COSA FAREI SE DOVESSI ESSERE IO AD AMMINISTRARE L’ACA

A gentile richiesta del sindaco di Francavilla, che su “Il Centro”  di questa mattina proponeva che i candidati a gestire l’ACA presentassero i loro “programmi”, ecco come la vedo io.

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Premetto che conosco l’ACA da almeno vent’anni, come cittadino e come tecnico. Conosco chi ci lavora dentro. Molte sono bravissime  persone. Ci ho anche lavorato per sei mesi, ad un progetto. Dal 2008, inoltre, ne controllo i depuratori. Così ho conosciuto altri tecnici, anche tra di loro ci sono persone splendide e brave, alcune molto brave, nel loro campo.

E conosco la politica, abruzzese e non, da almeno altrettanto tempo. Conosco molti politici, i loro retropensieri, le loro alchimie, i loro rituali. Li ho osservati per anni, cercando di capire. Qualcuno, occasionalmente, è anche bravo. Ma per esserci dentro, si è piegato. E quindi ormai ne fa parte.

A questo punto, per me leggere un bilancio dell’ACA non è più una questione contabile. Non guardo che i numeri tornino e che le somme siano corrette. E ci mancherebbe. Il ragionamento che faccio è diverso: punto al sodo, valuto le scelte che sono  state fatte e cerco di capire. Vado a vedere dove sono i numeri più grandi, più pesanti, e qual’è il loro significato.

E quindi mi sono fatto l’idea, ad esempio, che i 10 milioni di energia elettrica nel bilancio 2014 (eh sì, alla sezione “trasparenza” il bilancio 2015 non “traspare” ancora, e siamo quasi ad agosto!) sono davvero troppi, soprattutto se rapportati al fatto che l’ACA non ha un impianto di produzione di biogas dai fanghi di depurazione (o meglio, ce l’ha presso il depuratore di Montesilvano ma si permette il lusso di non farlo funzionare). E che non si capisce a cosa corrispondano i quasi 5 milioni  nascosti sotto la voce generica e misteriosa di “gestione depuratori”.

Ma soprattutto vedo che il passivo è passato, dal 2012 al  2014, da 226 a 264 milioni, aumentando di ben 37 milioni, il 16% in più in due anni, e questo passivo è praticamente imputabile ai soli debiti verso i fornitori.

E allora, questa gestione miracolosa tanto sbandierata dai giornali? E’ che, per far tornare i conti, a fronte di questi 37 milioni di maggiori passività ci sono una diecina di milioni di maggiori immobilizzazioni e ben 27 milioni di crediti verso i clienti. Insomma, le bollette. Quindi il maggior debito è pagato sempre con i soldi dei contribuenti. Francamente, in questo modo siamo capaci tutti a far tornare i conti!

Credo che tutto ciò sia davvero molto lontano dai desideri e dalle necessità dei cittadini. L’ACA che immagino io è ben altro. E questo è il mio programma.

PROGRAMMA

Qualora venissi nominato amministratore unico della società ACA spa tutte le mie azioni e decisioni andranno nella direzione di perseguire esclusivamente l’interesse pubblico.

Non avendo sponsor politici a cui rendere conto, non risponderò ad altra logica se non quella di svolgere il mio incarico con disciplina e con onore, secondo i principi di efficienza, efficacia ed economicità, nell’esclusivo interesse della collettività facendo in modo da fornire ai cittadini l’acqua potabile di ottima qualità di cui sono ricche le nostre montagne in quantità abbondante, a costi contenuti e in assoluta sicurezza dal punto di vista sanitario e batteriologico.

Sarà anche mio dovere mettere a disposizione tutte le mie conoscenze e competenze affinché si compiano le migliori scelte tecniche finalizzate alla soluzione del complesso problema costituito dalla depurazione dei reflui in considerazione della sua decisiva influenza sulla qualità e sulla vivibilità degli ambienti fluviali e ripariali e delle sue evidenti ripercussioni sulla qualità dell’acqua si balneazione, sulla salute e sulla qualità della vita del cittadini, sull’economia del turismo balneare delle città costiere.

A tal fine, prioritariamente, farò in modo che l’ACA compia un salto culturale prima ancora che tecnico, valorizzando le professionalità migliori presenti in Azienda, e istituendo corsi di formazione specifici per ogni categoria di lavoratori. E’ mia intenzione creare contatti virtuosi con aziende di gestione di altre regioni che possano vantare risultati di eccellenza per formare alle migliori pratiche i dipendenti.

