IL SIMBOLISMO FALLICO DEL PONTE INUTILMENTE STRALLATO

Sta per essere ultimato il cosiddetto “Ponte nuovo” di Pescara. Una struttura che, secondo la vulgata ufficiale, collegherà l’asse attrezzato con le aree di risulta. Bene. Cioè, male.

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Un’immagine di come sarà il cosiddetto Ponte nuovo di Pescara

Sarò strano io ma sinceramente, vivendo da trent’anni la quotidianità id Pescara, non riesco proprio  ad immaginarmi un fiume di auto che quotidianamente impegneranno due corsie per ogni senso di marcia del costruendo ponte per andare dall’asse attrezzato alle aree di risulta e viceversa. O meglio, qualche macchina lo percorrerà di sicuro, non foss’altro per la novità di passare su questo ponte dal design ardito e futuristico. E che diamine, abbiamo pure noi un ponte moderno, un segno architettonico simbolico che unisce le due parti della città. E sia, se così piace ai cittadini. Ma la domanda che mi sorge spontanea è: era davvero necessario? O meglio: corrisponde ad una reale necessità della città? E quanto ci è costato?

Perché vedete, non è che non mi risulti evidente – in generale – la necessità di connettere le due sponde di una città che sorge a cavallo di un corso d’acqua. Solo mi viene spontaneo riflettere sul fatto che a Pescara, tra il ponte delle Libertà e il ponte del Mare esistono già otto ponti in 2.400 metri, mediamente uno ogni trecento metri. La connessione con le aree di risulta, se fosse davvero strategica, esiste già con il ponte delle Libertà e il ponte D’Annunzio, da migliorare eventualmente con piccoli interventi urbanistici a costi irrisori. E in generale non sembrano esistere i presupposti per ipotizzare, o peggio, incentivare un incremento del traffico veicolare a Pescara: intanto perché con la crisi che viviamo dal 2008 le attività imprenditoriali cittadine si sono ridotte e la gente in generale è meno propensa a girare e a spendere, poi perché nel frattempo sono sorti come funghi dappertutto, nelle aree periferiche, nuovi centri commerciali e infine perché la gente ha ricominciato a muoversi, in ambito urbano, con l’autobus, a piedi e soprattutto in bicicletta.

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Un altro rendering del Ponte Nuovo di Pescara

E allora questo ponte ridondante è come un dinosauro imposto fuori tempo massimo a una città che non ne ha più bisogno e che anzi, dovrebbe imparare ad averne sempre meno bisogno. Una città che, nonostante i suoi amministratori sta cercando di riprendersi i suoi tempi e i suoi spazi, che sta rivalutando modi di vivere differenti da quello che evidentemente costituisce l’imprinting di coloro che decidono circa l’uso dei nostri soldi. E’ stato recentemente raddoppiato il ponte delle Libertà è ne è stata intelligentemente realizzata la connessione all’asse attrezzato. Poteva essere sufficiente. Ma sarebbe stato inoltre opportuno, direi necessario, mettere mano seriamente alle piste ciclabili lungofiume, chiuse oramai da quindici mesi. Sarebbe stato auspicabile realizzare un parco fluviale fruibile lungo la golena nord, utilizzando i terreni selvaggi e abbandonati da oltre trent’anni tra il distributore Agip e il ponte della ferrovia. Sarebbero state utili tante altre iniziative, e invece ricadiamo sempre negli stessi rituali: il politico che per gratificare se stesso mette in cantiere opere più o meno inutili imbrattando di cemento tutto quello che gli capita a tiro. Le invadenti opere pubbliche vengono proposte sempre nello stesso modo in cui si proponevano negli anni ’50, come delle opportunità di crescita e di sviluppo, senza rendersi conto che i cittadini di oggi non sono più quelli del dopoguerra e le loro esigenze non sono i più i ponti ma la qualità della vita, la diminuzione dello stress e dell’inquinamento, la bellezza e l’armonia dell’ambiente dove vivere e far crescere i propri figli, la sicurezza personale, familiare e nei confronti del futuro.

Ma tutto questo cozza contro l’ego straripante e incontenibile dell’amministratore pubblico nostrano. Se poi ci si aggiunge l’antenna del ponte strallato ritta e svettante contro il cielo in tutta la sua evidente allusione fallica allora non abbiamo più dubbi: il ponte nasce e si realizza unicamente come simbolo di potenza del politico che lo propone, malaccortamente mascherato da una vernice superficiale e posticcia di pseudoutilità pubblica.

