COME BUTTARE NELLA SPAZZATURA QUATTRO MILIARDI E MEZZO E FAR VIVERE FELICI LE MAFIE DEI RIFIUTI

Chi mi segue da un po’ forse ricorderà il mio articolo di  marzo 2016 [link]  nel quale parlavo di un esperimento di compostaggio domestico fatto sul mio balcone. Ho raccolto per un mese e mezzo la frazione organica del rifiuto prodotto dalla mia famiglia in una normalissima cassetta per le olive, di quelle traforate, aggiungendo una manciata di terriccio vegetale, e ogni tanto un pugno di segatura.

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Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: la cassetta piena di rifiuti organici.

Niente di più facile da fare, davvero alla portata di tutti. Per un mese e mezzo, dunque, non ho conferito il mio rifiuto organico al servizio di raccolta comunale. Secondo quest’interessante  pubblicazione dell’ENEA  [link]  dovrei avere così ridotto la mia produzione di rifiuto domestico del 70%.

Bene. Al termine dell’esperimento riferivo che il peso del rifiuto, grazie alla trasformazione in corso ad opera dei batteri e all’evaporazione dell’acqua contenuta nel rifiuto stesso, il peso del materiale conferito si era già ridotto di oltre il 50%. Nell’articolo vi avevo inoltre promesso che vi avrei tenuti informati degli ulteriori decrementi di peso, ed eccomi qua.

A metà settembre, dopo circa sei mesi dal termine dell’esperimento, ho raccolto il compost oramai maturo in una piccola busta di plastica. Sì avete capito bene: in una piccola busta di plastica ha trovato posto il rifiuto organico prodotto in un mese e mezzo da una famiglia di 4 persone. Il peso del materiale era pari a 2,2 kg, pari al 13,4% rispetto al totale di 16,4 kg di rifiuto conferito.

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Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: dopo sei mesi il compost maturo si è ridotto dell’87%

Insomma, con il compostaggio domestico una famiglia potrebbe ridurre il rifiuto conferito ad appena il 30% e utilizzare gli scarti organici per concimare il proprio orto o il proprio giardino. Io ho fatto l’esperimento sul terrazzo del condominio dove vivo, e porterò il mio compost in campagna, ma è certo che almeno tutte le famiglie che vivono in case unifamiliari potrebbero usare questo sistema. E sempre dall’articolo dell’ENEA si scopre che le famiglie che vivono in case unifamiliari non sono affatto poche: il 33% delle famiglie italiane, una famiglia su tre. A conti fatti, se tutte le famiglie italiane che vivono in case unifamiliari, e che quindi hanno a disposizione un minimo di terreno intorno, fossero incentivate a fare il compostaggio domestico la produzione dei rifiuti domestici, e quindi la corrispondente spesa pubblica, si ridurrebbe del 23%. Un comune come Spoltore  (19.000 abitanti) potrebbe risparmiare 700 mila euro che consentirebbe uno sgravio di circa 130 euro a famiglia.

Perché il compostaggio domestico sia una pratica così poco diffusa è un mistero che cercheremo di svelare alla fine dell’articolo. Ma vi posso anticipare che i responsabili sono sempre gli stessi: la malapolitica, la corruzione, le lobby, l’imprenditoria accattona e avida perennemente e cinicamente aggrepiata alla mangiatoia del denaro pubblico malgestito. Vedremo in che modo.

compost

Consideriamo ora i due terzi della popolazione italiana che non vivono in case unifamiliari. Ammettiamo che sia impossibile sperare di convincerli a fare quello che ho fatto io, vale a dire il compostaggio domestico da balcone. La cosa più corretta da fare per queste utenze sarebbe: selezione domestica dell’organico, raccolta porta a porta e conferimento del materiale in un centro di prossimità distante non più di 20 – 30 km dal centro urbano. E sì, perché non ci dobbiamo scordare che il rifiuto organico è composto per oltre l’85% di acqua (dal mio esperimento risulta l’86,6!) e i costi di trasporto sono in proporzione al peso del materiale e ai chilometri percorsi. Per cui, ogni chilometro in più che faccio percorrere ad un materiale pieno d’acqua per fargli raggiungere un centro di compostaggio distante centinaia di chilometri è un inutile costo per la collettività: sono soldi spesi per fare evaporare l’acqua da un’altra parte!

