La democrazia tarlata: 45 anni per svuotare una Nazione

Chi ha avuto a che fare con qualche vecchio mobile trovato nella soffitta della nonna sa di che cosa parlo. Alla prima impressione il mobile è lì, sembra intatto, quello di sempre; ma se ti avvicini, lo consideri attentamente, lo soppesi ti accorgi che il mobile, in pratica, non esiste più: è stato mangiato da dentro dai tarli che ne hanno lasciato solo un fragile involucro esterno pronto a disfarsi al primo urto.

Bene, a questo mi fa pensare la nostra nazione, oggi. A una nazione tarlata, svuotata da dentro dall’incessante lavorio di voraci tarli che ne hanno lasciato solo un vuoto simulacro.

Ma quando è iniziato tutto questo?

Proviamo a tornare indietro con la memoria: erano esattamente 45 anni fa quando, la vigilia dell’Immacolata del 1970 il principe Borghese, già comandante della decima MAS e capo di un gruppo di estrema destra chiamato Fronte Nazionale tentava un colpo di stato militare in Italia, noto come il golpe Borghese.

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Il piano era preciso e ben dettagliato, e il gruppo che faceva capo al Borghese lo aveva messo a punto con cura meticolosa nell’arco di circa un anno. Prevedeva l’occupazione del Viminale, del Ministero della Difesa e delle sedi RAI, il rapimento del Capo dello stato, Saragat e la deportazione dei parlamentari di opposizione. Prevedeva la soppressione della democrazia e la creazione in Italia di un direttivo militare.

La notte tra il 7 e l’8 dicembre vennero distribuite armi e munizioni ai cospiratori e si ebbero dei concentramenti di centinaia di congiurati a Roma e in altre città tra cui Milano. Un contingente di quasi 200 forestali raggiunse Roma e si arrestò nei pressi della sede Rai. Ma all’improvviso ci fu un contrordine e l’intera operazione venne annullata, pare, dallo stesso Borghese per motivazioni mai definitivamente chiarite.

Chi aderì al golpe, quali sono i nomi, le organizzazioni che sostenevano Borghese?

Le Forze armate, certo, Vito Miceli del SID (Servizio informazioni Difesa), il generale del Carabinieri Giovanni De Lorenzo, le Guardie forestali, e poi arruolati nei corpi speciali, alcuni repubblichini reduci della seconda guerra mondiale, come lo stesso principe Borghese, perfino falangisti della guerra di Spagna. E poi l’organizzazione segreta Gladio, voluta dalla CIA e dal SIFAR (servizi segreti delle Forze Armate Italiane), fondata nel 1956 da Aldo Moro, Taviani, Cossiga ed altri.

E dietro tutto questo, la mafia e la ‘ndrangheta. E la massoneria.

Secondo le dichiarazioni dei pentiti Buscetta e Calderone, risulterebbero essere stati sostenitori del golpe Borghese Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate, i vertici mafiosi del tempo. In cambio dell’appoggio al golpe pare fosse stata promessa la revisione dei processi per mafia allora in essere. Secondo altri pentiti, gli accordi presi con la ‘ndrangheta prevedevano che questa avrebbe messo a disposizione dei golpisti 4000 uomini.

Ma al vertice di tutto pare esserci stata la massoneria. Molti dei congiurati erano massoni e nell’ambito delle attività golpiste fu previsto il rito di iniziazione di 400 ufficiali. Anzi, pare che il potere della massoneria fosse così grande che fosse stato proprio Licio Gelli a dare il contrordine a Borghese per far annullare il golpe. In tutto questo “affaire” compare in più occasioni il nome di Giulio Andreotti il cui ruolo attivo nella vicenda non risulta però chiarito. Ma ci sono delle evidenze che suggeriscono che lo stop al golpe sia stato imposto al Borghese dai servizi segreti americani che avrebbero sostenuto l’operazione solo nel caso in cui fosse stato proprio Andreotti a gestire la fase successiva al golpe. E pare ci sia di più, se è vero che il 2 febbraio 1989 Clara Canetti, vedova di Roberto Calvi, associato alla P2 e implicato nella vicenda del Banco Ambrosiano, nel corso di una puntata della trasmissione televisiva “Samarcanda” affermò che il marito (già assassinato da qualche anno) le avrebbe confidato che al vertice della Loggia P2, Licio Gelli sarebbe stato solo il quarto della gerarchia, essendone capo Giulio Andreotti col suo vice Francesco Cosentino. Queste dichiarazioni erano perfettamente in linea con quanto già deposto dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 il 6 dicembre 1982.

Fallito il golpe Borghese, pochi anni più tardi, nel 1974, ci fu chi progettò il cosiddetto “golpe bianco”, che, secondo l’allora magistrato Luciano Violante che indagò sul tentato golpe, nella mente degli ideatori Edgardo Sogno, Randolfo Pacciardi e Luigi Cavallo avrebbe inteso “mutare la Costituzione dello Stato e la forma di governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale”. Anche in questo caso erano coinvolti i vertici dell’esercito, i servizi segreti, molti politici che erano stati scelti per entrare a far parte del cosiddetto “governo forte”, quello che avrebbe dovuto cambiare la forma di governo della nazione in senso semipresidenzialista e che avrebbe dovuto promulgare leggi che estromettessero dalla vita politica tanto i comunisti quanto gli ex fascisti del MSI.