Quell’antenna, quel fallo svettante a sfidare il cielo della supposta onnipotenza del politico nostrano, dal punto di vista tecnico non ha alcun senso. E’ una struttura inutile ai fini statici, e gli stralli non serviranno a un bel nulla se non a vestire di cavi metallici un ponte che si regge perfettamente senza di essi. Perché vedete, i ponti sospesi in genere, e in particolare quelli strallati come questo, nascono per l’esigenza di coprire luci importanti, da minimo 200 metri fino a oltre 1200 metri. Per sorpassare un fiume come il Pescara, che in quel punto è largo una quarantina di metri, non era necessario – dal punto di vista tecnico – nulla di tutto ciò. E infatti il ponte attualmente sta su da solo, senza i tiranti. E su una luce così modesta starebbe su benissimo da solo anche con il carico del traffico, con l’unica necessità di ricalcolare gli elementi strutturali adeguando eventualmente le sezioni, ma comunque con costi notevolmente minori.

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Il ponte come si presenta oggi, si sorregge perfettamente senza nessuna necessità di cavi di sostegno

Insomma, cari pescaresi, quando percorrerete il maestoso ponte inutilmente strallato che ci stanno regalando in nostri amministratori pubblici di oggi, di ieri e dell’altro ieri tenete ben presente che quel ponte non è un regalo che una buona politica ha fatto ai cittadini. Esso è, al contrario, il regalo che i politici hanno fatto a se stessi per soddisfare il proprio incontenibile e insaziabile ego, con i vostri soldi. Ricordatevelo quando, nel chiedervi il voto vi diranno: “ma noi abbiamo fatto il Ponte inutilmente strallato”.

LO STRABISMO DELLA POLITICA AMBIENTALE ABRUZZESE

Gli appalti sono stati tutti eseguiti, i lavori sono iniziati e interesseranno l’intero territorio abruzzese.” “Diciamo che per l’inizio dell’estate dovremmo aver completato il 50% degli impianti”. Splendido.

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    L’articolo sul Messaggero del 12 aprile 2016

Il quadro rassicurante che traspare dalle parole che il sottosegretario regionale con delega all’ambiente avrebbe pronunciato, riportate dal giornale “il Messaggero” del 12 aprile 2016 era però, e resta, un miraggio. Nel senso che riporta una realtà immaginata, virtuale, non vera allora e – cosa ancora più grave – tuttora, nonostante siano passati inutilmente altri sei mesi di chiacchiere inutili e di nessun fatto concreto.

E sì, perché dei cantieri di cui parlava il sottosegretario competente in materia ambientale, almeno per quanto riguarda il territorio della provincia di Pescara non ve n’era traccia allora e non ve n’è traccia nemmeno oggi.  Nel corso dei miei sopralluoghi sugli impianti di depurazione della provincia di Pescara, infatti, non mi capita mai di imbattermi in recinzioni, scavatori, trivelle e betoniere. Né di vedere all’opera altri che i manutentori della società di gestione o qualche autobotte che viene a spurgare i fanghi dagli impianti. Insomma fatevene una ragione: nessun cantiere all’opera, nessun impianto in adeguamento né ad aprile, né oggi.

Più che di una visione miope della questione della depurazione abruzzese sembra pertanto più appropriato parlare di visione strabica: da una parte gli slogan, le dichiarazioni, i messaggi elettorali roboanti come quello che pretendeva di dare agli abruzzesi “fiumi ripuliti, belli e godibili”, dall’altra la realtà. E le due immagini, come nella visione strabica, non riescono a sovrapporsi. Ognuno poi può scegliere di guardare con l’occhio che vuole: quello della fantasia, delle promesse, delle chiacchiere inutili propalate ad una stampa sempre molto distratta e poco interessata alle verifiche, oppure con quello della cruda e impietosa realtà.

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Il fatto è che se il 50% dei lavori di ampliamento e adeguamento programmati sugli impianti di depurazione abruzzesi fossero stati davvero completati la situazione della balneabilità nell’estate 2016 sarebbe dovuta migliorare e non peggiorare. Non ci saremmo dovuti trovare continuamente e reiteratamente in emergenza balneazione come è successo quest’estate. E infatti, se guardiamo le cose solo con l’occhio della realtà, chiudendo quello della fantasia, il quadro è chiaro e coerente. Zero cantieri, zero adeguamenti, zero ristrutturazioni, fiumi in cattive condizioni, balneazione pessima. Visto com’è facile capire l’essenza delle cose? Basta guardare le cose per come sono e non per come ci vengono raccontate. Insomma, con l’occhio giusto.