Cerchiamo di quantificare queste cifre, tanto per farci un’idea degli importi. Dal rapporto ISPRA sui rifiuti urbani  [link] (pag. 29) sappiamo che la produzione annua di rifiuti in Italia è di circa 30 milioni di tonnellate e che (pag. 41) la percentuale di frazione organica è pari al 43%. (Precedentemente avevamo parlato di una frazione organica del 70%: si sottolinea che i due dati non sono incongruenti. Nel primo caso, infatti, si parlava della frazione organica nell’ambito di una produzione prettamente domestica, dove la percentuale di organico è ovviamente maggiore essendo prevalenti gli scarti di cibo. In questo caso invece la percentuale è rapportata all’intera produzione di rifiuti urbani, che tiene conto dei rifiuti del sistema produttivo in genere.) Quindi su scala nazionale la produzione annua di rifiuto organico ammonta a circa 13 milioni di tonnellate. Se scarrozziamo questo quantitativo di rifiuti in giro per l’Italia con una percorrenza media di 300 km (dalla vicenda dell’AMA di Roma abbiamo saputo che i rifiuti organici si Roma venivano portati a smaltire presso lo stabilimento della società Bioman a Maniago, in provincia di Pordenone (http://bioman-spa.eu/), a ben 630 chilometri dalla capitale!), è facile calcolare che a un costo di mercato di 1,2 euro a tonnellata per km stiamo parlando di ben 4.680.000 euro (diconsi 4 miliardi e 680 mila euro)!.

Insomma, per capirci, il gioco è questo: il compostaggio domestico non va promosso, perché abbasserebbe la produzione di rifiuto organico. Il rifiuto organico non si composta in un impianto nelle vicinanze ma si trasporta a centinaia di chilometri. Il tutto messo regolarmente a bilancio e pagato dai cittadini ignari. Tutto questo teatrino vale circa quattro miliardi e mezzo di euro di soldi pubblici che corrispondono a circa l’1% dell’intera spesa pubblica nazionale.

Quanto incide questa somma sull’economia domestica di noi contribuenti? Il conto è presto fatto: si tratta di 75 euro all’anno per ogni cittadino, pari a circa 300 euro all’anno per un nucleo familiare di 4 persone. Soldi che in questo modo vengono sfilati al bilancio familiare dei cittadini ignari e finiscono alle lobby della spazzatura e del trasporto dei rifiuti, e per loro tramite alla peggiore politica che consente tutto questo.

Cosa si potrebbe fare di  utile per la società se non buttassero questi soldi letteralmente nella spazzatura? Un esempio per tutti: se si considera che i disoccupati in Italia sono circa 7.500.000 basterebbe questa cifra per dare a ognuno di loro un reddito minimo di cittadinanza di 600 euro. Che non è poco.

P.S. Da una persona bene informata ho saputo che la società Bioman farebbe capo alla moglie di un noto politico italiano, già sindaco di Roma. Dal sito della società naturalmente non si riesce ad avere conferma di questa notizia che sarebbe davvero uno scoop. Se qualcuno può accedere alle informazioni societarie tramite il sito della Camera di commercio o dell’Agenzia delle entrate potrebbe dare un’occhiata. Magari l’informazione è corretta e aspetta solo di essere resa pubblica.

