IL VALORE SEGRETO DI UN REFERENDUM di Michele Ainis

Volevo spiegare più o meno le stesse cose a coloro che mostrano perplessità in relazione all’opportunità di andare a votare al referendum del 17 aprile. Ai distratti, agli sfiduciati, a quelli che dicono che non cambierà niente. A quelli – pochissimi – che siccome ci ricavano qualcosa hanno interessi diretti nella questione. Ma l’articolo del costituzionalista Michele Ainis di questa mattina sul Corriere della Sera spiegherà la questione molto meglio di come avrei potuto farlo io.

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Attivisti di Greenpeace contro le trivelle nella spiaggia di Scala dei Turchi

Avanza a fari spenti un referendum. Pochi s’accorgono della sua marcia silenziosa, e forse saranno anche di meno gli italiani che monteranno a bordo, quando il veicolo avrà raggiunto le urne elettorali. D’altronde si tratta d’un quesito minimo, minuscolo: sì o no alle trivellazioni sull’Adriatico, però entro le 12 miglia dalla costa, però senza toccare l’estrazione di gas e di petrolio in terraferma o in mare aperto, però senza interrompere le trivellazioni in corso, però senza nemmeno incidere sulle future concessioni, già vietate dalla legge. È in gioco unicamente l’eventualità che le compagnie petrolifere ottengano una proroga finché non s’esaurisca il giacimento, tutto qui. Pinzillacchere, direbbe Totò. Tuttavia non è affatto sicuro che questo referendum ci interroghi su questioni trascurabili. Nessuna consultazione popolare è mai insignificante, quale che sia il suo oggetto. Perché ogni referendum espone sempre un doppio tema: l’uno diretto, che si legge nella domanda trascritta sulla scheda elettorale; l’altro indiretto, dove s’affaccia viceversa una rete d’allusioni e di rimandi, un’evocazione, una carica simbolica. Così, nel 1985 il referendum sulla scala mobile segnò l’isolamento del Pci. Così, nel 1991 il referendum sulla preferenza unica modificò un dettaglio della legge elettorale, ma avviò al contempo i funerali della Prima Repubblica. Probabilmente in questo caso non scriveremo un’altra pagina di storia. Sennonché pure stavolta c’è un significato ulteriore rispetto a quello più immediato. Anzi: i doppi sensi sono almeno il doppio, sono quattro. Primo: il risvolto istituzionale. Il 67º referendum abrogativo dell’Italia repubblicana è anche il primo promosso dalle Regioni. Dalla Liguria alla Calabria, dal Veneto alla Puglia, sono addirittura 9 i Consigli regionali che hanno puntato l’arma referendaria contro una legge benedetta dal governo nazionale. Regioni settentrionali e meridionali, amministrate dalla destra oppure dalla sinistra. Dunque si profila uno scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti. La posta in gioco: chi decide sull’energia? Secondo la Costituzione vigente, decidono insieme lo Stato e le Regioni; secondo la Costituzione prossima ventura, deciderà solo lo Stato. E allora ecco, puntuale, la reazione. Che non ha mai troppo riguardo alle bandiere di partito, quando c’è da presidiare l’orticello delle proprie competenze. E che oltretutto associa 9 governatori eletti, contro un presidente del Consiglio non eletto. Sicché il referendum potrà delegittimare i primi, rilegittimare il secondo: un torneo a eliminazione diretta. Secondo: il risvolto politico. Come succede fatalmente da un paio d’anni, ogni occasione diventa altresì un pretesto per regolare i conti all’interno del Pd; e infatti maggioranza e minoranza militano in due fronti contrapposti. Ma quest’ultima si trova in compagnia, più o meno rumorosa, della Lega, i Cinque Stelle, pezzi di Forza Italia, Sel. Guardacaso, lo stesso schieramento che si prepara ad affrontare la madre di tutte le battaglie, il referendum costituzionale d’ottobre. Il 17 aprile ne vedremo perciò le prove generali, e sarà un gran bel vedere. Terzo: il risvolto giuridico. Doppio anche questo, perché il nostro ordinamento contempla, da una parte, il dovere civico del voto; sicché nei referendum organizzare l’astensione è «un trucco», un espediente per far saltare il quorum, come denunziò Norberto Bobbio nel giugno 1990. Dall’altra parte, concepisce il voto come diritto, e i diritti non sono obbligatori, ciascuno può scegliere se e quando esercitarli. Perciò è legittimo ogni appello all’astensione, tanto più che i costituenti dettarono un quorum per la validità dei referendum. È questa la posizione del Pd sulle trivelle, ma i precedenti sono più lunghi d’un lenzuolo. Tuttavia due norme in vigore (l’articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera; l’articolo 51 della legge che disciplina i referendum) castigano l’astensione organizzata da chiunque sia «investito di un pubblico potere» con pene detentive (da 6 mesi a 3 anni). Sono norme figlie d’una stagione ormai trascorsa, quando votava il 90% della popolazione, quando l’astensionista doveva addirittura giustificarsi presso il sindaco. Ma sta di fatto che a nessun governo è venuto in mente d’abrogarle. Quarto: il risvolto ambientale. Dovrebbe essere al centro della consultazione, ed è così, quantomeno a parole. Sennonché in questo caso non si tratta di proteggere l’udito dei cetacei minacciato dall’air-gun, come sostengono le associazioni ecologiste; tutto sommato non si tratta nemmeno d’opporre ambiente e occupazione, come prospettano i sindacati. No, la posta in palio investe la credibilità delle classi politiche regionali, che rifiutano la trivellazione, però allevano i colibatteri nelle acque dell’Adriatico, disinteressandosi dei depuratori così come di controllare i fiumi. E investe perciò il progetto stesso d’una politica ambientale, lungimirante, coerente, complessiva, dove ci sia anche spazio per le energie rinnovabili. In Italia coprono il 17% dei consumi; in Norvegia, Islanda, Svezia, oltre la metà. Non a caso Avvenire, per sposare il referendum, ha richiamato le parole di Bergoglio, il monito papale contro le tecnologie basate sui combustibili. Il 17 aprile voteremo anche sul papa. (Michele Ainis, Corriere della sera, 31/3/2016)