Creerò un gruppo tecnico di progettazione interno all’Azienda che possa consentire di implementare in autonomia i progetti evitando i costi dell’esternalizzazione di tali attività. Questo gruppo dovrà seguire e portare a compimento cinque progetti fondamentali per il futuro del sistema idrico del comprensorio.

  1. Revisione di tutte le reti di adduzione e distribuzione idrica dalla sorgente alla foce, con sostituzione progressiva con tubi in polietilene di tutte le tubazioni ad iniziare dalle reti che per vetustà o impiego di materiali non durevoli siano causa di sprechi di risorsa idrica. L’obbiettivo è quello di distribuire l’acqua potabile in assoluta sicurezza senza ricorrere alla disinfezione mediante cloro, come avviene nelle moderne reti di distribuzione idrica delle grandi città d’Europa (ad esempio, l’acquedotto di Grenoble).
  2. Separazione delle reti fognarie di tipo misto a partire dai maggiori centri urbani della costa (Pescara, Pineto, Silvi, Città Sant’Angelo, Montesilvano e Francavilla) in modo da ottenere che in caso di pioggia scolmino alle foci dei fiumi e in mare solo acque piovane. Gli scolmatori saranno comunque tutti dotati di vasche di prima pioggia di adeguato volume che immagazzineranno i primi 5 mm di pioggia caduta per evitare che l’acqua di lavaggio delle superfici pavimentate delle strade cittadine finisca senza trattamento in mare.
  3. Revisione del sistema dei depuratori con collettamento di tutti i reflui attualmente non collettati e delle fosse Imhoff negli impianti esistenti o in altri da realizzare; ampliamento, potenziamento e ristrutturazione degli impianti esistenti e completamento degli stessi con trattamenti terziari di ultima generazione realizzati con impianti che utilizzino tecniche di depurazione naturale.
  4. Poiché uno dei capitoli di spesa più sostanziosi del bilancio ACA è quello relativo al consumo di energia elettrica, negli impianti di depurazione si procederà alla realizzazione, ove economicamente conveniente, di impianti di recupero del biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica dei fanghi, il quale gas consentirà poi di produrre l’energia elettrica necessaria a far funzionare gli impianti stessi.
  5. Al fine di evitare gli ingentissimi costi connessi con il trasporto e lo smaltimento presso terzi dei fanghi liquidi, pratica finora abusata in ACA e che ha causato gran parte dei debiti che appesantiscono la gestione aziendale, si ripenserà integralmente il sistema di smaltimento dei fanghi di depurazione in tutti gli impianti medio piccoli, dotando tutti i depuratori di ispessitori dei fanghi e di letti di essiccamento in modo da smaltire i fanghi prodotti a costi praticamente nulli.

In generale ci si orienterà verso la ristrutturazione di magazzini, laboratori, officine e verso l’acquisto di macchine e mezzi d’opera evitando quanto più possibile le esternalizzazioni e abbattendo in tal modo i costi di esercizio, incrementando il patrimonio dell’azienda, ottenendo in definitiva sostanziosi e duraturi risparmi gestionali con i quali sarà possibile finanziare i progetti di ristrutturazione e adeguamento illustrati.

I risparmi gestionali ottenuti verranno impiegati altresì per diminuire in bolletta il costo dell’acqua per i cittadini.

 

DALL’ACQUA ALLA PUGLIA ALL’AUTOSTRADA DI TOTO: IL FILO ROSSO DEL SACCHEGGIO DEL TERRITORIO ABRUZZESE

C’è un filo rosso che sembra legare senza soluzione di continuità le grandi opere che sono state presentate all’opinione pubblica abruzzese negli ultimi quindici anni. Ed è quello che unisce una serie di progetti che sono stati via via proposti e inseriti nelle varie programmazioni regionali e ministeriali millantando mirabolanti vantaggi economici (di facciata) per i cittadini ma che poi, ad una attento esame, si sono rivelati solo dei lucrosissimi affari per qualche importante società privata che lasciavano ai cittadini solo danni ambientali e rischi per la salute.