IL SILENZIO DEI RESIDENTI – Lettera aperta al sindaco di Spoltore

Caro Sindaco,
undici anni fa mi trasferii con la mia famiglia nella frazione Villa Raspa del suo Comune, vendendo una casa di proprietà alla marina sud di Pescara, in cerca di un luogo quieto e residenziale dove poter trascorrere una vita tranquilla e riposare degnamente nelle ore notturne.
Cercai pertanto un luogo sufficientemente lontano dal centro di Pescara da poter essere ragionevolmente silenzioso specie nelle ore notturne. Villa Raspa faceva al caso mio. I primi anni tutto bene, poi cominciarono i guai: la lavanderia sotto casa venne trasformata in una gelateria, con annessa gazzarra serale fino a tarda ora, la scuola di musica implementò le sue attività e l’uso di amplificatori e altoparlanti, il parroco decise di scampanare gagliardamente sette – otto volte al giorno e fino all’anno scorso il bar Maden in estate si concedeva di giovedì le sue serate musicali, peraltro regolarmente autorizzate dal competente ufficio comunale che tuttavia ometteva nell’ordinanza l’indicazione del massimo livello sonoro ammissibile.
Ora io non ho nessuna preclusione nei confronti dei suoni e della musica, ma in special modo durante le ore notturne gradirei un relativo silenzio e una relativa quiete intorno a me.
Non mi riesce di trovare in rete il piano di zonizzazione acustica comunale, tuttavia secondo la tabella A dell’Allegato al D.P.C.M. 14/11/1997 la zona dove abito io è sicuramente di classe II, anche se – considerata la presenza nelle immediate vicinanze della scuola elementare e del parco pubblico – potrebbe anche rientrare in una classe I. A queste classi si associano comunemente livelli di emissione sonora nella fascia notturna, espressi come Leq (livello sonoro equivalente), di di 35 dB(A) per la classe I e di 40 dB(A) per la classe II. Con una rapida ricerca su internet si viene a sapere che il livello 30 dB corrisponde ad un bisbiglìo, o a un sussurro, alla distanza di un metro mentre il livello di 40 dB corrisponde al livello sonoro di un quartiere residenziale di notte che viene posto da alcuni autori allo stesso livello del rumore percepito all’interno di una biblioteca.
Per la fascia diurna, invece, dalle 6 alle 22, si prevedono livelli di emissione sonora tra i 45 dB(A) per la classe I e i 50 dB(A) per la classe II: significa che a Villa Raspa di giorno il massimo livello sonoro in strada non dovrebbe superare quello che si percepisce in un ambiente domestico o in una strada tranquilla.

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Insomma caro Sindaco, zonizzazione acustica o no, non c’è nessun motivo per il quale io e la mia famiglia non possiamo avere diritto a vivere ai livelli sonori previsti dalle norme e adottati dal vicino comune di Pescara e non si capisce perché, al contrario, dobbiamo sopportare tutte le sere estive sino a mezzanotte, l’una, il chiasso dei clienti della gelateria senza che sia possibile chiedere agli stessi di abbassare il tono della voce e mangiare il gelato senza schiamazzare.
Parimenti non si capisce come mai nelle ordinanze comunali di autorizzazione delle feste (a luglio ne abbiamo due in fila, il saggio della scuola di musica e la sagra, che quest’anno sono durate circa quattro giorni l’una) non si possano imporre degli orari da rispettare e dei limiti di emissione sonora per fascia oraria.
Lungi dal volere creare una diatriba alla Peppone e Don Camillo, sarebbe probabilmente possibile richiedere con una garbata lettera al parroco di limitare il più possibile frequenza e durata degli scampanamenti, moderandone corrispondentemente il livello di emissione.
Infine le ricordo che il disciplinare tecnico del servizio di igiene urbana del comune di Spoltore prevede, alla pagina 13 “l’impiego di mezzi idonei quali autospazzatrici dotate di aspiratori o mezzi similari, soffiatori, ecc., purché dotati di sistemi di insonorizzazione che ne contengano la rumorosità ai limiti di accettabilità ammessi dalla normativa comunale (zonizzazione acustica) per interventi anche nelle ore notturne”. Ecco, forse si potrebbe ricordare agli incaricati dello spazzamento di Via Bari che se intendono attivarsi alle 5 di mattina dovrebbero premurarsi di rispettare il disciplinare che hanno sottoscritto e dotare i propri mezzi di sistemi di insonorizzazione che non emettano rumori superiori a un bisbiglio o un sussurro percepito alla distanza di un metro.
Non so come dirglielo, caro Sindaco, ma verosimilmente se vogliamo rispettare il sonno dei cittadini e la legge spazzando in ore notturne sarà necessario tornare a impugnare le ramazze.
Con stima e simpatia,
Carlo Spatola Mayo

