“PRONTO, SONO CASALEGGIO…”: il mio ricordo del visionario che ha rivoluzionato la politica in Italia

“Pronto, sono Casaleggio…” Con un’inattesa telefonata sul mio cellulare è iniziata la mia breve ma intensa frequentazione telefonica con Gianroberto Casaleggio. Era il dicembre 2012, da pochi mesi ero diventato consigliere comunale a Spoltore, il primo consigliere M5S in Abruzzo, onere e privilegio che ho condiviso per alcuni mesi con il collega Manuel Anelli di Montesilvano.
Casaleggio

Il Movimento, dopo il sorprendente successo alle amministrative del 2012, era cresciuto precipitosamente nei sondaggi tanto che, dal 4% dei primi mesi dell’anno, già a dicembre eravamo quotati al 20%.

La preoccupazione dei partiti, che fino a quel momento avevano scorrazzato incontrastati nell’agone politico nazionale saccheggiando a man bassa tutto ciò che potevano arraffare,  era quella di non darci modo di raccogliere le firme necessarie a presentare la lista nazionale, tanto che fecero in modo di far terminare la legislatura con due mesi di anticipo e ci toccò andare a votare, quasi precipitosamente a fine febbraio 2013.

In Abruzzo fortunatamente, per iniziativa dei gruppi locali allora esistenti in ambito regionale, avevamo già coagulato le forze e le iniziative nel coordinamento del Movimento 5 Stelle abruzzese, cosa che costituiva – in quel momento delicato – un essenziale punto di riferimento e ci dava quell’embrione di struttura regionale che ci permise di operare in maniera sinergica ed efficace. Manuel ed io, in quanto unici rappresentanti eletti, fummo delegati dall’assemblea regionale a coordinare le attività della raccolta firme e della successiva campagna elettorale, e nel mese di gennaio venni designato presidente del comitato elettorale per le elezioni politiche 2013.

Con Gianroberto Casaleggio ci siamo dati subito del tu, non so se per lui era una consuetudine, ma a me non capita spesso, e ci siamo rapportati con quella cordialità concreta, semplice e familiare che non sempre riesci ad ottenere anche con le persone che dovrebbero esserti più vicine.

Superammo con slancio, in sintonia, tutte le grandi difficoltà cui la sfida elettorale e le contingenze ci avevano posto di fronte: dovemmo imparare a gestire una situazione che non era familiare a nessuno dei due, a me ancora meno che a lui, e vi assicuro che, se non avessi avuto la possibilità di chiamarlo ogni volta che ne avevo la necessità e fare ricorso, per il suo tramite, alle esperienze che in tutta Italia stavamo rapidamente maturando, difficilmente saremmo riusciti a raccogliere le firme e a presentare la lista.

Dopo le elezioni diventò molto difficile parlargli, e me ne dispiacque, ma d’altra parte il Movimento c’era per così dire scoppiato tra le mani, con il 25% nazionale, il 29% a livello regionale e il quasi 40% che avemmo a Spoltore. Avevamo preso il volo, e nulla sarebbe più potuto essere come prima.

E infatti dopo le elezioni politiche tutto cambiò. Ci trovammo ad affrontare situazioni inedite e ancora più impegnative, io in Abruzzo e certamente lui ancor più a Milano: da quel momento, come dicevo, fu molto più difficile riuscire a contattarlo e dovetti in qualche modo arrangiarmi da solo. Mi mancarono però le sue indicazioni, il suo pragmatismo nel risolvere i problemi, la sua pacatezza.

Ne conservo un buon ricordo, né d’altra parte potrebbe essere diversamente. Grazie a lui e a Beppe Grillo siamo riusciti a coagulare e a dare una forma coerente ad un movimento di opinione che si è dato l’obbiettivo straordinario di rivoluzionare la politica italiana restituendo al popolo la sovranità che gli era stata espropriata da vent’anni di consociazione dei partiti politici.

La strada è ancora lunga, ma l’essere passati in pochi anni dalla provocazione originaria ad essere una delle principali opzioni della politica italiana, partendo dal nulla, senza mezzi, senza soldi, armati solo della rete e dell’entusiasmo dei nostri attivisti, è già di per sé un fatto straordinario. Siamo stati, e siamo, il modello per tutti i movimenti popolari, da Syriza a Podemos, sorti dopo di noi nelle altre nazioni europee. Nulla dopo di lui, dopo di noi, nella politica italiana ed europea potrà più essere come prima.

Ognuno la può pensare come vuole, ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza la follia, la pacatezza e la determinazione del visionario Casaleggio. E io di questo lo ringrazio.