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Esplosione del gasdotto SNAM a Mutignano di Pineto (Teramo), 6 marzo 2015

Chissà se qualcuno si ricorda del famigerato progetto “Acqua alla Puglia”. Era un progetto faraonico che prevedeva di intubare le acque dei tre maggiori fiumi abruzzesi e di convogliarle in gigantesche condotte sottomarine per portarle fino in Puglia. Eravamo nel 2001 e il berlusconismo più aggressivo e rampante pervadeva la politica nazionale. I governatori di Abruzzo e Puglia, Giovanni Pace e Raffaele Fitto, inscenarono questo teatrino: “la povera regione Puglia è assetata, la siccità non consente di avere l’acqua necessaria e sufficiente per le attività e la vita delle persone”, questuò Fitto; “nessun problema, collega”, reagì prontamente il suo omologo abruzzese, “veniamo noi in vostro soccorso, siamo una regione notoriamente ricca di ottima acqua”. E sotto lo sguardo benevolo di Pietro Lunardi, quello della Rocksoil, società specializzata nello scavo di gallerie e che per questi eccelsi meriti di perforatore era stato nominato ministro delle infrastrutture da Berlusconi, si apprestavano a concludere, sperando nel placet delle popolazioni regionali, l’iter autorizzativo e progettuale a tal fine iniziato dalla società anglo-americana Binnie, Black & Veatch. Il ministro Lunardi fece addirittura predisporre, dal suo viceministro Viceconte, un gustoso pamphlet nel quale, sotto la titolazione farlocca di “Abruzzo, il sistema idrico” [link] si illustrava in realtà il progetto di trasferire 280 milioni di metri cubi di acqua all’anno dall’Abruzzo alla Puglia. Il pamphlet fu presentato agli abruzzesi nel 2003 in occasione di un evento promosso dagli enti interessati. Peccato che alcuni tecnici e ambientalisti avessero avuto tempo e modo di studiare le carte. Io avevo appena pubblicato sulla rivista L’Acqua dell’Associazione Idrotecnica Italiana un articolo [articolo] in cui rifacevo tutti i conteggi del bilancio idrico e idrologico della regione Abruzzo arrivando a conclusioni diametralmente opposte a quelle del ministero. Presi perciò la parola e spiegai che prima di tutto non è che se una regione è ricca dal punto di vista idrologico può permettersi a cuor leggero di privarsi di un enorme quantitativo di acqua, e che, soprattutto, la regione Puglia – a causa delle perdite idriche dovute al cattivo stato della rete di distribuzione idrica – perdeva ogni anno 390 milioni di metri cubi di acqua, e che dunque sarebbe stato molto più semplice, logico ed economico investire nella manutenzione straordinaria dell’acquedotto pugliese per recuperare l’acqua mancante piuttosto che realizzare opere costosissime per deprivare l’Abruzzo di un fiume di acqua che si sarebbe poi perso nel sottosuolo pugliese.

Probabilmente grazie a quell’intervento e ad altri dello stesso tenore l’evento di L’Aquila non ebbe l’effetto persuasivo sperato, la stampa riprese quei temi che diventarono di dominio pubblico e il progetto naufragò dopo pochi mesi per l’ostilità dell’opinione pubblica.

Tuttavia oggi, a distanza di quindici anni da quegli eventi, non si può fare a meno di notare che lo stesso cliché è stato tentato con insistenza e ripetutamente altre volte. L’idea di inventarsi qualcosa per fare soldi realizzando opere milionarie più o meno inutili sfruttando a fini privati denaro e risorse pubbliche quali acqua, suolo, paesaggio, idrocarburi, è stata riproposta ai cittadini abruzzesi con una frequenza martellante, quasi al ritmo di una di queste brillanti trovate ogni anno. Per quale motivo, poi, la politica avalli sempre queste iniziative lo lascio supporre a voi.

Nella tabella che allego [tabella] troverete un elenco, probabilmente non esaustivo, di questi progetti: si va dal già ricordato “Acqua alla Puglia” al tristemente noto progetto di Toto per accorciare la percorrenza autostradale verso Roma di 15 minuti, passando per il famigerato e pervicace Ombrina, del 2002 ma sventato solo nel 2014, per il Centro oli di Ortona, per il nuovo Piano regolatore portuale di Pescara, per l’elettrodotto della Terna, la Forest Oil di Bomba, il gasdotto SNAM e il più volte riproposto inceneritore da realizzarsi in Abruzzo.