P.S. Anticipo l’obiezione della mancanza del fonometro per misurare i decibel: da una veloce ricognizione in rete risulta che al giorno d’oggi si possa acquistare un fonometro non professionale ma comunque immagino funzionante e semplicissimo da usare con cifre che vanno dai 17 euro in su. Probabilmente uno strumento del genere non potrà consentire di elevare sanzioni inoppugnabili ma è certo che se fornito ai vigili urbani potrebbe consentire loro di argomentare più solidamente con i trasgressori. Parimenti pare di capire che fonometri migliori hanno prezzi in ogni caso decisamente contenuti che si aggirano intorno a poche centinaia di euro.

Mare sporco? Il problema viene dall’alto!

Lo sapevi che il nostro corpo è composto per il 75% di acqua? Pensi che puoi considerarti un figlio dell’acqua? L’acqua ci tiene in vita , perché senza di essa noi saremmo estinti!
Io sono un pescatore e l’acqua oltre a darmi la vita è l’elemento che piu mi appassiona e mi da
gioia.
Ogni volta che vado a pesca percorro circa 3 km di fiume, in acqua, immerso in ciò che mi da la
vita.
Ogni volta vedo dei piccoli mali, mali che si uniscono a noi, come dei piccoli raffreddori…
Finchè si tratta solo di un pò di tosse passi avanti e ti lasci questo piccolo male alle spalle…
Poi un giorno ti rendi conto che rimandare sempre sta uccidendo ciò che più ami al mondo…
E’ proprio in quel giorno che ti trovi quasi alla sorgente della tua vita e all’improvviso la vedi
diventare triste , di un colore marrone….
Allora ti decidi e cerchi di scoprire quale sia il problema ….
All’improvviso ti trovi davanti ad un grande male, come un tumore , e ti spaventi…
inizi a vedere pesci salire a galla morti … vedi la vegetazione intorno a te moribonda, inizia a
girarti la testa e decidi di andar via da quello schifo…
Nel viaggio di ritorno mille domande ti riempiono la mente e ti chiedi perchè un essere umano
dovrebbe distruggere ciò che gli da la vita. Lo fa solo per soldi?
Ed è allora che ti arrabbi e decidi di lottare contro questi mali…
Il giorno seguente non vai a lavoro, ti armi di telecamera deciso e mostrare a tutti il perché dei
bambini che si sentono male in spiaggia,  il perché degli sfoghi sulla pelle, il perché c’è il divieto di balneazione quasi ogni giorno.
Arrivi a Coppito (AQ) proprio sotto le 99 cannelle e ti trovi davanti ad altri pesci morti, acqua
marrone con un puzzo che da alla testa …
Riprendi tutto e decidi che non basta curare un solo male ed allora via lungo tutto il fiume da
l’Aquila a Pescara…
Quello che segue è lo scenario pauroso che mi sono trovato davanti quando ho deciso di diventare
quel figlio che implora la sua mamma malata di andare dal medico.
La medicina a questo male siamo noi, bisogna denunciare! rispetta la natura! è tua madre!