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L’ABRACADABRA DELL’AREA METROPOLITANA PESCARESE.

Premetto – non si sa mai! – che questo articolo parla di cose di dominio pubblicoreperibili su tutti i quotidiani on line e cartacei. Inoltre, sia ben chiaro, non faccio alcun tipo di valutazione, ma solo un elenco di circostanze. Senza nessun intento particolare, solo perché ho un po’ di tempo da perdere e il tempo io lo perdo facendo questi giochini. Non sostengo nulla, non faccio teoremi, ci mancherebbe! Ognuno poi, se vuole, potrà eventualmente fare due più due, se dispone di una calcolatrice. Oppure a mente.

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  • Anzuca è il nome di una piccola località a sud dell’Alento, nell’entroterra francavillese. Non esistono altri toponimi simili in Italia o altrove (fonte: google).
  • Se si digita Anzuca su google earth senza altre specifiche si finisce lì, senza alternative.
  • Via di Valle Anzuca risulta essere una piccola strada di pochi numeri civici nella stessa località (fonte: google earth).
  • Anzuca dà il nome ad un centro sportivo e alla relativa Associazione Sportiva Dilettantistica (fonte: web).
  • Anzuca è la località dove sorge anche lo stadio comunale di Francavilla (fonte: web).
  • Anzuca è il nome che si trova scritto in giro sulle autobotti che puliscono le fosse Imhoff ai bordi delle strade insieme alle auto di servizio dell’ACA (fonte: conoscenza diretta di ogni cittadino che giri con gli occhi aperti).
  • Anzuca si trova scritto sul grande rimorchio scarrabile posto in prossimità dell’ingresso del Depuratore di Pescara, ben visibile da una delle rampe dell’Asse Attrezzato, dove vengono caricati i rifiuti (grigliato, fanghi essiccati) prodotti dal depuratore (fonte: gli occhi aperti del medesimo cittadino di cui sopra).
  • Il termine Anzuca si trova riportato in questo poco rassicurante articolo [link], in questo [link]   ed in altri consimili.
  • Anzuca è il nome della località ove dovrebbe sorgere il cosiddetto terzo depuratore di Francavilla, depuratore progettato dall’ATO che si cerca di fare a tutti i costi dal 2006, nonostante il fatto che il sito ricada in zona SIR (ex SIN, Sito Interesse Nazionale) [link] , per un importo di 3.6000.000 euro [link] , diconsi tre milioni e seicentomila euro. Un terzo depuratore che sembra ridondante in una cittadina di 25.000 abitanti (fonte: wikipedia) ai quali se ne aggiungono 38.000 in periodo estivo (Fonte: rapporto CRESA sul turismo in Abruzzo ) quando Pescara, che con il suo hinterland (Spoltore, San Giovanni Teatino e zone industriali relative) ha il triplo degli abitanti, di depuratore ne ha uno solo, che funziona bene. E quando adeguare i due depuratori esistenti a Francavilla costerebbe certamente molto meno.

