L’ELETTRODOTTO DA DIPORTO

A me hanno insegnato che la via più breve per congiungere due punti è la linea retta. A me hanno insegnato anche che se una cosa serve la si fa, e se non serve non si fa. E anche che se si può spendere meno per ottenere lo stesso risultato, si cerca di spendere meno.

Tutto questo buon senso, però, viene meno quando c’è di mezzo la Terna, il quarto governo Berlusconi, il ministro Romani, il Montenegro (non l’amaro, ma la repubblica ex Jugoslava dirimpettaia della Puglia) e un cavo che si vuole per forza portare a passeggio per l’Adriatico.

Montenegro

La storia dell’elettrodotto della Terna è piena di interrogativi senza risposta, di misteri, di incongruenze anche macroscopiche. Ma va avanti a testa bassa, contro il volere della gente, contro ogni ragionevolezza, passando come con un carro armato sopra tutto e tutti.

Ricapitoliamo quest’assurda vicenda. Pare che nel 2011 (http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/energia-legambiente-stop-al-progetto-di-elettrodotto-italia-montenegro) l’allora ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani del quarto governo Berlusconi abbia stipulato con il governo del Montenegro un accordo che prevede l’importazione in Italia di energia elettrica prodotta nella repubblica slava. Il primo problema è che pare che l’accordo preveda, da parte dell’Italia, l’acquisto dell’energia a una tariffa pari circa tre volte il prezzo medio sul mercato elettrico nazionale. Legambiente osserva anche che l’ex ministro Romani, mentre cancellava tutti gli incentivi per il fotovoltaico troncando repentinamente e in anticipo il terzo conto energia, ne prevedeva di generosissimi per l’intervento in Montenegro. Il progetto dell’opera difetta di concertazione poiché non è stato mai presentato né discusso con le associazioni ambientaliste o con i cittadini e quindi le informazioni disponibili sono scarse, e anche questo fatto desta più d’una perplessità.

Un articolo del 2012 parla di indagini per corruzione internazionale a carico di esponenti del governo montenegrino e italiano in relazione agli accordi sull’elettrodotto. http://www.primadanoi.it/video/535613/Elettrodotto-Montenegro-e-Villanova-Gissi-.html . E sempre nello stesso anno la trasmissione Report, attraverso alcune testimonianze dirette, ha spiegato come la realizzazione di quest’opera sia stata fortemente voluta dalla politica. Non solo, il servizio di Report fa emergere un quadro estremamente preoccupante di società di comodo senza piano industriale e con perdite ingentissime, accordi segreti e contatti personali tra il premier montenegrino Dukanovich e l’allora premier Berlusconi, macroscopici conflitti di interesse in cui pare fosse coinvolta – poteva mancare? – anche la banca del fratello di Dukanovic.

Secondo quello che si sa del progetto, l’elettrodotto dovrebbe partire da Tivat, attraversare l’Adriatico per raggiungere Pescara e poi ridiscendere la penisola fino a Gissi, per poi proseguire verso Foggia. Pare. Sì perché non è chiaro nulla in questo assurdo progetto.

Cavidotto

L’unica cosa certa è che per andare da Tivat in Montenegro a Foggia sarebbero sufficienti 250 km di cavo sottomarino, un approdo in una zona poco antropizzata nel golfo di Manfredonia e altri 30 km di cavo aereo o interrato per raggiungere Foggia. Quello che pare si voglia fare, invece, è posare circa 370 km di cavo sottomarino, approdare in una zona altamente antropizzata a sud di Pescara (Villaggio Alcione), percorrere con un cavo interrato ad altissima tensione per 11 chilometri i territori di quattro comuni ad alta densità di popolazione (Pescara, San Giovanni Teatino, Spoltore e Cepagatti) e da qui ridiscendere la penisola fino a Gissi e poi a Foggia con altri 170 km di cavi aerei. Non è propriamente quello che la logica si aspetterebbe.

La necessità di rinforzare la dorsale tra Pescara e Foggia con un’ulteriore elettrodotto è parimenti inspiegabile: in tempo di crisi, di contrazione di consumi, di industrie che chiudono è irrealistico voler sostenere che la rete elettrica vada irrobustita e inoltre l’incremento continuo e costante della produzione fotovoltaica sta polverizzando sul territorio le fonti di produzione di energia elettrica rendendo in prospettiva sempre meno interessante il trasferimento di energia a grande distanza.

Insomma, l’imbarazzo dei funzionari regionali abruzzesi di fronte all’incalzare degli interrogativi dei cittadini in merito alla vicenda dell’elettrodotto – raccontato nell’edizione odierna di Prima da Noi – ha probabilmente una sostanziosa ragione di esistere http://www.primadanoi.it/news/abruzzo/563772/Elettrodotto-Villanova-Gissi–ecco-i.html . Quest’opera è stata concepita in maniera poco chiara da governi che non ne hanno mai spiegato strategia e motivazioni. Per quel po’ che se ne sa, tutto fa pensare a interessi personali più che a un reale interesse pubblico. I costi dell’opera, interamente a carico della collettività, sono sproporzionati e sono lievitati, pare, fino a oltre un miliardo di euro. Il prezzo di vendita dell’energia prodotta non sarà vantaggioso per i cittadini, anzi pare sia decisamente esorbitante. Il percorso progettato per l’elettrodotto è di 550 chilometri quando ne sarebbero sufficienti la metà, con costi dimezzati e danni ambientali azzerati.

Forse è giunto il momento che qualcuno ci spieghi che sta succedendo all’elettrodotto che si vuole portare a passeggio tra il Montenegro e l’Abruzzo.

1 commento
  1. Palozzo Antonio dice:

    E’ desolante e deprimente leggere certe notizie anche se ero a conoscenza di tutto fin da quanto la trasmissione del TG3 di Report porto a conoscenza del grande pubblico gli accordo poco chiari e preoccupanti. Purtroppo in politica due più due non fa quattro, in questo progetto la Regione Abruzzo è stata super penalizzata perché la politica locale non ha avuto la forza di opporsi pur avendo gli elementi validi per farlo, come giustamente si evidenzia nell’articolo le opere poteva essere realizzato con minora spesa e con danni ambientali quasi nulli.

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