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COME SPRECARE UN FIUME D’ACQUA E DI SOLDI, E (FORSE) NON RENDERSENE CONTO

Oggi sono venuto a conoscenza una storia davvero incredibile di cattiva gestione della cosa pubblica: è necessario che ve le racconti. Ancora una volta parliamo di acqua. Parliamo di gente che occupa posizioni di responsabilità nella gestione delle risorse idriche e ambientali senza un minimo di capacità, di cultura, di preparazione. Gente che ha occupato questi posti per anni compiendo scelte sbagliate e dannose, sperperando denaro pubblico a fiumi per mancanza di una visone olistica della molteplicità dei fattori e delle variabili che naturalmente entrano in gioco quando si ha a che fare con tematiche così importanti e complesse. Insomma, una storia di mala gestio all’italiana.

Sapete cos’è questa?

sorgente

La sorgente

E’ una sorgente di ottima acqua di falda che sgorga a monte della zona industriale di Bussi, in una zona che con ogni probabilità, per quota e posizione in relazione ai flussi idrici sotterranei, dovrebbe essere incontaminata.

Bene, questa sorgente ha una portata di circa 700 – 800 litri al secondo, pari ad oltre il 50% della portata attuale dell’acquedotto del Giardino, ed è captata da decenni mediante una grande tubazione di cemento armato che la consegna allo stabilimento industriale di Bussi dove viene utilizzata per il raffreddamento e per scopi industriali. Sì, avete capito bene: ottima acqua potabile usata raffreddamento e scopi industriali.

Mi sono informato presso alcuni tecnici dell’azienda i quali mi hanno confermato che per i loro scopi andrebbe altrettanto bene l’acqua di fiume, non è certo necessaria l’acqua di sorgente.

diga

L’opera di captazione

Premesso questo, è necessario ora ripercorrere per sommi capi la storia dell’approvvigionamento idrico della val Pescara. Negli anni ‘50 venne progettato e realizzato l’acquedotto del Giardino per servire gli abitati di Pescara e Chieti e degli altri centri della Val Pescara. La portata originaria prevista era di 800 litri al secondo (oggi alla sorgente vengono captati 1000 – 1200 litri al secondo), poi ci si rese conto che, a causa dell’espansione demografica, dell’aumento  del tenore di vita e anche – purtroppo – delle perdite idriche, la portata originaria non era più sufficiente. Quindi sorse l’esigenza di incrementare tanto le opere di trasporto, le tubazioni, quanto gli approvvigionamenti.

E sul fronte degli approvvigionamenti, negli anni ’80 a qualcuno nell’ambito Cassa del Mezzogiorno venne in mente di creare un campo pozzi in località Sant’Angelo a Castiglione a Casauria per pompare dalla falda circa 800 litri al secondo da immettere nell’acquedotto del Giardino per sopperire ad eventuali periodi di carenza idrica. Peccato che l’area scelta si trovava a valle del sito inquinato dello stabilimento Montedison di Bussi. E infatti 25 anni dopo, nel 2007, si scoprì che i pozzi Sant’Angelo immettevano nell’acquedotto acqua inquinata (ma va’? A valle del sito più inquinato d’Europa? Chi l’avrebbe mai detto?) e i pozzi vennero chiusi [link] . Non conosco con esattezza il costo dei pozzi ma immagino si possa trattare di una somma che attualizzata si aggiri attorno ai 5 milioni di euro. E mentre spendevamo questi soldi, senza che nessuno se ne rendesse conto, 800 litri al secondo di ottima acqua potabile erano usati dalla Montedison per il raffreddamento e per scopi industriali.

Chiusi i pozzi Sant’Angelo il commissario governativo nominato ad hoc per l’emergenza del fiume Pescara, Adriano Goio, decise di integrare l’acquedotto del Giardino con una portata di circa 700 litri al secondo realizzando in somma urgenza un nuovo campo pozzi e un tronco di acquedotto, per un costo di circa 5 milioni di euro, in località San Rocco a Bussi. Considerata la loro ubicazione, è probabile che pozzi peschino dalla stessa falda che naturalmente fluisce nella tubazione che porta l’acqua potabile allo stabilimento industriale di Bussi. Anche il commissario Goio non sapeva dunque niente dell’esistenza di questa captazione e del duo cattivo uso ed ha così pensato bene di realizzare costose opere di pompaggio anziché usare l’acqua che fluisce naturalmente dal sottosuolo.

