DALL’ACQUA ALLA PUGLIA ALL’AUTOSTRADA DI TOTO: IL FILO ROSSO DEL SACCHEGGIO DEL TERRITORIO ABRUZZESE

C’è un filo rosso che sembra legare senza soluzione di continuità le grandi opere che sono state presentate all’opinione pubblica abruzzese negli ultimi quindici anni. Ed è quello che unisce una serie di progetti che sono stati via via proposti e inseriti nelle varie programmazioni regionali e ministeriali millantando mirabolanti vantaggi economici (di facciata) per i cittadini ma che poi, ad una attento esame, si sono rivelati solo dei lucrosissimi affari per qualche importante società privata che lasciavano ai cittadini solo danni ambientali e rischi per la salute.

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Esplosione del gasdotto SNAM a Mutignano di Pineto (Teramo), 6 marzo 2015

Chissà se qualcuno si ricorda del famigerato progetto “Acqua alla Puglia”. Era un progetto faraonico che prevedeva di intubare le acque dei tre maggiori fiumi abruzzesi e di convogliarle in gigantesche condotte sottomarine per portarle fino in Puglia. Eravamo nel 2001 e il berlusconismo più aggressivo e rampante pervadeva la politica nazionale. I governatori di Abruzzo e Puglia, Giovanni Pace e Raffaele Fitto, inscenarono questo teatrino: “la povera regione Puglia è assetata, la siccità non consente di avere l’acqua necessaria e sufficiente per le attività e la vita delle persone”, questuò Fitto; “nessun problema, collega”, reagì prontamente il suo omologo abruzzese, “veniamo noi in vostro soccorso, siamo una regione notoriamente ricca di ottima acqua”. E sotto lo sguardo benevolo di Pietro Lunardi, quello della Rocksoil, società specializzata nello scavo di gallerie e che per questi eccelsi meriti di perforatore era stato nominato ministro delle infrastrutture da Berlusconi, si apprestavano a concludere, sperando nel placet delle popolazioni regionali, l’iter autorizzativo e progettuale a tal fine iniziato dalla società anglo-americana Binnie, Black & Veatch. Il ministro Lunardi fece addirittura predisporre, dal suo viceministro Viceconte, un gustoso pamphlet nel quale, sotto la titolazione farlocca di “Abruzzo, il sistema idrico” [link] si illustrava in realtà il progetto di trasferire 280 milioni di metri cubi di acqua all’anno dall’Abruzzo alla Puglia. Il pamphlet fu presentato agli abruzzesi nel 2003 in occasione di un evento promosso dagli enti interessati. Peccato che alcuni tecnici e ambientalisti avessero avuto tempo e modo di studiare le carte. Io avevo appena pubblicato sulla rivista L’Acqua dell’Associazione Idrotecnica Italiana un articolo [articolo] in cui rifacevo tutti i conteggi del bilancio idrico e idrologico della regione Abruzzo arrivando a conclusioni diametralmente opposte a quelle del ministero. Presi perciò la parola e spiegai che prima di tutto non è che se una regione è ricca dal punto di vista idrologico può permettersi a cuor leggero di privarsi di un enorme quantitativo di acqua, e che, soprattutto, la regione Puglia – a causa delle perdite idriche dovute al cattivo stato della rete di distribuzione idrica – perdeva ogni anno 390 milioni di metri cubi di acqua, e che dunque sarebbe stato molto più semplice, logico ed economico investire nella manutenzione straordinaria dell’acquedotto pugliese per recuperare l’acqua mancante piuttosto che realizzare opere costosissime per deprivare l’Abruzzo di un fiume di acqua che si sarebbe poi perso nel sottosuolo pugliese.

Probabilmente grazie a quell’intervento e ad altri dello stesso tenore l’evento di L’Aquila non ebbe l’effetto persuasivo sperato, la stampa riprese quei temi che diventarono di dominio pubblico e il progetto naufragò dopo pochi mesi per l’ostilità dell’opinione pubblica.

Tuttavia oggi, a distanza di quindici anni da quegli eventi, non si può fare a meno di notare che lo stesso cliché è stato tentato con insistenza e ripetutamente altre volte. L’idea di inventarsi qualcosa per fare soldi realizzando opere milionarie più o meno inutili sfruttando a fini privati denaro e risorse pubbliche quali acqua, suolo, paesaggio, idrocarburi, è stata riproposta ai cittadini abruzzesi con una frequenza martellante, quasi al ritmo di una di queste brillanti trovate ogni anno. Per quale motivo, poi, la politica avalli sempre queste iniziative lo lascio supporre a voi.