Si ha davvero l’impressione che a qualcuno sia venuto in mente che l’Abruzzo sia la regione ideale per proporre e portare a compimento queste faraoniche imprese, redditizie per i privati quanto dannose per l’ambiente e i cittadini. La nostra è una regione con una buona posizione strategica, poco popolata e sinora poco impattata. Questa caratteristica dovrebbe spingere una sana politica a puntare sul turismo naturalistico e culturale perché ovviamente questa è la naturale vocazione dell’Abruzzo. Purtroppo però nella realtà si contrappongono due forze assolutamente impari nel potere di condizionamento delle scelte politiche: da una parte ci sono i cittadini, che dovrebbero essere sovrani ma che vengono considerati poco più che sudditi, dall’altra grosse società multinazionali che hanno dalla loro la capacità di essere sempre riconoscenti nei confronti di chi agevola i loro piani .

Non si può spiegare altrimenti, ad esempio, l’inerzia nel far partire effettivamente il parco della Costa dei Trabocchi e la pista ciclabile lungo l’ex tracciato ferroviario se non con l’antitetico interesse delle società petrolifere a sfruttare il petrolio in mare davanti alla medesima costa. L’iter autorizzatorio di Ombrina, e degli altri progetti estrattivi, sarebbe stato complicato a dismisura da un effettivo avvio del Parco dei Trabocchi e delle iniziative economiche connesse. Ma se si cominciasse sul serio a occuparsi dell’interesse pubblico, ci si accorgerebbe facilmente che un parco ben gestito in un ambiente tutelato crea turismo e risorse, altro che trivellazioni. Tuttavia il parco non si fa, si lascia stagnare l’economia per poi proporre i progetti delle multinazionali come soluzione.

Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di propriet‡ Edison ed Eni. ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY - NO ARCHIVE+++

La Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B

C’è però una buona notizia: quando i cittadini vigilano, si uniscono, manifestano, protestano la politica riesce ancora a capire quando è il momento di ritirarsi. Perché comunque il politico deve ancora, prima o poi, passare per le elezioni. E quindi va bene, cara multinazionale, ma se la gente protesta non ti posso più aiutare. E siccome è sempre più difficile che certe cose non si sappiano, grazie alle associazioni ambientaliste, ai cittadini sempre più connessi, all’azione dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle in parlamento e nelle istituzioni regionali e comunali, la politica finisce per doverne tenere conto. Tanto è vero che dei sei progetti tra quelli da me ricordati che sono giunti in qualche modo ad una conclusione, solo uno – l’elettrodotto Terna – è riuscito ad andare in porto. Gli altri sono stati stroncati dalla reazione della società civile e dall’azione della magistratura.

Resta comunque l’amaro in bocca per dover constatare che i nostri rappresentanti, appena possono, ci provano. Hanno contatti con le società multinazionali, siedono ai loro tavoli. Sembra di sentirli parlare con questi uomini d’affari, forse anche in soggezione, e cercare di ipotizzare come infiorettare la faccenda: che gli diciamo ai cittadini, come fare per far loro credere che stiamo agendo nel loro interesse?

Sembra di esserci, in queste riunioni che si svolgono sempre privatamente e a porte chiuse. E francamente non fa piacere capire che questo avvenga, sistematicamente, regolarmente. Penso che gli italiani e gli abruzzesi abbiano diritto ad avere qualcosa di meglio, qualcosa di più che dei lacchè delle multinazionali travestiti da governanti.

LE COSCE DELLA SIRENA

Nella mitologia greca  le sirene erano delle creature marine che incantavano incauti navigatori con il loro canto melodioso e suadente inducendoli a sbarcare sulla loro isola sulla quale avrebbero trovato la morte. Omero le ha rese immortali per la nostra cultura inserendole tra le peripezie che deve affrontare Ulisse nel suo avventuroso ritorno verso Itaca. L’episodio è noto a tutti ed è assolutamente emblematico: l’uomo che affronta la seduzione che può rivelarglisi fatale ma riesce, al contrario di altri, ad essere forte e a perseguire il suo obbiettivo.

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Herbert James Draper – Ulisse e le sirene (1909)

Nell’Odissea, poi, Omero inserisce un elemento in più, che ci fa amare particolarmente il suo  politropo protagonista: Ulisse infatti non si tura le orecchie con la cera, come invece impone ai suoi compagni, ma si fa legare saldamente all’albero della nave e ordina che nessuno lo sleghi per alcun motivo fin quando non si sarà lontani dal pericolo. Perché lui non si limita a voler passare indenne con la sua nave, sarebbe una vittoria semplice: lui vuole una vittoria completa, e quindi anche sentire il canto e – in qualche  modo – resistervi.