Ma l’estate oramai è passata, anche per quest’anno la cattiva politica in Abruzzo ha mortificato e svilito la vocazione turistico-balneare delle nostre località costiere. E quello che più sorprende, senza che gli operatori del turismo, danneggiati in maniera oramai quasi irreparabile almeno per i prossimi dieci – quindici anni, abbiano sollevato problemi sostanziali. Contenti loro…! Io però, da tecnico, anche quest’anno mi sento moralmente costretto a dire la mia e a mettere in guardia la politica abruzzese, i balneatori e i cittadini che se non si inizierà da subito con un serio programma di opere rapidamente cantierabili su alcuni depuratori difettosi o insufficienti, se non si procederà rapidamente al censimento e all’intercettazione di tutti gli scarichi abusivi lungo i corsi d’acqua, se non si inizierà immediatamente a progettare la separazione delle reti fognarie dei comuni rivieraschi, in Abruzzo non si andrà più al mare per i prossimi vent’anni.

Purtroppo non si vedono spiragli né nell’interlocutore politico, generalmente impreparato e in ogni caso non libero nel fare le scelte giuste nell’interesse dei cittadini, ma nemmeno negli interlocutori tecnici, selezionati negli ultimi decenni più per il loro servilismo che per le loro capacità. Ne volete un esempio? Pare – da fonti bene informate – che il motivo per cui i lavori ai depuratori a tutt’oggi non siano ancora partiti risieda in questo insormontabile problema: per far partire i cantieri è necessaria per legge un’autorizzazione provvisoria, quest’autorizzazione la rilascia le Regione sulla base di un parere ARTA ma il tecnico ARTA incaricato (che mi preme precisare non essere il sottoscritto!) vista la grande mole di richieste giunte presso il suo ufficio ritiene di essere impossibilitato a procedere. E tutto si sarebbe bloccato per questo motivo.

A me sembra folle, ma vista l’autorevolezza della fonte e conoscendo un pochino come vanno certe cose direi che grosso modo è quello che realmente sta succedendo.

E la Regione invece di verificare la cosa, di trovare una soluzione, di bypassare il parere ARTA oppure di imporre all’ARTA di affiancare al tecnico in questione un paio di collaboratori esperti e risoluti, che fa? Niente. Proclami, manifesti con elenchi di cifre stanziate da qualche parte per fare qualcosa, dichiarazioni irrealistiche di cantieri immaginari.

Così anche quest’anno passerà il Natale, il Carnevale, la Pasqua e poi ci ritroveremo alle soglie della stagione balneare 2017 con un sostanzioso bottino di chiacchiere inutili e un magro bilancio di azioni concrete. Non ci resta che sperare che lo strabismo di Pescara diventi – per la città – in un’attrattiva come nel caso dello strabismo di Venere. imagesMagari potrebbe propiziare un fenomeno di turismo di massa per venire a visitare la città in cui, più che altrove, le chiacchiere dei politici vengono ingurgitate acriticamente dai cittadini rassegnati e dove i balneatori continuano imperterriti a votare da anni chi li sta facendo fallire. Chissà…

ANCORA CINQUANTA GIORNI DI LOTTA PER DIRE NO – di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Tomaso Montanari, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky

Cari Wittenberghiani. Ripubblico questo importante articolo a firma importanti esponenti della cultura nazionale quali di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Tomaso Montanari, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky con una raccomandazione: cinquanta giorni di lotta, come hanno voluto titolare gli autori , significa per il popolo del NO, che non dispone altro che della rete per diffondere il proprio punto di vista, condividere e diffondere in modo semplice e comprensibile e quindi capillare la controinformazione rispetto alla informazione mainstream con la quale già da tempo il governo ci sta condizionando in tutti i modi. E’ inutile diffondere dotte e lunghe dissertazioni in punto di diritto: le persone di elevato livello culturale che le possono capire sono poche e sanno già cosa votare: quelle libere votano no, quelle aggreppiate alla mangiatoia sì. Ma la partita si gioca tra la gente comune e gli argomenti devono essere semplici, autorevoli, precisi e comprensibili a tutti. Ecco, questo articolo ha questi pregi. Ve ne raccomando la diffusione capillare. Grazie!

