente in linea con quanto già deposto dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 il 6 dicembre 1982.

Fallito il golpe Borghese, pochi anni più tardi, nel 1974, ci fu chi progettò il cosiddetto “golpe bianco”, che, secondo l’allora magistrato Luciano Violante che indagò sul tentato golpe, nella mente degli ideatori Edgardo Sogno, Randolfo Pacciardi e Luigi Cavallo avrebbe inteso “mutare la Costituzione dello Stato e la forma di governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale”. Anche in questo caso erano coinvolti i vertici dell’esercito, i servizi segreti, molti politici che erano stati scelti per entrare a far parte del cosiddetto “governo forte”, quello che avrebbe dovuto cambiare la forma di governo della nazione in senso semipresidenzialista e che avrebbe dovuto promulgare leggi che estromettessero dalla vita politica tanto i comunisti quanto gli ex fascisti del MSI.

Anche in questo caso, non se ne fece niente, ma tutto questo attivismo sotto coperta dava i suoi frutti. E infatti proprio in quegli anni in seno alla loggia massonica P2 prendeva forma il Piano di rinascita democratica che “consisteva in un assorbimento degli apparati democratici della società italiana dentro le spire di un autoritarismo legale che avrebbe avuto al suo centro l’informazione” (Wikipedia). Quello che prevedeva, tra l’altro, la politica bipolare in Italia, il controllo dei media, l’abolizione del monopolio della RAI, la riduzione del numero dei parlamentari, il senato delle Regioni, con elezione di secondo livello, la separazione delle carriere in magistratura.

Per portare avanti il piano era necessario avere le persone giuste nei posti giusti. E infatti, delle 962 persone iscritte alla loggia massonica di Licio Gelli, ben 208 erano i militari e appartenenti alla forze dell’ordine, 67 i politici, molti dei quali con incarichi di governo o comunque di primo piano, 49 banchieri, 47 industriali, 27 giornalisti.

Oltre a Licio Gelli e Silvio Berlusconi, tra gli affiliati alla P2 si ricordano Antonio Baslini, deputato e sottosegretario agli esteri, Luigi Bisignani, faccendiere e ex giornalista, Roberto Calvi, banchere, implicato nella vicenda del Banco Ambrosiano, Giulio Caradonna, deputato per otto legislature, Massimiliano Cencelli, quello dell’omonimo manuale, Fabrizio Cicchitto, deputato, fedelissimo berlusconiano, vicecoordinatore di Forza Italia, Francesco Cosentino, politico democristiano e redattore materiale del Piano di rinascita democratica, Maurizio Costanzo, giornalista e conduttore televisivo, Romolo Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri e fratello di Carlo Alberto, Ferruccio De Lorenzo, politico, parlamentare PLI e padre dell’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, Massimo Donelli, giornalista e ex direttore di Canale 5, Publio Fiori ex ministro dei trasporti con Berlusconi, Franco Foschi, ministro con i governi Cossiga e Forlani, Artemio Franchi, presidente UEFA, Roberto Gervaso, scrittore e giornalista, Giulio Grassini, direttore SISDE, il gen. Giulio Cesare Graziani, fondatore di Democrazia Nazionale, Silvano Labriola, deputato socialista ed ex vicepresidente della Camera, Pietro Longo, segretario PSDI, deputato e ministro del bilancio con Craxi, Gianadelio Maletti, generale, agente segreto, condannato per depistaggi sulla strage di Piazza Fontana, Enrico Manca, giornalista, politico socialista e due volte ministro del commercio estero, Luigi Mariotti, politico socialista, deputato e quattro volte ministro della Sanità, Giovanni Marras, politico di Forza Italia per tre legislature, Vito Miceli, generale, politico e direttore del SID all’epoca del Golpe Borghese, Mario Pedini, politico, deputato e ministro dei beni culturali e della pubblica istruzione, Duilio Poggiolini, direttore generale del servizio farmaceutico nazionale, coinvolto in numerosi scandali e in Tangentopoli, Angelo Rizzoli, editore, Vittorio Emanuele di Savoia, Gustavo Selva, giornalista, deputato, europarlamentare, Michele Sindona, banchiere, coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano, Edgardo Sogno, militare, politico e agente segreto, ideatore del golpe bianco, un altro golpe fallito, Gaetano Stammati, sei volte ministro tra il 1967 e il 1980, Bruno Tassan Din, coinvolto nello scandalo dell’Ambrosiano, Mario Tedeschi, ex X MAS, parlamentare e giornalista, deputato MSI e direttore de “il Borghese”, Giovanni Torrisi, capo di Stato Maggiore della Marina militare e della Difesa, coinvolto nel golpe Borghese, Ambrogio Viviani, generale dell’Esercito Italiano e deputato.

Insomma, i tarli della democrazia italiana stanno pervicacemente e incessantemente lavorando da cinquant’anni per trovare il modo di piegare al loro volere e ai loro fini l’Italia e la sua Costituzione. Se si confronta l’impostazione del Piano di rinascita democratica della P2, concepito negli anni ’70 del secolo scorso, con gli assi portanti dell’azione politica degli ultimi decenni la sovrapponibilità è sconcertante. I nostri rappresentanti, da noi reiteratamente eletti, fingendo di occuparsi dei problemi dei cittadini, si adoperano invece per svuotare il nostro paese della sua Costituzione, delle sue leggi, della sua democrazia, della sua cultura. Quando decideremo di verificare quello che è successo ci accorgeremo che dell’Italia concepita nel Risorgimento e conquistata dolorosamente e a caro prezzo dai nostri padri non è rimasta, dentro un fragile involucro, che della segatura maldigerita.