Il mito greco, al netto delle raffigurazioni medievali che – confondendo le sirene con le nereidi – ce le raffigura con la coda di pesce, vuole che queste creature marine abbiano forma di donna con ali e gambe da uccello. Quindi non è improprio parlare di cosce delle sirene.

Ed ecco che le cosce frequentemente  mostrate dalla ministra Boschi a noi, poveri marinai in navigazione attraverso il periglioso mare del nostrano malgoverno, assumono un significato inedito e per certi versi mitico, che spiega molte cose. O molte cosce, come ironizza il vignettista del Fatto Quotidiano in questi giorni alla ribalta per una bordata di attacchi più o meno scomposti al suo diritto di satira portati avanti con maliziosa e strumentale pedanteria e argomenti risibili.

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Perché, vedete, non ci sono altri motivi  per i quali la riforma costituzionale più pericolosa della storia repubblicana (le altre, fatte o tentate, erano solo stupide, inutili e fatte male) debba potare il nome e il volto di un’avvocaticchia di 35 anni figlia di un discutibilissimo bancario in odore di massoneria se non il suo faccino da madonna rinascimentale, il suo sorriso materno, la sua vocina accattivante, il suo occhio ceruleo.

E le cosce maliziosamente mostrate nei momenti più critici. Quando magari i sondaggi dicono che gli italiani si stanno tappando le orecchie con la cera per non ascoltare i richiami mortiferi verso l’isola della deforma costituzionale. Quando si vede che la nave di noi poveri naviganti quasi inermi che potrebbe forse doppiare indenne il capo dei sedici milioni di No referendari.

Le sirene della mitologia greca sapevano bene che se non fossero riuscite a sedurre i naviganti sarebbe stata la loro fine. Lo sanno anche le sirene del terzo millennio. E ce le stanno mettendo tutta per sopravvivere.

BALNEAZIONE 2016, MANUALE DI SOPRAVVIVENZA

E siamo di nuovo ad agosto. E’ passato un anno dall’infausta estate 2015 durante la quale i pescaresi dovettero patire due clamorosi episodi di inquinamento da reflui in mare, con i connessi problemi sanitari ed economici conseguenti alla non balneabilità di molti tratti di costa. A leggere il rapporto di Legambiente 2016 sembra che in fin dei conti nulla sia cambiato.

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I risultati di Goletta Verde 2016

Su nove punti della costa abruzzese monitorati da Goletta Verde solo due risultano idonei, Pescara e Pineto, esattamente come l’anno scorso. A Pineto il punto coincide con l’area della riserva della Torre di Cerrano, e quindi la cosa è plausibile. A Pescara il punto monitorato da Legambiente, invece, è in pieno centro, di fronte alla Nave di Cascella. Sembrerebbe un punto a rischio ma evidentemente non è così. Ne prendiamo atto con soddisfazione ma non esultiamo: se fosse stato scelto il punto di Via Balilla o Via Galilei sappiamo tutti che la musica sarebbe stata diversa.

La cosa che colpisce è che nel  corso di un anno nulla di risolutivo sia stato intrapreso da chi ha il potere di decidere. Parliamo da un anno di milioni di lavori appaltati, ma i cantieri non si vedono. Perlomeno a me non risulta nemmeno un cantiere in attività in un depuratore su tutto il territorio della provincia di Pescara. Proclami quanti ne vogliamo, fatti pochini. Tra le cose fatte c’è l’intervento denominato DK15, un vecchio progetto nato per collettare gli scarichi abusivi lungo il Pescara, che è stato portato avanti e risulterebbe quasi terminato, ma il risultato di questo intervento concepito esclusivamente per la realizzazione di nuovi tronchi fognari non è stato quello sperato: infatti  in questo modo la portata ai depuratori è aumentata, raddoppiata, in taluni casi triplicata, però i depuratori sono rimasti gli stessi. E quindi non ce la fanno.

In pratica siamo al punto di partenza, il bagno al mare è anche quest’anno un rebus. Ma almeno abbiamo una certezza: i dati dell’ARTA, contrariamente al passato, vengono pubblicati con tempismo rigoroso e sappiamo dopo 48 ore dal campionamento come stanno le cose. Meno male. Come dite? Non è poi così sicuro? Ah beh, certo, dimenticavo la possibilità dello “spostamento delle colonne nei file”, particolare di poca importanza, un dettaglio che però può portare a leggere sul sito ufficiale dell’ARTA che un depuratore che funziona abbastanza bene risulta avere uno scarico che sembra quello della fognatura non trattata. O viceversa.

