LA STRANA PESCARA

A me questa faccenda della Nuova Pescara proprio non va giù. La sensazione che mi dà quest’idea – sarò fissato – è quella di qualcuno che si sta inventando qualcosa per fare un po’ di soldi approfittando della distrazione/disinformazione di noi cittadini, del fatto che abbiamo troppo da fare per cercare di sopravvivere più o meno dignitosamente per metterci a fare le pulci su ogni idea balzana che viene in mentre a qualcuno dei nostri politici. Aggiungiamo a tutto questo qualche slogan che fa leva sulla megalomania velleitaria della quale sono permeate le nostre esistenze dopo vent’anni di Berlusconi e venti mesi di Renzi, condiamo il tutto vaneggiando di  risparmi immaginari per le finanze pubbliche, del tipo di quelli sbandierati per espropriarci del Senato e metamorfosare le Provincie, in modo da fare abboccare anche qualcuno tra i più superficiali e ingenui tra i pentastellati, facciamo propalare la cosa dai media più o meno pilotati e il gioco è fatto.

E mi spiego meglio. L’accorpamento dei comuni è una pratica prevista dagli articoli 15 e 16 del D.Lgs. 267/00, il cosiddetto Testo Unico degli Enti Locali. L’articolo 15 dice che le regioni, sentite le popolazioni locali, possono modificare le circoscrizioni territoriali dei comuni. Quindi, è la regione che decide, liberamente, e il referendum non è vincolante se non politicamente. Ma lo stesso articolo dice anche che allo scopo di favorire l’accorpamento dei comuni,  lo stato erogherà per dieci anni “appositi finanziamenti”: sono i famosi contributi, o finanziamenti, di cui si è parlato quando si discuteva del referendum, creando in tal modo un argomento forte in favore del sì. Ma come, dicevano i favorevoli, non vorremo mica perderci “i finanziamenti dello Stato” ! Peccato che di tali finanziamenti non è mai stata quantificata l’entità, né se siano da vincolarsi a qualche specifico capitolo di spesa e, in caso affermativo, a quale. In poche parole, non si sa quanti soldi arriveranno e come verranno impiegati, con il rischio che diventino somme da saccheggiare a piacere, ad uso dei politici, senza riscontri concreti e tangibili sul benessere dei cittadini.

Andiamo avanti, perché il veleno, che di solito si trova nella coda, in questo caso è nell’articolo 16, che prevede l’istituzione di “municipi” nei comuni accorpati, che potranno anche avere organi eletti, ai quali andranno applicate “le norme previste per gli amministratori dei comuni con pari popolazione”. In pratica facciamo la grande Pescara, poi creiamo un municipio a Montesilvano, uno a Spoltore, e continueremo ad avere sindaci, consiglieri, assessori, tutto come prima. E quindi il risparmio, scusate, in cosa consisterà?

La posta in gioco, secondo me è un’altra. Il territorio di Pescara è oramai del tutto cementificato, non c’è più materialmente spazio per ulteriori speculazioni. I territori dell’entroterra di Montesilvano e di Spoltore sono il naturale sfogo degli appetiti dei costruttori e degli speculatori. La grande Pescara sembra essere un regalo solo per loro e per i politicanti usi a far affari con questa risma di persone. E come al solito, zero vantaggi per i cittadini, danni ambientali a iosa, affari per i soliti noti e mazzette a gogo. Un deja-vu che però francamente ha stancato.

