ANCORA CINQUANTA GIORNI DI LOTTA PER DIRE NO – di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Tomaso Montanari, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky

Cari Wittenberghiani. Ripubblico questo importante articolo a firma importanti esponenti della cultura nazionale quali di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Tomaso Montanari, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky con una raccomandazione: cinquanta giorni di lotta, come hanno voluto titolare gli autori , significa per il popolo del NO, che non dispone altro che della rete per diffondere il proprio punto di vista, condividere e diffondere in modo semplice e comprensibile e quindi capillare la controinformazione rispetto alla informazione mainstream con la quale già da tempo il governo ci sta condizionando in tutti i modi. E’ inutile diffondere dotte e lunghe dissertazioni in punto di diritto: le persone di elevato livello culturale che le possono capire sono poche e sanno già cosa votare: quelle libere votano no, quelle aggreppiate alla mangiatoia sì. Ma la partita si gioca tra la gente comune e gli argomenti devono essere semplici, autorevoli, precisi e comprensibili a tutti. Ecco, questo articolo ha questi pregi. Ve ne raccomando la diffusione capillare. Grazie!

“Tra cinquanta giorni, il prossimo 4 dicembre, il Governo Renzi chiederà agli italiani: «volete contare di meno, volete meno democrazia, volete darci mano libera?».

Noi risponderemo di No. Perché non vogliamo contare di meno, non vogliamo meno democrazia, non vogliamo dare mano libera a questo, come a qualunque altro governo.
Una classe politica incapace e spesso corrotta prova a convincerci che la colpa è della Costituzione: ma non è così. A chi ci dice che per far funzionare l’Italia bisogna cambiare le regole, rispondiamo: noi, invece, vogliamo cambiare i giocatori.

Questa riforma non abbatte i costi della politica: fa risparmiare 50 milioni l’anno (non 500 come dice il Presidente del Consiglio, mentendo), che è quanto gettiamo ogni giorno in spesa militare. Come possiamo credere alla buona fede di un governo che sottrae somme enormi al bilancio pubblico permettendo alla Fiat (ma anche all’Eni, controllata dallo Stato) di pagare le tasse in altri paesi, e poi viene a chiederci di fare a brandelli le garanzie costituzionali per risparmiare un pugno di soldi?

Questa riforma non abolisce il Senato: che continuerà a fare le leggi seguendo numerosi e tortuosi percorsi. Quella che viene abolita è la sua elezione democratica diretta: il Senato farà la fine delle attuali provincie, che esistono ancora, spendono denaro pubblico, ma sono in mano ad un personale nominato dalla politica, e non eletto dal popolo.

Questa riforma consentirà a una maggioranza gonfiata in modo truffaldino dalla legge elettorale su cui il governo Renzi ha chiesto per ben tre volte la fiducia di scegliersi il Presidente della Repubblica e di condizionare la composizione della Corte Costituzionale e del CSM.

Questa riforma attua in modo servile le indicazioni esplicite della più importante banca d’affari americana, la JP Morgan, che in un documento del 2013 ha scritto che l’Italia avrebbe dovuto liberarsi di alcuni ‘problemi’ dovuti al fatto che la sua Costituzione è troppo «socialista». Quei ‘problemi’ sono – nelle parole di JP Morgan –: «governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo». Matteo Renzi dice che il suo modello politico è Tony Blair, il quale oggi percepisce due milioni e mezzo di sterline all’anno come consulente di JP Morgan. E la domanda è: a chi giova questa riforma costituzionale, ai cittadini italiani o agli speculatori internazionali?

Ma negli ultimi giorni anche osservatori legati alla finanza internazionale stanno iniziando a farsi qualche domanda. Il «Financial Times» ha definito la riforma Napolitano-Renzi-Boschi «un ponte che non porta da nessuna parte». La metafora è particolarmente felice, visto che la campagna referendaria di Renzi è partita con la resurrezione del Ponte sullo Stretto, di berlusconiana memoria.

E in effetti c’è un forte nesso tra la riforma e le Grandi Opere inutili e devastanti: il nuovo Titolo V della Carta è scritto per eliminare ogni competenza delle Regioni in fatto di porti, aeroporti, autostrade e infrastrutture per l’energia di interesse nazionale: e spetta ai governi stabilire quali lo siano.

Così il disegno si chiarisce perfettamente: lo scopo ultimo della riforma è umiliare e depotenziare la partecipazione democratica. Sarà il Presidente del Consiglio e il suo Governo, quali che essi siano oggi e domani, a decidere dove fare un inceneritore o un aeroporto: senza possibilità di appello. È la filosofia brutale dello Sblocca Italia: mani libere per il cemento e bavaglio alle comunità locali. Il motto dello Sblocca Italia è lo stesso della Legge Obiettivo di Berlusconi: «Padroni in casa propria». Un motto dalla genealogia dirigistica che ben riassumeva l’idea di poter disporre del territorio come padroni.

Ebbene, nel Mulino del Po di Riccardo Bacchelli un personaggio dice che la sua idea di buongoverno è che «tutti siano padroni in casa propria e uno solo comandi in piazza». Non è questa la nostra idea di democrazia: è a tutto questo che, il 4 dicembre, diremo NO.

