SOLIDARIETA’ A LILLI MANDARA

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Una brava giornalista abruzzese, già collaboratrice del Messaggero, attualmente titolare dell’ottimo blog Maperò (interessante, ben fatto, spulcia quotidianamente tra le pieghe e i malvezzi della politica regionale rendendo un utile servizio ai cittadini), ha ricevuto un atto di precetto dal tribunale per una causa per diffamazione intentata contro il Messaggero, e contro di lei come obbligata in solido, da un politico locale. Fin qui non ci sarebbe quasi niente di strano. O meglio, non ci sarebbe niente di strano se non fosse che questa causa il politico l’ha vinta. Ma sappiamo come vanno le cose: da trent’anni in Italia le leggi le fanno i politici, e le hanno studiate con cura per difendere se stessi. E quindi, eticamente è difficile da digerire, ma oramai abbiamo lo stomaco forte e pragmaticamente capiamo come, in un paese al 73° posto per la libertà di informazione, cose del genere possano accadere.

Ma quello che proprio non può essere spiegato in alcun modo logico è che il tribunale, invece di rivalersi sulla testata, che ha le necessarie coperture assicurative, si è rivolto per il risarcimento solo alla giornalista, cioè all’anello più debole della catena, come osserva giustamente in un comunicato odierno l’Assostampa che parla senza mezzi termini di “un clima di intimidazione verso l’informazione che si sta facendo sempre più palpabile e pesante”.

http://www.giornalistitalia.it/vince-sulleditore-ma-chiede-i-soldi-alla-giornalista/

La cosa che è successa a Lilli Mandara è di una gravità infinita e invito tutti quanti a non sottovalutarla. Ho difficoltà a commentare la cosa perché l’effetto che hanno nel tempo queste notizie è quello di aumentare ogni giorno di più nelle menti e negli spiriti obbiettivi e liberi il timore di ritorsioni gravi sulle proprie condizioni di vita e sul proprio patrimonio. Non siamo più liberi di scrivere liberamente la realtà e le nostre opinioni sull’operato dei potenti. Non è un caso che siamo precipitati al 73° posto nella classifica dei paesi del mondo per libertà di stampa. In questa classifica i paesi civili dell’europa sono tutti tra i primi venti, un po’ più arretrati – sorprendentemente, per la verità – ma sempre tra i primi 30, Spagna, Francia e Germania. L’Italia invece si trova in compagnia di Senegal, Moldova, Nicaragua e Tanzania. Ecco, essere circa a metà di una classifica che ha ad un estremo Finlandia, Norvegia e Danimarca, e all’altro Cina, Siria e Corea del Nord non mi sembra propriamente un risultato di cui andare fieri per una nazione come l’Italia, con la sua storia, con le sue tradizioni, con la sua pretesa di essere un paese inserito a pieno titolo nel contesto occidentale, libero ed evoluto.

I giudici, in Italia, applicano le leggi. Ma le leggi, in Italia, per trent’anni, le hanno fatte i politici a difesa di sé stessi e della casta di privilegiati che si sono creati attorno. I giudici, applicano queste leggi, e anche se sono onesti, i risultati possono essere difficilmente comprensibili agli occhi di della gente comune, che ha un concetto semplice e elementare di giustizia. Se poi i giudici, deposta la toga, escono dal tribunale e vanno a cena con l’amico, o il parente, politico, allora i risultati possono essere anche peggiori, e perversi. Come questo. Solidarietà a Lilli Mandara.

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