QUANDO LA TOPPA E’ PEGGIORE DEL BUCO

Barriere galleggianti da 400 mila euro per trasferire al largo l’acqua inquinata del fiume Pescara, aggirando la mostruosa diga foranea che ne ostruisce dal 2000 il naturale sfogo verso il largo, e cercare così di migliorare la qualità dell’acqua di balneazione in un estremo tentativo di salvare il salvabile della prossima stagione balneare pescarese. La testata online “Prima da noi” usa come occhiello a questo articolo sull’argomento un efficace e lapidario “La toppa”. Peggiore del buco, aggiungo io.

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Era difficile pensare per Pescara un’amministrazione peggiore di quella del precedente sindaco Mascia. Bene, ci siamo riusciti. Nulla in questa storia mostra non dico capacità gestionali o politiche ma almeno una visione progettuale di qualsiasi tipo, anche non condivisibile, o solo un minimo di buon senso. E’ tutto un avvitarsi di pasticci, pezze, imbarazzi, sotterfugi e imbrogli goffamente imbellettati da una comunicazione puerile.
L’articolo sarebbe tutto da ridere, se ci fosse ancora la voglia di ridere, a cominciare dal tono tonitruante con cui ci si vuole far passare per vittoria una sonora sconfitta. Sembra di essere durante la guerra, con la radio di regime che barava sui numeri per millantare al popolo italiano stremato inesistenti successi bellici. Avere un mare in precarie condizioni di salute dopo che per anni questa cosa è stata evidente e non si è fatto niente, avere ancora un mare in queste condizioni nonostante quello che è successo l’anno scorso (due episodi gravi di sversamenti di reflui non depurati, o mal depurati, in piena stagione balneare) e senza avere fatto nulla di strutturalmente risolutivo finora, e far passare come un successo lo spendere 400 mila euro di soldi pubblici – finanzierà la Regione a quanto pare – per un’opera che non è strutturale e che sposta solo il problema al largo bypassando un’altro gigantesco errore previsionale, gestionale e strutturale come la diga foranea, questo è veramente un’offesa al buon senso dei cittadini! Ci prendono per stupidi? Ho già detto qualche mese fa che questo intervento può avere senso solo se viene pagato di tasca propria dai responsabili del disastro: non è pensabile accollarlo ai cittadini! Oltre al danno pure la beffa mi sembra veramente troppo.
Il problema necessita di soluzioni coraggiose, importanti e strutturali, non può essere risolto da pezze rabberciate alla meglio.
Infine, occhio: quando io dico “abbattere la diga foranea” dico semplicemente, e letteralmente: eliminare masso per masso la diga foranea, rivendendo eventualmente i massi a qualche impresa che sta realizzando qualche altra opera altrove, eliminare le pareti riflettenti dei moli guardiani e ripristinare i moli a scogliera così com’erano fino agli annui ’80. Funzionava, ha sempre funzionato, continuerà a funzionare. Il costo dell’operazione dovrebbe essere messo giudizialmente a carico di chi, per imperizia, per dolo o per altre cause da chiarire, ha proposto queste soluzioni fallimentari. Invece a quanto leggo nell’articolo qualcuno vuole contrabbandare come “abbattimento della diga” quella cosa, asetticamente denominata “piano portuale”, che si sostanzia nel getto di altre migliaia di metri cubi di cemento nel nostro povero mare.

“Togliere” e “mettere” sono concetti antitetici, è semplice, ci potete arrivare anche voi, cari amministratori di Pescara. Togliere la diga non significa, e non potrà mai significare “riempire con altro cemento la foce del Pescara”. I cittadini vi controllano. Non ci provate.

 

LA TRUFFA (LEGALE?) DEI RIFIUTI ORGANICI

Oggi vi voglio parlare di compostaggio domestico: perché è una buona pratica ambientale e perché dietro al traffico apparentemente legale dei rifiuti organici non compostati e trasportati a grande distanza si cela, in sostanza, un’immane truffa a danno dei cittadini.

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Prendo spunto, per raccontarvi questo fatto, da un interessante esperimento che sto facendo sul mio balcone: il compostaggio domestico in ambiente urbano. E’ una cosa che ho fatto già in passato, ma questa volta ho preso degli appunti che ci consentono di capire meglio a che serve, e soprattutto quanto farebbe risparmiare se il sistema del compostaggio domestico venisse esteso al maggior numero possibile di abitazioni.

Per poter compostare in casa i propri rifiuti organici non è necessario vivere in campagna: è sufficiente avere un giardino, anche piccolo, o almeno un ampio balcone. Vi sembrerà strano ma ve lo assicuro: il compostaggio correttamente fatto non genera odori o molestie di alcun genere. Un po’ di moscerini li attira, certo, gli stessi – del genere Drosophila – che girano per la cantina quando fermenta il mosto, perché le larve di questi insetti si nutrono degli zuccheri della frutta, ma l’inconveniente si manifesta per lo più nei mesi caldi e si risolve facilmente con una garza o una zanzariera posizionata sulla compostiera. In ogni caso tali insetti sono piccoli, non fastidiosi e assolutamente innocui per l’uomo.