La riprova della macroscopica anomalia dell’operazione Grande Pescara è in questa interessante pagina tratta dal sito www.tuttitalia.it  http://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2016/. Risulta che dal 2014 al 2016 siano stati istituiti in tutta Italia 56 nuovi comuni, sopprimendo 142 comuni preesistenti. Nessuna fusione ha interessato l’Abruzzo.  Se prendiamo in considerazione le popolazioni dei comuni che si sono uniti e le popolazioni dei nuovi comuni risultanti possiamo facilmente constatare che le fusioni hanno unito comuni piccoli, o piccolissimi (i comuni di Seppiana e Viganella, in Piemonte, dopo l’unione raggiungono appena 335 abitanti!), in altri casi si è trattato dell’accorpamento di un comune più piccolo ad uno maggiore, mentre in un solo caso la fusione ha dato origine a un comune di poco meno di 30.000 abitanti. La media della popolazione dei comuni risultanti dagli accorpamenti è stata di poco più di 8.000 abitanti nel 2014, di 3.000 abitanti nel 2015 e di 2.800 nel 2014. Complessivamente la media delle popolazioni dei comuni risultanti nei tre anni risulta di 5.127 abitanti. Questo conferma che in tutta Italia questo strumento normativo è stato correttamente applicato con lo spirito di accorpare i comuni piccoli e piccolissimi per ottimizzare le risorse nei comuni troppo piccoli e minimizzare complessivamente gli sprechi gestionali.  Solo in Abruzzo questo strumento non è stato recepito dalle decine di comuni spopolati per riorganizzarsi efficientemente, ma è stato proposto per raggruppare tre dei maggiori comuni abruzzesi in una città metropolitana che da sola conta il 66% della popolazione di tutti i 56 nuovi comuni costituiti in tre anni in tutto il resto d’Italia.

E questo mi fa davvero pensare a quanto asseriva uno che di queste cose se ne intendeva: a pensare male si farà peccato, però ci si azzecca.

IL PORTO DELLE RANE BOLLITE

Non volevo intervenire sul tema del porto di Pescara, ma quando sento e vedo certe cose non riesco ad esimermi.

Porto-di-Pescara

Eravamo rimasti al piano regolatore portuale del 2006, approvato nel 2014: un immane quantitativo di cemento da gettare nel mare antistante la foce del Pescara con non bene chiarite finalità se non quelle, al solito, di fare e far fare a qualcuno un po’ di soldi. Io mi occupo di idraulica da più di trent’anni e vedendo questo progetto mi era risultato immediatamente evidente che, seppure è vero che il fiume viene fatto sfogare mediante un canale stretto fuori dalla diga foranea, quindi non si interrisce e rimane navigabile, e inoltre il problema dell’inquinamento si mitiga perché l’acqua del fiume è libera di sfogare verso il largo, è però altrettanto vero che questo identico risultato potrebbe essere raggiunto, a costi infinitamente minori, eliminando la diga foranea e ripristinando i moli guardiani permeabili e a scogliera com’erano prima del 1985. E quindi non si capisce a cosa serva fare un’opera così impattante e costosa quando sarebbe sufficiente eliminare la diga foranea.

PRP piano regolatore portuale 2006

Inoltre questo progetto presenta anche un grosso svantaggio dal punto di vista tecnico e gestionale, oltre al costo esorbitante e all’impatto ambientale insostenibile: il problema dell’interrimento dello specchio di mare tra la diga e la terraferma non solo non si risolve ma si complica orrendamente. Sì, perché forse non è chiaro ma l’interrimento a ridosso della diga è dovuto principalmente alla sabbia del mare trasportata dal moto ondoso, e solo in parte minoritaria dai sedimenti fluviali. Questo progetto, prevedendo l’interruzione del transito della corrente litoranea con il prolungamento delle sponde del fiume, annullerà il modesto effetto di pulizia (spurgo) dovuto a tale corrente, ed è quindi prevedibile che le due darsene a est e a ovest si interriranno almeno alla stessa velocità di adesso. Risultato: tanti soldi spesi, nessun giovamento sulle spese di dragaggio, due nuove darsene praticamente inutilizzabili.

Questa cosa l’ho raccontata e spiegata in tutti i modi possibili, in alcuni incontri con i cittadini e in molti post senza nutrire alcuna speranza che qualcuno mi desse retta. E invece scopro, con mia grande sorpresa, che nel frattempo il progetto è cambiato: un progetto leggero, a basso impatto e di basso costo, mi viene detto. Splendido, penso io, finalmente la politica fa un passo indietro di fronte agli affaristi e diventa un’oculata dispensatrice di risorse pubbliche, rispettosa dell’ambiente e dell’interesse della gente. E invece quando mi capita di vedere il progetto scopro che è lo stesso progetto… mascherato! Diciamo che non è altro che un primo lotto del mostruoso progetto precedente. Non ci credete? Confrontate questa immagine con la precedente:

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l’apertura nella diga e il nuovo pennello sono esattamente nelle posizioni previste dal progetto del 2006 e la barriera soffolta segue esattamente il tracciato previsto per il molo nord. Mi sembra una di quelle che potremmo simpaticamente definire “drittate all’italiana”: tu cittadino sei preoccupato per i costi dell’opera e per il suo l’impatto sull’ambiente, e io cosa ti combino? Faccio una cosa che non si vede, la barriera soffolta, che mi farà da fondazione per la banchina futura, faccio un’efficacissima operazione di marketing annunciando che aprirò un varco nella orribile e detestata diga foranea, intanto però comincio a spendere qualcosina, e comincio a mettere mano alle opere. Insomma, abbiamo – come si suol dire – messo il piede nella porta.

E poi, cari miei, vi devo dare una pessima notizia: anche questa cosa non funzionerà, anzi questa è la soluzione peggiore di tutte. Perché vedete, la piccola apertura sulla diga non cambia nulla dal punto di vista della circolazione idrica a monte del manufatto, anzi, apre un ulteriore varco all’ingresso della sabbia a ridosso della struttura; la barriera soffolta non si vede ma crea gli stessi problemi di aggravamento dell’interrimento del progetto precedente, ostacolando le correnti litoranee che potrebbero avere un minimo effetto di spurgo dei sedimenti. Inoltre la barriera soffolta non ostacola la diffusione dell’inquinamento lungo il litorale nord e l’acqua del fiume, non essendo accompagnata fuori dalla diga foranea farà gli stessi danni che fa ora sia in termini di sedimenti che di carico inquinante.

Sapete che impressione mi dà questo progetto? O è una cosa demenziale concepita da un assoluto incompetente che non si rende conto di cose che per un addetto ai lavori dovrebbero essere ovvie; oppure, peggio, è un progetto fatto apposta per non funzionare e per poter dire, fra qualche anno: “visto, è assolutamente necessario completare le opere secondo il progetto previsto nel 2006”. E, secondo il principio della rana bollita, i cittadini, esausti, si beccheranno altro cemento, altre spese, altro inquinamento senza avere più la forza di protestare.

E pensare che la soluzione del problema del porto sarebbe tanto semplice: smantellare la diga foranea e rifare i moli guardiani con le scogliere, secondo il progetto dei primi del ‘900 che ha funzionato egregiamente fino a trent’anni fa. Insomma, tornare allo status quo ante. Ma questo costerebbe troppo poco, e non ci sarebbe un granché da guadagnare. E poi la gente si porrebbe qualche domanda su chi ha proposto, progettato, sponsorizzato la diga foranea.

LA SUONATA DI CAPODANNO

E anche quest’anno, puntuali come la marcia di Radetzky al concerto di Capodanno, arrivano gli aumenti dei pedaggi autostradali.

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Ci cono molte cose sorprendenti e inspiegabili in questo continuo e inesorabile incremento del costo di un servizio che, a rigor di logica, non dovrebbe aumentare nel tempo, anzi semmai diminuire o azzerarsi per una serie di fattori.

La cosa che più sconcerta è: come mai in un periodo di congiuntura economica recessiva, nella quale tutti i prezzi diminuiscono, perfino quello del petrolio, le uniche cose che aumentano sono quelle legate alle concessioni pubbliche in generale, e queste in particolare? Sì perché a me risulta che il settore delle costruzioni è oramai da tempo in crisi e che le imprese per rimanere sul mercato stanno abbassando i prezzi. La legge del mercato prevede proprio questo, in periodo di vacche magre si fanno affari perché chi offre un prodotto o servizio tende ad abbassare il prezzo per battere la concorrenza. Immagino quindi che i costi che le società di gestione sostengono per la manutenzione della rete autostradale siano in diminuzione e per questo davvero non si capisce come si possano giustificare gli aumenti.