Il palazzo de’ Mayo a Chieti, patrimonio culturale degli Abruzzesi

Non è perché questo palazzo porta il mio nome, né perché mio nonno vi ha trascorso parte della sua infanzia, però penso sia davvero necessario spendere due parole sulla vicenda di palazzo de’ Mayo.

Il palazzo è indubbiamente uno degli edifici storici più interessanti di Chieti: ubicato al centro della via più centrale del capoluogo teatino, il corso Maruccino, viene definito da Gianfranco Spagnesi, nella sua monografia del 1981, “la testimonianza più tipica del barocco, e per alcuni aspetti una della pagine più espressive nel capitolo dell’architettura civile a Chieti”.

Originariamente appartenuto ai baroni Valignani, nel 1788 l’edificio viene acquistato dai banchieri Costanzo i quali, caduti in disgrazia, dopo la restaurazione, per la loro aperta collaborazione con il governo rivoluzionario filo-francese, lo cedettero al marchese Levino de Mayo, ricevitore per l’Abruzzo citeriore, intorno agli anni ‘20 del 1800.

I de’ Mayo restaurarono il palazzo secondo un progetto datato 1836 e con loro il palazzo tornerà agli antichi fasti, divenendo uno dei centri dell’attività culturale teatina. All’epoca veniva celebrata, in particolar modo, la nuova sistemazione del giardino che, come riferisce il botanico Michele Tenore in una sua relazione del 1932 “per la rarità e sceltezza delle piante che vi si coltivano, nonché per l’eleganza del mantenimento può considerarsi come modello nel suo genere”.

Con il passaggio all’Italia unitaria non mutarono le fortune dei de’ Mayo, che mantennero l’ufficio dell’Intendenza di Finanza. Acindino de Mayo, figlio di Levino, compì altri lavori sul palazzo verso la metà degli anni ’80 del 1800 e veniva ricordato dallo storico Raffaele De Cesare come uno dei personaggi che “teneva maggior lusso” in città.

Il palazzo passò poi in eredità al figlio di Acindino, Corrado, il cui figlio Mario gli premorì a Bengasi durante la seconda guerra Mondiale.

Nel 1934 venne dichiarato monumento nazionale e nel 1943 fu sede del Comando della divisione Gran Sasso che l’occupò sino all’8 settembre del ’43. Alla morte di Corrado, avvenuta nel novembre del 1944 il palazzo passò alla figlia e unica erede Laura de’ Mayo che se ne disfece. Il palazzo passo alla Cassa di Risparmio di Chieti negli anni ’70 del secolo scorso.

Insomma, il palazzo che fu per un secolo e mezzo uno dei centri culturali più vitali della città di Chieti, caduto in abbandono dopo la seconda guerra mondiale, era finalmente tornato, dopo settant’anni, ad incarnare il suo ruolo centrale nella vita e nella cultura del capoluogo teatino. Era tornato ai cittadini, come patrimonio fruibile da tutti, simbolo di una cultura che ponendo le radici nel passato, riesce tuttavia a guardare in avanti ponendosi come punto di riferimento culturale importante per una collettività che di simili punti di riferimento scopre di avere un grande bisogno.

Non è pertanto ammissibile che una simile realtà sia soggetta ai capricci e alle logiche di una finanza arida e avida. Palazzo de’ Mayo è oggi patrimonio di tutti, e come tale va salvaguardato.

Palazzo de' Mayo

Wittenberg, perché…

Cari tutti, non so chi voi siate ma grazie di essere qui.

Ho pensato di aprire un  mio blog.

Mi sono domandato in questi mesi se fosse necessario aggiungere un’altra voce all’assordante cicaleccio mediatico dei blog nella rete. Poi però mi sono detto che sì, che è necessario aggiungere alle tante anche la mia voce, e la voce di tutti. Perché tutto quello che non va in questo momento nella vita politica a tutti i livelli – dalla realtà di quartiere al consesso internazionale – si regge su un assunto semplice e terribile: l‘incoerenza tra quello che la politica dice e quello che realmente fa, con la nebulosa copertura di un’informazione troppo spesso concertata ad arte per mascherare, edulcorare, distorcere ciò che invece realmente è.

Gli attori di questa squallida tragicommedia che da trent’anni impoverisce lentamente ma inesorabilmente le nostre esistenze sono quattro: noi, il popolo, sovrano spodestato, immiserito, ridicolizzato, depredato del proprio futuro; un potere inquietante e oscuro – di cui non sappiamo quasi nulla, che non vediamo mai in faccia e che chiameremo genericamente il potere economico – che è il nostro antagonista; i cani da riporto, che invece conosciamo bene, i politici con il loro volto falsamente rassicurante, servi fedeli del potere economico, il cui mestiere è quello di riportare la preda in cambio di qualche lauto boccone gettato sotto la tavola; e l’anestetico della menzogna, quello che fa apparire vero ciò che falso e falso ciò che è vero, quella che io chiamo l’informazione al guinzaglio, che annebbia la realtà consentendo a tutto questo sistema di continuare a mungere un popolo esausto che non ce la fa più eppure, confuso, non riesce a reagire.

Questo è il motivo per cui è importante sottrarre l’informazione all’oligopolio dell’informazione. Ho chiamato Wittenberg questo blog per ricordare il gesto rivoluzionario di un monaco tedesco che nel sedicesimo secolo decise di opporsi alla vulgata del potere allora dominante con delle tesi rivoluzionarie. Le sue tesi vennero rese pubbliche sul portale della cattedrale di Wittenberg e fu l’inizio di una rivoluzione culturale che cambiò il volto della storia.

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Informiamoci, leggiamo, studiamo, facciamo circolare le notizie che ci vengono tenute nascoste, su questo blog e con ogni altro mezzo: perché da sempre il potere si contrasta con il sapere.