E poi a pensarci bene i dati ufficiali del monitoraggio della balneazione, nell’istante stesso in cui vengono pubblicati, pur rispettando tutte le prescrizioni di legge e pubblicando i dati nelle colonne giuste, sono già superati nel momento stesso in cui vengono pubblicati. E sì, perché i dati microbiologici hanno un tempo di analisi di 48 ore e quindi la fotografia che ci restituiscono è quella di due giorni prima. E poi sono mensili, e quella fotografia si pretende rimanga fissa e immutabile a rappresentare lo stato dell’acqua in quel punto per un intero mese mese, quando invece – considerato il malfunzionamento generale del sistema fognario e depurativo – tutto può cambiare nel giro di poche ore. Un esempio per tutti: la situazione a nord del fiume Pescara rilevata con il campionamento dell’11, 12 e 13 luglio dava un quadro molto incoraggiante a via Balilla e a Via Galilei, con tutti i valori abbondantemente entro i limiti di legge. Ma vi ricordo che il 15 di luglio, proprio mentre l’ARTA pubblicava questi dati incoraggianti, stava piovendo, e molto. In quelle ore l’impianto B0 della Madonnina, alla foce del Pescara, non riusciva a trasferire l’intera portata al depuratore e scaricava nel fiume oltre 40.000 metri cubi di refluo. Secondo voi se avessimo fatto le analisi il 17 anziché il 13 i risultati sarebbero stati gli stessi?

E quindi, cari miei, finché non si sarà messo mano seriamente al sistema depurativo regionale con un approccio complessivo che non si faccia sconti autoassolutori, è bene che sappiate che avrete bisogno di molta prudenza e di molto buon senso per sapere dove fare il bagno in Abruzzo con una relativa sicurezza.

Un metodo empirico ma pratico che vi posso suggerire e quello delle cosiddette analisi “a occhio” dell’acqua di mare. Non è ovviamente un metodo scientifico – e ci mancherebbe! –  ma, se applicate con buon senso, vi possano consigliare abbastanza correttamente sul da farsi. Almeno, nell’incertezza che stiamo vivendo, è un’informazione in più. E in fondo, tutto considerato, ha anche una sua logica.

Permetto che le considerazioni che seguono sono state fatte su un campione di un centinaio di reflui reflui di depuratore, quindi su una matrice diversa. Ma penso che alcune valutazioni generali possano essere estese, con molta elasticità e prudenza, all’acqua di balneazione. Nel corso del mio lavoro, dicevo, all’atto del campionamento di un refluo depurato ho preso l’abitudine di appuntare sul verbale se il refluo si presentava “limpido”, cioè trasparente senza alcun tipo di impurità, come acqua di sorgente; “chiaro”, cioè trasparente nel suo complesso ma con delle piccole impurità percepibili a occhio nudo; oppure “opaco/torbido”. Confrontando queste note con i successivi risultati analitici ho potuto verificare che se il refluo campionato risulta “limpido” nel 92% dei casi è anche conforme, e quindi l’acqua è relativamente pulita, se è “chiaro”, per come sopra definito, la percentuale di conformità si abbassa al 35%, se è opaco o torbido il refluo è sicuramente (100%) non conforme. Questo è il sistema che in molti casi mi consente di capire come va un depuratore con la sola osservazione del refluo. Ma d’altra parte questa è una valutazione che facciamo tutti i giorni: nessuno di noi berrebbe ad un rubinetto da cui esce acqua torbida, mentre se l’acqua è limpida la beviamo tranquillamente senza chiedere il certificato analitico!

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L’aspetto di un refluo depurato quando il depuratore funziona bene

Come si diceva questo metodo non ha nulla di scientifico ed inoltre i limiti di accettabilità per la balneazione sono diversi, e molto più bassi di quelli degli scarichi. Ma mi sento di dire che, nella grande incertezza nella quale ci troviamo, portare con sé un barattolo o un bicchiere di vetro trasparente e osservare attentamente l’acqua del mare nel bicchiere può consentirci di avere un parametro di valutazione in più, che, vista l’insicurezza delle fonti ufficiali può essere utile per valutare il da farsi. In fin dei conti stiamo dicendo solo una cosa assolutamente ovvia: l’acqua pulita è inodore, incolore e non presenta elementi in sospensione.