Seconda cosa: siamo sicuri che la manutenzione delle autostrade sia dovuta dagli utenti e non debba gravare sulla fiscalità generale? E ammesso che tale scelta sia stata discussa in sede politica, come mai non si è assistito, al termine del periodo di concessione, a una riduzione del costo dei pedaggi? Mi spiego meglio. A me risulta che l’autostrada del Sole era stata data in concessione alla società Autostrade per trent’anni, durante i quali la riscossione dei pedaggi avrebbe dovuto ristorare la società delle somme investite. Al termine del periodo, però, era previsto che l’autostrada passasse allo stato, diventando a tutti gli effetti un’infrastruttura pubblica e che contestualmente venisse soppresso il pedaggio. Queste cose mi furono raccontate nel 1985 dal prof. Carlo Benedetto, titolare della cattedra di Costruzioni di strade, ferrovie ed aeroporti all’università La Sapienza, quindi da fonte autorevole. E in effetti nel 1995 uscì qualche articolo di giornale in merito: poi però la cosa fu tacitata e non se ne seppe più niente. Quindi per l’autostrada del Sole, e immagino per altre infrastrutture, continuiamo a pagare i pedaggi per inerzia e perché la politica si guarda bene dal privarsi di una così importante fonte di finanziamento.

Si dirà: va bene, ma dopo trent’anni le infrastrutture si saranno danneggiate, e sarà stata necessaria trovare una fonte di finanziamento per la manutenzione. Bene, ma non si capisce per quale motivo la cosa non sia stata riferita chiaramente: “da oggi il pedaggio autostradale introdotto nel 1964 come da concessione per l’investimento nella costruzione dell’Autostrada del Sole non è più dovuto, tuttavia verrà introdotto un nuovo pedaggio – ovviamente minore del primo – per sostenere i costi di manutenzione“. Così, tanto per farci sapere come stanno le cose. Magari per renderci partecipi dei nuovi conteggi, del bilancio della società Autostrade, per spiegarci secondo quali nuovi criteri venivano rimodulati i costi dei pedaggi, per rassicurarci che non una lira più del dovuto venisse spesa, magari in regalie agli amici degli amici, o in contributi più o meno leciti alle attività politiche di questo o di quel parlamentare.

Terza cosa che mi lascia perplesso in questa questione: ma come mai in tutta Europa, con esclusione dell’Italia e della Francia, le autostrade o sono gratuite (come in Belgio, Danimarca, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Polonia, Spagna e Svezia), oppure dove si pagano hanno costi minimi e si pagano mediante un abbonamento annuo di poche decine di euro (Austria, 88 euro all’anno, Svizzera, 33 euro, Repubblica Ceca, 55, euro, Slovenia 110 euro, Romania 28 euro), tenendo conto anche del grande risparmio che si ottiene con l’eliminazione dei controlli, dei caselli e del relativo personale? Come mai solo noi e la Francia abbiamo quest’assurdità dei caselli, pedaggi e relative code? E perché le tariffe da noi sono dunque così esose rispetto a praticamente tutto il resto dell’Europa? E perché l’Europa non interviene sull’Italia e la Francia per risolvere questa intollerabile disparità di condizioni a carico dei cittadini di questi stati?

Infine, quarta cosa: qualcuno mi dovrebbe spiegare perché, a quanto riporta l’Huffington post, http://www.huffingtonpost.it/2015/12/31/aumenti-tariffe-autostrad_n_8899460.html

sarebbero stati riconosciuti dal governo italiano, per il 2016, aumenti minimi o nulli su quasi tutte le autostrade e invece incrementi notevolissimi per la Torino Milano (+ 6,5%) e per la Strada dei Parchi abruzzese ( + 3,45%). Cos’hanno queste autostrade di speciale, che devono costare al cittadino fino a oltre il 60% di più delle altre? Sì, perché se si va sul sito di Autostrade per l’Italia si possono verificare le tariffe per chilometro praticate sui vari tronchi autostradali: e si osserva che mentre sull’intera rete autostradale si paga il pedaggio in ragione di 7 centesimi di euro a chilometro, il transito sulla Strada dei Parchi costa ben 10 centesimi a chilometro, quindi il 42% in più, e quello sulla Torino Milano ben 11,5 centesimi (+64%).

Se questa è la musica, mi sa che ci stanno prendendo un po’ in giro.