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Le compostiere sono degli oggetti semplicissimi che costano poche decine di euro e si comprano in tutti i negozi di giardinaggio o di bricolage. Io personalmente, però, uso come compostiera due cassette di quelle che si usano per la raccolta delle olive o dell’uva, la prima, traforata, posizionata sulla seconda, non traforata, che raccoglie quel po’ di liquido o di acqua piovana che percola dalla cassetta superiore, per evitare di sporcare il balcone.

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Ho iniziato quest’anno a conferire i resti organici della mia famiglia di 4 persone il 1° di febbraio. Alla fine del mese di febbraio avevamo conferito 12 kg di frazione organica del rifiuto che, in linea con i dati tipici a livello nazionale, corrispondono a circa il 33% del rifiuto complessivamente prodotto nello stesso periodo (circa 36 kg). Abbiamo pesato il contenuto della cassetta e abbiamo constatato che il materiale contenuto nella stessa pesava solo 8,3 kg, con una perdita in peso, per evaporazione dell’acqua contenuta nel rifiuto, di 3,7 kg corrispondenti ad una perdita di peso di oltre il 30%.

L’11 marzo abbiamo conferito l’ultimo secchiello di organico e la cassetta si è riempita. Abbiamo quindi cambiato cassetta e continuato a monitorare quello che avveniva al nostro compost sperimentale. Alla fine del mese di marzo abbiamo perciò pesato il materiale nella cassetta e, sorpresa, invece dei 16,4 kg di organico che vi avevamo conferito la cassetta conteneva appena 7,8 kg di materiale organico in via di compostaggio, con una riduzione in peso di 8,6 e una perdita percentuale in peso del 52,4%. Anche la diminuzione di volume era evidente, essendosi abbassato il livello nella cassetta a circa la metà.

La conclusione è che dopo due mesi dall’inizio del conferimento, e ad appena venti giorni dal termine, il volume e il peso del materiale conferito si sono praticamente dimezzati. Vi terrò informati nei prossimi mesi sull’ulteriore decremento di peso.

Perché vi ho raccontato questa storia? Per parlare di una buona pratica ecologica, certo, ma anche per svelarvi un’immane truffa per mezzo della quale noi cittadini veniamo depredati ogni anno letteralmente di un fiume di denaro pubblico in maniera apparentemente legale. Perché è chiaro che non c’è niente di illegale, formalmente, a non dotarsi di un centro di compostaggio locale, al livello – diciamo – provinciale o comprensoriale.

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E non c’è niente di illegale, formalmente, ad incaricare una ditta di trasporti a trasferire la frazione organica della raccolta differenziata in un centro di raccolta e compostaggio distante centinaia di chilometri dal luogo di produzione. Peccato però che così facendo, in sostanza, incarichiamo una ditta di trasferire, a spese pubbliche, tonnellate di acqua dal nostro comune ad un impianto di compostaggio dove l’acqua evaporerà gratuitamente, come avrebbe fatto qui da noi, dove i batteri decomporranno la materia organica gratuitamente, come avrebbero fatto qui. Ah, dimenticavo: per conferire il materiale ad un centro di compostaggio ovviamente si paga. Ma il compost ha inoltre un valore commerciale, e quindi, naturalmente, il titolare del centro lo vende realizzando un ulteriore guadagno. Insomma, con questo giochino guadagnano i trasportatori, guadagnano i compostatori. Probabilmente qualcosa finisce anche nelle tasche di qualche politico compiacente. E chi ci rimette? La domanda è retorica, come al solito i cittadini.

Sì, va bene, ma di che somme si parla? Il conto è presto fatto:  un comune, un comprensorio che si dotasse di un centro di compostaggio di prossimità azzererebbe praticamente i costi di trasporto. Il prezzo di vendita del compost prodotto compenserebbe almeno i costi di gestione dello stesso e conseguentemente potremmo considerare azzerato il costo di smaltimento della frazione organica. Che come abbiamo detto corrisponde ad un terzo del costo del servizio di smaltimento degli RSU. Per capirci, un comune come Spoltore (19.000 abitanti), il cui bilancio prevedeva nel 2013 tre milioni di euro risparmierebbe un milione di euro all’anno. Che potrebbero essere utilmente impiegati per migliorare la qualità dei servizi ai cittadini piuttosto che portare tonnellate di acqua ad evaporare in un altro posto.