(15 ottobre 2016)

DIECI MOTIVI PER VOTARE NO AL REFERENDUM – di Roberto Fico

Scusate se da qui al referendum sarò un po’ ossessivo sul tema referendario, ma la battaglia è talmente importante e la posta in gioco così alta che penso sia davvero il caso di mettere momentaneamente da parte altre tematiche meno urgenti e meno gravi. Ho trovato in rete questo contributo di Roberto Fico, parlamentare del Movimento 5 Stelle, sui motivi del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo. Poiché ha il pregio dell’estrema sintesi che non va a discapito della qualità del contenuto, lo pubblico su Wittenberg per aiutare anche i più distratti e indaffarati a capire quali rischi stiamo correndo. Leggiamo, meditiamo, soprattutto condividiamo. E mi raccomando, il 4 dicembre votiamo NO!

“Dieci motivi per votare NO al referendum costituzionale il 4 dicembre

1. Perché questo Parlamento, eletto con un premio dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale, non era legittimato a riformare a colpi di maggioranza 47 articoli della Carta. La Costituzione è lo specchio in cui si riflette una comunità in tutte le sue espressioni.

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2. Perché il Governo, vero regista di questa rottura della Costituzione, ha utilizzato espedienti vergognosi e antidemocratici come il “canguro”, che ha fatto cadere gli emendamenti al testo presentati dalle opposizioni.

3. Perché al posto del bicameralismo perfetto avremo il caos, il Senato e il bicameralismo non vengono superati. La riforma, infatti, ha introdotto 10 procedimenti legislativi diversi a seconda della materia trattata, una follia che condurrà a conflitti fra Camera e Senato sul procedimento da seguire, ritardando l’iter delle leggi.

4. Perché viene tolto ai cittadini il diritto di eleggere i propri rappresentanti. I nuovi senatori non saranno eletti direttamente dai cittadini, ma nominati tra consiglieri regionali (74), sindaci (21) più i 5 di nomina presidenziale, con tanto di lavoro part time e immunità.

5. Perché saltano gli equilibri e le garanzie che sono l’asse di una Costituzione. Il leader del partito vincitore, infatti, anche se rappresentasse solo il 20% degli elettori, sarà padrone del Quirinale e potrebbe esserlo anche delle authority, della Corte costituzionale, della Rai: è una prospettiva autoritaria. Tutto questo grazie a una legge elettorale che infarcirà la Camera di capilista bloccati e controllati dal premier di turno.

6. Perché non è vero che viene toccata “soltanto” la seconda parte della Costituzione. Quando si stravolge la struttura dello Stato, quando saltano gli equilibri e le garanzie, vengono direttamente intaccati i diritti e le libertà sanciti nella prima parte.

7. Perché la riduzione dei costi è ridicola rispetto ai costi per la democrazia: la Ragioneria generale dello Stato ha stimato in 57,7 milioni di euro i risparmi della riforma. Se veramente si fosse voluto realizzare questo obiettivo, si sarebbe dovuto dimezzare il numero dei parlamentari e/o scegliere con coraggio la strada di una Camera unica.

8. Perché non è vero che con la riforma ci sarà più stabilità di Governo. Infatti, se le maggioranze alla Camera e al Senato saranno diverse, quest’ultimo con diversi strumenti potrà ostacolare ancora di più l’attività legislativa dell’altra Camera.

9. Perché gli strumenti di democrazia diretta non vengono valorizzati. Anzi, le firme da raccogliere per le leggi di iniziativa popolare passeranno da 50 a 150 mila e il quorum per i referendum si ridurrà solo con un aumento delle firme da 500 mila a 800 mila.

10. Perché l’autorevolezza di una Costituzione dipende anche da come è scritta. La nostra Carta è un esempio di brevità, eleganza, semplicità. Il linguaggio utilizzato dalla riforma Renzi-Verdini invece deturpa il testo della Carta e così ne ridimensiona la forza.”

APPELLO A VOTARE NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

La questione è davvero seria. In Italia è in corso una specie di colpo di stato strisciante che dura oramai da due o tre decenni. Qualcuno, non si sa bene chi e perché, sta cercando di mettere le mani sulla nostra democrazia.
Ogni anno che passa, ogni governo che si insedia, ogni legge che si promulga è sempre più evidente che chi gestisce il potere in Italia persegue obbiettivi diversi e opposti da quelli che interessano i cittadini.