Anche in questo caso, non se ne fece niente, ma tutto questo attivismo sotto coperta dava i suoi frutti. E infatti proprio in quegli anni in seno alla loggia massonica P2 prendeva forma il Piano di rinascita democratica che “consisteva in un assorbimento degli apparati democratici della società italiana dentro le spire di un autoritarismo legale che avrebbe avuto al suo centro l’informazione” (Wikipedia). Quello che prevedeva, tra l’altro, la politica bipolare in Italia, il controllo dei media, l’abolizione del monopolio della RAI, la riduzione del numero dei parlamentari, il senato delle Regioni, con elezione di secondo livello, la separazione delle carriere in magistratura.

Per portare avanti il piano era necessario avere le persone giuste nei posti giusti. E infatti, delle 962 persone iscritte alla loggia massonica di Licio Gelli, ben 208 erano i militari e appartenenti alla forze dell’ordine, 67 i politici, molti dei quali con incarichi di governo o comunque di primo piano, 49 banchieri, 47 industriali, 27 giornalisti.

Oltre a Licio Gelli e Silvio Berlusconi, tra gli affiliati alla P2 si ricordano Antonio Baslini, deputato e sottosegretario agli esteri, Luigi Bisignani, faccendiere e ex giornalista, Roberto Calvi, banchere, implicato nella vicenda del Banco Ambrosiano, Giulio Caradonna, deputato per otto legislature, Massimiliano Cencelli, quello dell’omonimo manuale, Fabrizio Cicchitto, deputato, fedelissimo berlusconiano, vicecoordinatore di Forza Italia, Francesco Cosentino, politico democristiano e redattore materiale del Piano di rinascita democratica, Maurizio Costanzo, giornalista e conduttore televisivo, Romolo Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri e fratello di Carlo Alberto, Ferruccio De Lorenzo, politico, parlamentare PLI e padre dell’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, Massimo Donelli, giornalista e ex direttore di Canale 5, Publio Fiori ex ministro dei trasporti con Berlusconi, Franco Foschi, ministro con i governi Cossiga e Forlani, Artemio Franchi, presidente UEFA, Roberto Gervaso, scrittore e giornalista, Giulio Grassini, direttore SISDE, il gen. Giulio Cesare Graziani, fondatore di Democrazia Nazionale, Silvano Labriola, deputato socialista ed ex vicepresidente della Camera, Pietro Longo, segretario PSDI, deputato e ministro del bilancio con Craxi, Gianadelio Maletti, generale, agente segreto, condannato per depistaggi sulla strage di Piazza Fontana, Enrico Manca, giornalista, politico socialista e due volte ministro del commercio estero, Luigi Mariotti, politico socialista, deputato e quattro volte ministro della Sanità, Giovanni Marras, politico di Forza Italia per tre legislature, Vito Miceli, generale, politico e direttore del SID all’epoca del Golpe Borghese, Mario Pedini, politico, deputato e ministro dei beni culturali e della pubblica istruzione, Duilio Poggiolini, direttore generale del servizio farmaceutico nazionale, coinvolto in numerosi scandali e in Tangentopoli, Angelo Rizzoli, editore, Vittorio Emanuele di Savoia, Gustavo Selva, giornalista, deputato, europarlamentare, Michele Sindona, banchiere, coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano, Edgardo Sogno, militare, politico e agente segreto, ideatore del golpe bianco, un altro golpe fallito, Gaetano Stammati, sei volte ministro tra il 1967 e il 1980, Bruno Tassan Din, coinvolto nello scandalo dell’Ambrosiano, Mario Tedeschi, ex X MAS, parlamentare e giornalista, deputato MSI e direttore de “il Borghese”, Giovanni Torrisi, capo di Stato Maggiore della Marina militare e della Difesa, coinvolto nel golpe Borghese, Ambrogio Viviani, generale dell’Esercito Italiano e deputato.

Insomma, i tarli della democrazia italiana stanno pervicacemente e incessantemente lavorando da cinquant’anni per trovare il modo di piegare al loro volere e ai loro fini l’Italia e la sua Costituzione. Se si confronta l’impostazione del Piano di rinascita democratica della P2, concepito negli anni ’70 del secolo scorso, con gli assi portanti dell’azione politica degli ultimi decenni la sovrapponibilità è sconcertante. I nostri rappresentanti, da noi reiteratamente eletti, fingendo di occuparsi dei problemi dei cittadini, si adoperano invece per svuotare il nostro paese della sua Costituzione, delle sue leggi, della sua democrazia, della sua cultura. Quando decideremo di verificare quello che è successo ci accorgeremo che dell’Italia concepita nel Risorgimento e conquistata dolorosamente e a caro prezzo dai nostri padri non è rimasta, dentro un fragile involucro, che della segatura maldigerita.

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