Nella tabella che allego [tabella] troverete un elenco, probabilmente non esaustivo, di questi progetti: si va dal già ricordato “Acqua alla Puglia” al tristemente noto progetto di Toto per accorciare la percorrenza autostradale verso Roma di 15 minuti, passando per il famigerato e pervicace Ombrina, del 2002 ma sventato solo nel 2014, per il Centro oli di Ortona, per il nuovo Piano regolatore portuale di Pescara, per l’elettrodotto della Terna, la Forest Oil di Bomba, il gasdotto SNAM e il più volte riproposto inceneritore da realizzarsi in Abruzzo.

Si ha davvero l’impressione che a qualcuno sia venuto in mente che l’Abruzzo sia la regione ideale per proporre e portare a compimento queste faraoniche imprese, redditizie per i privati quanto dannose per l’ambiente e i cittadini. La nostra è una regione con una buona posizione strategica, poco popolata e sinora poco impattata. Questa caratteristica dovrebbe spingere una sana politica a puntare sul turismo naturalistico e culturale perché ovviamente questa è la naturale vocazione dell’Abruzzo. Purtroppo però nella realtà si contrappongono due forze assolutamente impari nel potere di condizionamento delle scelte politiche: da una parte ci sono i cittadini, che dovrebbero essere sovrani ma che vengono considerati poco più che sudditi, dall’altra grosse società multinazionali che hanno dalla loro la capacità di essere sempre riconoscenti nei confronti di chi agevola i loro piani .

Non si può spiegare altrimenti, ad esempio, l’inerzia nel far partire effettivamente il parco della Costa dei Trabocchi e la pista ciclabile lungo l’ex tracciato ferroviario se non con l’antitetico interesse delle società petrolifere a sfruttare il petrolio in mare davanti alla medesima costa. L’iter autorizzatorio di Ombrina, e degli altri progetti estrattivi, sarebbe stato complicato a dismisura da un effettivo avvio del Parco dei Trabocchi e delle iniziative economiche connesse. Ma se si cominciasse sul serio a occuparsi dell’interesse pubblico, ci si accorgerebbe facilmente che un parco ben gestito in un ambiente tutelato crea turismo e risorse, altro che trivellazioni. Tuttavia il parco non si fa, si lascia stagnare l’economia per poi proporre i progetti delle multinazionali come soluzione.

Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di propriet‡ Edison ed Eni. ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY - NO ARCHIVE+++

La Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B

C’è però una buona notizia: quando i cittadini vigilano, si uniscono, manifestano, protestano la politica riesce ancora a capire quando è il momento di ritirarsi. Perché comunque il politico deve ancora, prima o poi, passare per le elezioni. E quindi va bene, cara multinazionale, ma se la gente protesta non ti posso più aiutare. E siccome è sempre più difficile che certe cose non si sappiano, grazie alle associazioni ambientaliste, ai cittadini sempre più connessi, all’azione dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle in parlamento e nelle istituzioni regionali e comunali, la politica finisce per doverne tenere conto. Tanto è vero che dei sei progetti tra quelli da me ricordati che sono giunti in qualche modo ad una conclusione, solo uno – l’elettrodotto Terna – è riuscito ad andare in porto. Gli altri sono stati stroncati dalla reazione della società civile e dall’azione della magistratura.

Resta comunque l’amaro in bocca per dover constatare che i nostri rappresentanti, appena possono, ci provano. Hanno contatti con le società multinazionali, siedono ai loro tavoli. Sembra di sentirli parlare con questi uomini d’affari, forse anche in soggezione, e cercare di ipotizzare come infiorettare la faccenda: che gli diciamo ai cittadini, come fare per far loro credere che stiamo agendo nel loro interesse?

Sembra di esserci, in queste riunioni che si svolgono sempre privatamente e a porte chiuse. E francamente non fa piacere capire che questo avvenga, sistematicamente, regolarmente. Penso che gli italiani e gli abruzzesi abbiano diritto ad avere qualcosa di meglio, qualcosa di più che dei lacchè delle multinazionali travestiti da governanti.

1 commento
  1. Antonio Spina dice:

    Ricordo benissimo la questione dell’acqua alla Puglia nel 2001 (Sospiri Nino + D’alfonso) e la nostra opposizione proprio per i motivi da te addotti, proprio sul sito di allora “portodipescara.com” (che poi è stato chiuso). E fummo “costretti” a crearlo proprio per le reticenze della stampa locale a parlare dell’argomento. La storia si è ripetuta con Ombrina e speriamo si ripeta per il Piano Regolatore Portuale di Pescara. Concordo pienamente con quello che scrivi. Bisogna che i cittadini stiano all’erta.

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