LA TRUFFA (LEGALE?) DEI RIFIUTI ORGANICI

Oggi vi voglio parlare di compostaggio domestico: perché è una buona pratica ambientale e perché dietro al traffico apparentemente legale dei rifiuti organici non compostati e trasportati a grande distanza si cela, in sostanza, un’immane truffa a danno dei cittadini.

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Prendo spunto, per raccontarvi questo fatto, da un interessante esperimento che sto facendo sul mio balcone: il compostaggio domestico in ambiente urbano. E’ una cosa che ho fatto già in passato, ma questa volta ho preso degli appunti che ci consentono di capire meglio a che serve, e soprattutto quanto farebbe risparmiare se il sistema del compostaggio domestico venisse esteso al maggior numero possibile di abitazioni.

Per poter compostare in casa i propri rifiuti organici non è necessario vivere in campagna: è sufficiente avere un giardino, anche piccolo, o almeno un ampio balcone. Vi sembrerà strano ma ve lo assicuro: il compostaggio correttamente fatto non genera odori o molestie di alcun genere. Un po’ di moscerini li attira, certo, gli stessi – del genere Drosophila – che girano per la cantina quando fermenta il mosto, perché le larve di questi insetti si nutrono degli zuccheri della frutta, ma l’inconveniente si manifesta per lo più nei mesi caldi e si risolve facilmente con una garza o una zanzariera posizionata sulla compostiera. In ogni caso tali insetti sono piccoli, non fastidiosi e assolutamente innocui per l’uomo.

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Le compostiere sono degli oggetti semplicissimi che costano poche decine di euro e si comprano in tutti i negozi di giardinaggio o di bricolage. Io personalmente, però, uso come compostiera due cassette di quelle che si usano per la raccolta delle olive o dell’uva, la prima, traforata, posizionata sulla seconda, non traforata, che raccoglie quel po’ di liquido o di acqua piovana che percola dalla cassetta superiore, per evitare di sporcare il balcone.

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Ho iniziato quest’anno a conferire i resti organici della mia famiglia di 4 persone il 1° di febbraio. Alla fine del mese di febbraio avevamo conferito 12 kg di frazione organica del rifiuto che, in linea con i dati tipici a livello nazionale, corrispondono a circa il 33% del rifiuto complessivamente prodotto nello stesso periodo (circa 36 kg). Abbiamo pesato il contenuto della cassetta e abbiamo constatato che il materiale contenuto nella stessa pesava solo 8,3 kg, con una perdita in peso, per evaporazione dell’acqua contenuta nel rifiuto, di 3,7 kg corrispondenti ad una perdita di peso di oltre il 30%.

L’11 marzo abbiamo conferito l’ultimo secchiello di organico e la cassetta si è riempita. Abbiamo quindi cambiato cassetta e continuato a monitorare quello che avveniva al nostro compost sperimentale. Alla fine del mese di marzo abbiamo perciò pesato il materiale nella cassetta e, sorpresa, invece dei 16,4 kg di organico che vi avevamo conferito la cassetta conteneva appena 7,8 kg di materiale organico in via di compostaggio, con una riduzione in peso di 8,6 e una perdita percentuale in peso del 52,4%. Anche la diminuzione di volume era evidente, essendosi abbassato il livello nella cassetta a circa la metà.

La conclusione è che dopo due mesi dall’inizio del conferimento, e ad appena venti giorni dal termine, il volume e il peso del materiale conferito si sono praticamente dimezzati. Vi terrò informati nei prossimi mesi sull’ulteriore decremento di peso.

Perché vi ho raccontato questa storia? Per parlare di una buona pratica ecologica, certo, ma anche per svelarvi un’immane truffa per mezzo della quale noi cittadini veniamo depredati ogni anno letteralmente di un fiume di denaro pubblico in maniera apparentemente legale. Perché è chiaro che non c’è niente di illegale, formalmente, a non dotarsi di un centro di compostaggio locale, al livello – diciamo – provinciale o comprensoriale.

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E non c’è niente di illegale, formalmente, ad incaricare una ditta di trasporti a trasferire la frazione organica della raccolta differenziata in un centro di raccolta e compostaggio distante centinaia di chilometri dal luogo di produzione. Peccato però che così facendo, in sostanza, incarichiamo una ditta di trasferire, a spese pubbliche, tonnellate di acqua dal nostro comune ad un impianto di compostaggio dove l’acqua evaporerà gratuitamente, come avrebbe fatto qui da noi, dove i batteri decomporranno la materia organica gratuitamente, come avrebbero fatto qui. Ah, dimenticavo: per conferire il materiale ad un centro di compostaggio ovviamente si paga. Ma il compost ha inoltre un valore commerciale, e quindi, naturalmente, il titolare del centro lo vende realizzando un ulteriore guadagno. Insomma, con questo giochino guadagnano i trasportatori, guadagnano i compostatori. Probabilmente qualcosa finisce anche nelle tasche di qualche politico compiacente. E chi ci rimette? La domanda è retorica, come al solito i cittadini.

Sì, va bene, ma di che somme si parla? Il conto è presto fatto:  un comune, un comprensorio che si dotasse di un centro di compostaggio di prossimità azzererebbe praticamente i costi di trasporto. Il prezzo di vendita del compost prodotto compenserebbe almeno i costi di gestione dello stesso e conseguentemente potremmo considerare azzerato il costo di smaltimento della frazione organica. Che come abbiamo detto corrisponde ad un terzo del costo del servizio di smaltimento degli RSU. Per capirci, un comune come Spoltore (19.000 abitanti), il cui bilancio prevedeva nel 2013 tre milioni di euro risparmierebbe un milione di euro all’anno. Che potrebbero essere utilmente impiegati per migliorare la qualità dei servizi ai cittadini piuttosto che portare tonnellate di acqua ad evaporare in un altro posto.

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