Insomma, Anzuca – come abracadabra – è evidentemente una parola che a Pescara apre tutte le porte. Tutto qua.

ARIA (E ACQUA) NUOVA A PESCARA. FINALMENTE.

Sono appena rientrato dalla manifestazione di Pescara per i fiumi e il mare puliti. C’era davvero tanta gente, gente normale, cittadini comuni ma anche organizzazioni, associazioni, molti gruppi e attivisti 5 stelle. Eravamo tanti, in una città che siamo abituati a pensare distratta e lontana da questi temi. E invece, guarda un po’, la gente c’è.

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Perché gli abruzzesi sono stanchi di chiacchiere inutili, stanchi di rimpiangere ogni anno di non poter fare il bagno nel loro meraviglioso mare. Stanchi di vedere i politici buttare i soldi dalla finestra per progettare e realizzare opere assolutamente inutili, brutte, stupide, impattanti, dannose per l’ambiente, il turismo e la salute, mentre l’unica cosa che si dovrebbe davvero fare è gestire saggiamente e con intelligenza il nostro ambiente, il mare, i fiumi, il paesaggio, il territorio, le tradizioni, l’agricoltura, i prodotti tipici. E allora i cittadini reagiscono. Scendono in piazza per dire alla politica: noi ci siamo, e vi controlliamo attentamente, non ci fidiamo più delle vostre chiacchiere fasulle. Vogliamo vedere i fatti.

Vogliamo gente seria e capace che dirige le cose, non delle assolute mediocrità messe a gestire cose di cui non sanno niente, di cui non frega loro niente.

Vogliamo che le cose le faccia chi le sa fare, non quelli a cui i politici vogliono fare il regalo di una poltrona per loro personalissimi motivi.

Vogliamo che i depuratori funzionino: se chi è lautamente stipendiato per farlo non è capace, se ne andasse e lasciasse il posto a chi lo sa fare.

Vogliamo che vengano semplificate le cose complesse per rendere la vita migliore ai cittadini, non che si complichino le cose semplici per rendere loro la vita impossibile.

Vogliamo i fiumi puliti, perché farlo è semplice, lo fanno persone come noi nelle Marche, in Toscana, in Veneto, in Francia, in Croazia: non si capisce perché non dovremmo essere in grado di fare lo stesso.

Vogliamo il mare balneabile, tutto, non solo quello che è lontano dalle foci dei fiumi: nel resto del mondo civilizzato si fa il bagno nei fiumi, chi ve l’ha detto che noi abruzzesi ci rassegnamo a considerare i nostri fiumi delle cloache?

Vogliamo controlli ambientali seri, fatti con criterio, vogliamo conoscere i dati ambientali ed epidemiologici e non politici e faccendieri impresentabili che nascondono le magagne  sotto al tappeto per nascondere la loro incapacità di risolvere i problemi.