Io farei così: sceglierei di andare a fare il bagno solo nei punti in cui i dati ARTA hanno dato risultati sempre positivi e porterei con me un barattolo di vetro trasparente. Arrivato a riva verificherei se l’acqua appare pulita e trasparente, senza colori, odori e materiale galleggiante di qualsiasi tipo. Infine riempirei il barattolo ed osserverei attentamente l’acqua, che dev’essere trasparente senza alcun tipo di sospensione visibile ad occhio nudo, come acqua da bere. Superate queste tre prove, mi farei un buon bagno.

 

UN NUOVO INTERROGATIVO: DOVE VADO A FARE IL BAGNO IN AGOSTO?

Il mese scorso ho pubblicato una tabella ricavata dai dati ufficiali ARTA con la quale cercavo di chiarire a me stesso in quali spiagge d’Abruzzo fosse più opportuno portare i miei figli a fare il bagno. La sorpresa per me fu di rendermi conto che una gran parte del litorale abruzzese era in buone, anzi ottime condizioni di balneabilità avendo concentrazioni batteriche inferiori al 10% del limite di legge. Naturalmente il lavoro fatto evidenziava anche ampi tratti di costa dove era evidentemente inopportuno o perlomeno rischioso fare il bagno.

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Mare pulito lungo il litorale abruzzese.

Ma poi, l’11, il 12 e il 13 luglio, ci sono stati nuovi campionamenti e nuove analisi ARTA. I giornali hanno riportato di un nuovo superamento a Pescara nord, in una zona fino a quel punto ritenuta pulita. E mi sono detto: non sarà che le cose sono cambiate e che quello che prima sembrava a posto oggi non lo è più? Allora, per evitare di sbagliare e andare a  fare il bagno in un tratto di costa con il mare poco pulito, mi sono armato di tanta pazienza e mi sono applicato si nuovo a mettere in ordine i dati che si trovano buttati sgarbatamente alla rinfusa nel sito dell’ARTA. Ho in pratica aggiunto alla precedente tabella i dati di luglio, adottando i medesimi criteri di  evidenziazione già espressi nel mio precedente articolo [link1] aggiornando poi di conseguenza la colonna riassuntiva.

Il risultato  del mio lavoro di oggi è il seguente: Balneazione 2016 agg. luglio

Ovviamente non ci sono grosse differenze con quanto riferito nell’articolo precedente, tuttavia alcune cose è bene precisarle.

Prima di tutto dobbiamo rilevare un superamento consistente a Roseto degli Abruzzi, in una zona che già nel mese di giugno aveva mostrato delle criticità. Poi c’è il dato anomalo, e un po’ sorprendente, di viale della Riviera nord a Pescara, in una zona che non ha mai dato problemi. Lo registriamo, lo segnaliamo e lo terremo d’occhio per valutare eventuali evoluzioni della situazione. Ma per il momento in quella zona  mi asterrei, non si sa mai. Al contrario, si evidenzia un miglioramento nella zona immediatamente a nord della foce del Pescara, ma ricordo che il 15 luglio, due giorni dopo il campionamento, c’è stato il temporale con lo sversamento di 55.000 metri cubi di liquame all’impianto della Madonnina [link2]. Quindi direi che non c’è da fidarsi per niente di quella zona. Infine i dati ARTA di luglio confermano la situazione estremamente critica della zona a nord della foce del Feltrino, al confine tra San Vito e il territorio di Ortona. In tutti gli altri tratti, insomma, le cose vanno benino.

Siccome però i dati, come si vede, sono piuttosto ballerini, direi che nulla può essere considerato definito, certo e immutabile. Allora sapete che farò? Userò questa tabella come orientamento di massima. Ma una volta in spiaggia userò tanto buon senso: mi ricorderò che l’acqua – per definizione – dev’essere, incolore, inodore e trasparente ed eviterò di immergermi se per caso dovessi vedere il mare opaco, torbido, o di un qualsiasi colore. Eviterò di immergermi se dovessi sentire odori sgradevoli o vedessi galleggiare schiuma o altro sulla superficie dell’acqua. Eviterò di fare il bagno ogniqualvolta il mio buon senso mi metterà sul chi vive.

Tanto premesso, me ne vado al mare. Buon bagno a tutti. Alla peggio, un bagno di sole e una doccia con l’acqua potabile non ce li toglie nessuno.