DIPENDENTE PUBBLICO E CITTADINO: SONO O NON SONO IL DATORE DI LAVORO DI ME STESSO?

Amici avvocati, giuristi, costituzionalisti, eruditi a qualunque titolo in materie giuridiche, ascoltate. Ho un dilemma di tipo giuridico che vorrei mi aiutaste a risolvere.
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Il problema è questo: un dipendente di un’azienda privata deve stare attento a criticare il proprio datore di lavoro, non può parlarne male, e non può riportare al di fuori notizie e informazioni riservate che riguardano la politica aziendale e tutta una serie di informazioni che, se venissero divulgate potrebbero danneggiare l’azienda. Anche se ritenesse la politica aziendale errata e controproducente, dovrebbe tacere, pena sanzioni ed eventualmente il licenziamento.
E questo è comprensibile.
Ma questo principio di base, posto a tutela degli interessi aziendali, è automaticamente adottabile in un’azienda o in un’ente pubblico? Io dico di no, perlomeno non nella generalità dei casi.
Qual’è la differenza? Che l’azienda privata paga lo stipendio del dipendente con i soldi del privato, quindi del proprietario, mentre l’azienda o l’ente pubblico paga lo stipendio del dipendente con i soldi pubblici. Il dipendente privato se vede che il padrone usa male i propri soldi non ci può fare un granché: tutt’al più può prevedere con un certo anticipo anticipo il fallimento della ditta e cominciare per tempo a cercarsi un altro impiego. Ma il dipendente pubblico che, oltre ad essere dipendente, come cittadino è anche datore di lavoro di sé stesso, del proprio dirigente e del proprio direttore, perché non può sindacare, con validi argomenti, le decisioni che vengono prese dai suoi dirigenti? Perché non può informare gli altri datori di lavoro, cioè gli altri cittadini, che l’azienda o l’ente tal dei tali sta usando male i soldi dei cittadini, e quindi i propri, e quelli di tutti? Perché deve assistere inerme al dispendio del denaro pubblico, cioè del proprio denaro, vedendo che le decisioni prese sono palesemente errate, antieconomiche e decisamente controproducenti?
Ho bisogno di qualche autorevole risposta a questo quesito che mi arrovella da mesi!
Grazie.
2 commenti
  1. Isabella dice:

    Ti mando il parere di un tipo che conosco e che se ne intende…
    “Il dilemma ha poco di giuridico: il dipendente pubblico è tenuto agli obblighi di diligenza, correttezza e buona fede esattamente come quello privato. All’interno di qualunque Azienda ci sono istanze e organismi di controllo ai quali rivolgersi, senza bisogno di fare gli eroi sulla stampa. A partire dai superiori gerarchici, passando per la Commissione per il Codice Etico e L’Organismo di Vigilanza ex L. 231, per finire, per alcuni temi anche assai sensibili, alle Organizzazioni Sindacali. Come si vede, se un dipendente vuole avanzare critiche e obiezioni ha una molteplicità di modi per farlo e diversi livelli di coinvolgimento: una volta presi carta e penna e denunciato ciò che c’è da denunciare, sarà poi responsabilità dei capi o degli organismi richiamati tacere e di ciò potranno essere chiamati a rispondere. Ma dubito che un coinvolgimento formale e potenzialmente esteso possa essere completamente disatteso. Certo, se dopo che lo hai detto al tuo funzionario pensi che tutto sia risolto probabilmente non andrai lontano, ma se sei disposto ad azionare tutte le leve a tua disposizione, e sono tante, e fino in fondo, che la cosa rimanga lì è di fatto impossibile.”

    Personalmente aggiungo che il dipendente pubblico non è datore di lavoro di sè stesso, perchè altrimenti sarebbe un libero professionista. Capisco il paradosso, ma Protagora ti fa un baffo…E comunque ciò che è pubblico non è che sia per forza di cose pubblicabile o pubblicizzabile da qualsiasi dipendente. Altrimenti chi lavora nelle scuole o negli ospedali o all’agenzia delle entrate o al sismi o in un istituto di ricerca potrebbe rendere pubblico ciò di cui si occupa, quando è evidente che non può. Sarà l’ente pubblico stesso a mettere a disposizione di tutti i risultati del suo lavoro o i dati di cui è in possesso nei tempi e nei modi che riterrà legittimi e opportuni.

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    • Carlo Spatola Mayo
      Carlo Spatola Mayo dice:

      E’ vero, il dilemma ha poco di giuridico, siamo su un piano perfino più elevato. Allora le soluzioni semplicistiche diventano poco interessanti. Ti spiego dove secondo me la tua replica non funziona. Non so in che mondo viva l’esperto che hai interpellato, ma esistono realtà in cui l’organismo di vigilanza cui tu fai riferimento è composto da gente che prende incarichi pagati dall’ente che controlla e/o da dipendenti degli stessi che devono essere controllati, quindi non vigila (di almeno un caso a me molto vicino ho i documenti e ti posso assicurare che è così), e i sindacati, poi, non mi fare ridere per favore, sono decenni che sono asserviti alla politica e la ragione è che tutti i sindacalisti prima o poi si trovano un posto lautamente pagato in un ente o in parlamento a seconda della caratura del personaggio e dei favori resi. E’ talmente evidente che mi fa specie che una ragazza in gamba come te pensi ancora che i sindacati difendono i lavoratori. I superiori gerarchici? Ma se sono loro la controparte, dai..!
      Andiamo avanti: una volta presa carta e penna non ottieni nulla e ti sei esposto definitivamente: non fai più carriera e verrai vessato a vita. Le cause per mobbing sono dispendiose e raramente si vincono quindi nessuno denuncia per non rendersi la vita impossibile. Poi ci sono le collusioni tra politica e magistratura: so di gente che ha parlato personalmente con i procuratori, che ha fatto circostanziate denunce ma non è successo niente, anche perché se vai a scavare talvolta i giudici vanno a cena coi politici.
      Venendo alle tue osservazioni, art. 1 della costituzione, la sovranità appartiene al popolo, e quindi, non ce lo scordiamo, dovrebbe essere il cittadino a comandare sulla politica e non viceversa, inoltre – cosa più importante – io cittadino pago le tasse con le quali si pagano gli stipendi mio e dei miei dirigenti. E se io so che i miei dirigenti non fanno ciò che devono, perché devo tacere? Perché non posso agire? Perché non posso protestare pubblicamente, denunciando la cosa? Non è un paradosso, non è Protagora, mia cara, è logica aristotelica. Nessuno pensa di pubblicizzare tutto, anche le cartelle cliniche dei pazienti, i segreti di stato o le dichiarazioni dei redditi dei cittadini: a fare questi esempi sembra che tu voglia screditare il mio ragionamento banalizzandolo e ridicolizzando la cosa. Qui si parla della trasparenza elementare, che non c’è, nelle scelte che si fanno nel gestire la cosa pubblica nell’interesse dei cittadini. Se l’Italia è al 61° posto al mondo per corruzione, è proprio perché molti non fanno il proprio dovere. E molti altri si adeguano.

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