Se non siete capaci, cari politici, cari amministratori, cari dirigenti nominati, cari lacché di questa politica inguardabile, potete accomodarvi. In Abruzzo da oggi nulla sarà più come prima: la gente vi controlla, vi valuta, vi giudica. E non sa davvero più che farsene delle chiacchiere morte. In guardia.

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IL FONDO DEL BARILE

Non credetegli! Se qualcuno vi verrà a dire nei prossimi giorni, da qui al referendum sulle trivellazioni, che il petrolio nell’Adriatico ci renderà tutti quanti ricchi, non credetegli.

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Intanto perché le riserve di petrolio in Adriatico sono sufficienti per circa quattro mesi del fabbisogno nazionale [link]: quindi immaginatevi che follia sarebbe creare pozzi, oleodotti, porti, raffinerie per sopperire ad appena quattro mesi del nostro fabbisogno. Follia per noi, ovviamente, lauti guadagni, invece, per pochi fortunati.

Poi bisogna tenere conto che il fabbisogno di energia è in calo in Italia da quando c’è la crisi, e ancor più è in calo per l’aumentare della produzione di energia da fonti rinnovabili. E bisogna ricordare anche che il prezzo del petrolio è sempre meno remunerativo poiché, come conseguenza di una serie di fattori (sovrapproduzione, crisi economica, concorrenza tra paesi produttori, affermarsi delle energie alternative, calo delle vendite delle automobili), il prezzo del barile è in calo continuo e costante [link]

Dalle estrazioni petrolifere lo stato italiano non ricava praticamente nulla perché le royalties per l’estrazione petrolifera in Italia sono le più basse del mondo (7%) e, con una serie di scuciture e scorciatoie legislative appositamente inserite nella nostra legislazione, le aziende petrolifere riescono ad eludere in gran parte anche questo minimo pagamento che quindi rimane puramente teorico. E questo spiega, tra l’altro perché sia così conveniente per le aziende estrarre il petrolio italiano: in pratica glielo regaliamo!

Ma il famoso sostenitore delle estrazioni petrolifere, con ogni probabilità uno stupido, un ingenuo o più probabilmente uno che si è aggiudicato un pezzo della torta, vi dirà che l’estrazione di petrolio porta benessere, porta ricchezza, porta lavoro. Ah sì? Sarà, però in Basilicata, dove in val d’Agri il petrolio viene estratto dagli anni ’90, la stampa locale l’anno scorso pubblicava un rapporto SVIMEZ del 2013, segretato per evidenti ragioni, [link] dal quale si evince che il PIL regionale è caduto a picco negli ultimi anni. E risulta anche che secondo l’ISTAT la regione si colloca alle ultime posizioni in Italia come PIL pro capite [link], è la penultima in Italia come reddito familiare netto [link]  e tra le ultime come tasso di occupazione giovanile [link] .

E non vogliamo parlare dei rischi ambientali connessi con incidenti, esplosioni, perdite, oppure dell’aumento del rischio sismico connesso con l’estrazione degli idrocarburi? [link]

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Insomma, non credete a chi vi dice le stupidaggini. In Italia di petrolio ce n’è poco e nel quadro economico attuale è conveniente estrarlo – finché dura – solo perché le royalties che vengono richieste dalle nostre leggi sono bassissime. Perché siano così basse, lo lascio immaginare a voi. I rischi ambientali e sismici per la popolazione sono enormi a fronte di guadagni che andranno solo nelle tasche dei petrolieri e, in qualche modo più o meno lecito, dei politici che li agevolano. Il benessere per la popolazione non ci sarà se è vero, come è vero, che la Basilicata, sede del più grande giacimento petrolifero d’Italia, è anche una delle regioni più povere. I posti di lavoro? Ma quali, se la Basilicata ha anche uno dei peggiori tassi  di occupazione giovanile.

Insomma, non credete alle stupidaggini che vi racconteranno durante la campagna referendaria: in Italia la corsa all’oro nero arriva fuori tempo massimo, mentre la politica e le società petrolifere stanno cercando ancora una volta di lucrare alle nostre spalle raschiando il fondo di un anacronistico barile.