“Tra cinquanta giorni, il prossimo 4 dicembre, il Governo Renzi chiederà agli italiani: «volete contare di meno, volete meno democrazia, volete darci mano libera?».

Noi risponderemo di No. Perché non vogliamo contare di meno, non vogliamo meno democrazia, non vogliamo dare mano libera a questo, come a qualunque altro governo.
Una classe politica incapace e spesso corrotta prova a convincerci che la colpa è della Costituzione: ma non è così. A chi ci dice che per far funzionare l’Italia bisogna cambiare le regole, rispondiamo: noi, invece, vogliamo cambiare i giocatori.

Questa riforma non abbatte i costi della politica: fa risparmiare 50 milioni l’anno (non 500 come dice il Presidente del Consiglio, mentendo), che è quanto gettiamo ogni giorno in spesa militare. Come possiamo credere alla buona fede di un governo che sottrae somme enormi al bilancio pubblico permettendo alla Fiat (ma anche all’Eni, controllata dallo Stato) di pagare le tasse in altri paesi, e poi viene a chiederci di fare a brandelli le garanzie costituzionali per risparmiare un pugno di soldi?

Questa riforma non abolisce il Senato: che continuerà a fare le leggi seguendo numerosi e tortuosi percorsi. Quella che viene abolita è la sua elezione democratica diretta: il Senato farà la fine delle attuali provincie, che esistono ancora, spendono denaro pubblico, ma sono in mano ad un personale nominato dalla politica, e non eletto dal popolo.

Questa riforma consentirà a una maggioranza gonfiata in modo truffaldino dalla legge elettorale su cui il governo Renzi ha chiesto per ben tre volte la fiducia di scegliersi il Presidente della Repubblica e di condizionare la composizione della Corte Costituzionale e del CSM.

Questa riforma attua in modo servile le indicazioni esplicite della più importante banca d’affari americana, la JP Morgan, che in un documento del 2013 ha scritto che l’Italia avrebbe dovuto liberarsi di alcuni ‘problemi’ dovuti al fatto che la sua Costituzione è troppo «socialista». Quei ‘problemi’ sono – nelle parole di JP Morgan –: «governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo». Matteo Renzi dice che il suo modello politico è Tony Blair, il quale oggi percepisce due milioni e mezzo di sterline all’anno come consulente di JP Morgan. E la domanda è: a chi giova questa riforma costituzionale, ai cittadini italiani o agli speculatori internazionali?

Ma negli ultimi giorni anche osservatori legati alla finanza internazionale stanno iniziando a farsi qualche domanda. Il «Financial Times» ha definito la riforma Napolitano-Renzi-Boschi «un ponte che non porta da nessuna parte». La metafora è particolarmente felice, visto che la campagna referendaria di Renzi è partita con la resurrezione del Ponte sullo Stretto, di berlusconiana memoria.

E in effetti c’è un forte nesso tra la riforma e le Grandi Opere inutili e devastanti: il nuovo Titolo V della Carta è scritto per eliminare ogni competenza delle Regioni in fatto di porti, aeroporti, autostrade e infrastrutture per l’energia di interesse nazionale: e spetta ai governi stabilire quali lo siano.

Così il disegno si chiarisce perfettamente: lo scopo ultimo della riforma è umiliare e depotenziare la partecipazione democratica. Sarà il Presidente del Consiglio e il suo Governo, quali che essi siano oggi e domani, a decidere dove fare un inceneritore o un aeroporto: senza possibilità di appello. È la filosofia brutale dello Sblocca Italia: mani libere per il cemento e bavaglio alle comunità locali. Il motto dello Sblocca Italia è lo stesso della Legge Obiettivo di Berlusconi: «Padroni in casa propria». Un motto dalla genealogia dirigistica che ben riassumeva l’idea di poter disporre del territorio come padroni.

Ebbene, nel Mulino del Po di Riccardo Bacchelli un personaggio dice che la sua idea di buongoverno è che «tutti siano padroni in casa propria e uno solo comandi in piazza». Non è questa la nostra idea di democrazia: è a tutto questo che, il 4 dicembre, diremo NO.

(15 ottobre 2016)