Insomma, fino a questo punto, senza tener conto dei danni causati dall’immissione in rete di acque contaminate dai pozzi Sant’Angelo,  la necessità di integrare di 7 -800 litri al secondo l’acquedotto del Giardino è costata ai cittadini una diecina di milioni di euro.

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La tubazione di adduzione allo stabilimento di Bussi

Ma non è certo finita qui. Perché a latere di tutta questa delirante vicenda se n’è sviluppata, indipendentemente e parallelamente, un’altra ancor più delirante e altrettanto inutilmente dispendiosa per i cittadini. Come si dice, oltre al danno, la beffa.

Mi riferisco al fantomatico potabilizzatore di San Martino [link]. Ve la riassumo brevissimamente per non tediarvi: negli anni ’70 viene richiesto dalla Cassa del Mezzogiorno al Ministero dei Lavori Pubblici un finanziamento per realizzare un impianto di potabilizzazione delle acque del Pescara in località San Martino a Chieti, sempre con il fine di integrare la portata dell’acquedotto del Giardino per fronteggiare eventuali carenze idriche. Nel 1990 viene realizzato un primo impianto “piccolo”, da 100 litri secondo, che non è mai entrato in funzione, ma che è costato una cifra in lire che, attualizzata, di aggira sul milione di euro. Successivamente viene realizzato un secondo potabilizzatore, terminato nel 2005, da 500 litri al secondo, per un importo che, risulta aggirarsi intorno  ai 25 milioni di euro. Ma anche questo secondo depuratore non può entrare in funzione poiché le acque del Pescara hanno un livello di inquinamento che non le rende compatibili con la potabilizzazione, e quindi gli enti preposti al controllo non rilasciano i necessari permessi. Una qualsiasi persona normale, non necessariamente un manager ma qualsiasi persona onesta e cerebralmente normodotata verificherebbe prima di fare un’opera del genere la possibilità di utilizzare le acque del fiume. Ma in questo caso, che volete, è andata così, e abbiamo ben due potabilizzatori nuovi di zecca in grado di fornire complessivamente 600 litri al secondo, costati 26 milioni di euro che non hanno mai funzionato.

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Il potabilizzatore di San Martino

Non possiamo a questo punto fare a meno di notare questa inquietante coincidenza: il RUP  (responsabile unico del procedimento) di questo progetto era Giampiero Leombroni [curriculum] la persona che sembra sia destinata a prendere prossimamente le redini dell’ACA.

E’ tutto, direte voi? Ma no: visto che non ci facciamo mai mancare niente, nel 2006 è stata posta in opera buona parte delle tubazioni della rete duale prevista per la distribuzione di acque potabilizzate che esistono solo sulla carta e, forse, nelle intenzioni dei progettisti. Altri tubi, altri lavori, altri costi. Altri disagi e nessun vantaggio per i cittadini.

Mentre succedeva tutto questo, mentre si sperperavano 36 milioni di euro per reperire 7 -800 litri al secondo di acqua potabile in nome di un’emergenza idrica presunta più che reale, avveniva che 800 litri al secondo di ottima acqua potabile continuavano ad essere utilizzati per scopi industriali negli stabilimenti di Bussi. Tutto sotto lo sguardo distratto, disattento, incapace, inadeguato di un inutile commissario all’emergenza del fiume Pescara e di un certo numero di amministratori, direttori, responsabili, impiagati ATO e ACA profumatamente quanto inutilmente pagati.

E che adesso ambiscono a continuare a fare danni.