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La nostra costituzione, nata sulle macerie di una dittatura che, con la guerra, rase al suolo l’Italia, è stata da sempre un solido baluardo contro le derive antidemocratiche che si profilano sempre più evidenti e sempre più sfacciatamente arroganti. Per questo un’entità che genericamente chiameremo “potere economico mondiale” (non è importante in questa sede connotare esattamente, con nomi e cognomi, i burattinai di questa incredibile impresa, in rete troverete molto sull’argomento) sta adoperandosi per cambiarla a proprio vantaggio. La possente operazione mediatica messa in piedi con i soldi nostri, che già si è annunciata nei mesi scorsi con le epurazioni in RAI e i cambi di direzione dei giornali, farà di tutto per indorare la pillola mortifera che stanno cercando di propinarci.
La deforma costituzionale ci renderà meno liberi, meno consapevoli, inermi di fronte ad uno straripante potere che chi governa oggi si è arrogato. Abbiamo un presidente del consiglio che faceva il sindaco, imposto da un presidente della Repubblica appositamente e inauditamente prorogato che guida un governo di non eletti, nominati non si sa da chi e perché.
Come ministra delle cosiddette riforme abbiamo la figlia di un pluriindagato in odore di massoneria, vice qualcosa della banca della loggia massonica P2 che – tra l’altro – ha contribuito a far fallire in circostanze perlomeno molto sospette; insomma, la ministra che dà il nome alla cosiddetta riforma non ha mostrato altri meriti, per incarnare tale ruolo, se non quello di avere un padre sul cui passato e presente ci sono molte ombre.
Le riforme proposte sembrano ispirate e ricalcano in molti punti quelle ipotizzate da Licio Gelli nel suo famigerato “Piano di rinascita democratica”.
Il parlamento è stato dichiarato da quasi due anni incostituzionale in quanto eletto con una legge elettorale incostituzionale e invece di dimettersi rimane inchiodato al proprio posto, non solo, invece di gestire unicamente l’ordinaria amministrazione pensa di avere il diritto di modificare le regole fondanti della nostra Nazione.
La cosa è molto, molto sospetta e la posta in gioco è altissima. Non è uno scherzo, stanno ipotecando il nostro futuro la nostra vita e la nostra libertà.
Adesso ci sarà bisogno di tutti, ma proprio tutti. Informatevi, leggete, condividete. Scendete in campo, fatelo per voi ma soprattutto per i vostri, per i nostri figli.
Diffondete su fb sugli altri social media e in ogni modo le ragioni del NO.

Non facciamoci narcotizzare, rischiamo di risvegliarci in catene. Al referendum costituzionale sbattiamo in faccia a questa gentaglia il nostro forte e inequivocabile NO!

COME BUTTARE NELLA SPAZZATURA QUATTRO MILIARDI E MEZZO E FAR VIVERE FELICI LE MAFIE DEI RIFIUTI

Chi mi segue da un po’ forse ricorderà il mio articolo di  marzo 2016 [link]  nel quale parlavo di un esperimento di compostaggio domestico fatto sul mio balcone. Ho raccolto per un mese e mezzo la frazione organica del rifiuto prodotto dalla mia famiglia in una normalissima cassetta per le olive, di quelle traforate, aggiungendo una manciata di terriccio vegetale, e ogni tanto un pugno di segatura.

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Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: la cassetta piena di rifiuti organici.

Niente di più facile da fare, davvero alla portata di tutti. Per un mese e mezzo, dunque, non ho conferito il mio rifiuto organico al servizio di raccolta comunale. Secondo quest’interessante  pubblicazione dell’ENEA  [link]  dovrei avere così ridotto la mia produzione di rifiuto domestico del 70%.

Bene. Al termine dell’esperimento riferivo che il peso del rifiuto, grazie alla trasformazione in corso ad opera dei batteri e all’evaporazione dell’acqua contenuta nel rifiuto stesso, il peso del materiale conferito si era già ridotto di oltre il 50%. Nell’articolo vi avevo inoltre promesso che vi avrei tenuti informati degli ulteriori decrementi di peso, ed eccomi qua.

A metà settembre, dopo circa sei mesi dal termine dell’esperimento, ho raccolto il compost oramai maturo in una piccola busta di plastica. Sì avete capito bene: in una piccola busta di plastica ha trovato posto il rifiuto organico prodotto in un mese e mezzo da una famiglia di 4 persone. Il peso del materiale era pari a 2,2 kg, pari al 13,4% rispetto al totale di 16,4 kg di rifiuto conferito.

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Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: dopo sei mesi il compost maturo si è ridotto dell’87%

Insomma, con il compostaggio domestico una famiglia potrebbe ridurre il rifiuto conferito ad appena il 30% e utilizzare gli scarti organici per concimare il proprio orto o il proprio giardino. Io ho fatto l’esperimento sul terrazzo del condominio dove vivo, e porterò il mio compost in campagna, ma è certo che almeno tutte le famiglie che vivono in case unifamiliari potrebbero usare questo sistema. E sempre dall’articolo dell’ENEA si scopre che le famiglie che vivono in case unifamiliari non sono affatto poche: il 33% delle famiglie italiane, una famiglia su tre. A conti fatti, se tutte le famiglie italiane che vivono in case unifamiliari, e che quindi hanno a disposizione un minimo di terreno intorno, fossero incentivate a fare il compostaggio domestico la produzione dei rifiuti domestici, e quindi la corrispondente spesa pubblica, si ridurrebbe del 23%. Un comune come Spoltore  (19.000 abitanti) potrebbe risparmiare 700 mila euro che consentirebbe uno sgravio di circa 130 euro a famiglia.

Perché il compostaggio domestico sia una pratica così poco diffusa è un mistero che cercheremo di svelare alla fine dell’articolo. Ma vi posso anticipare che i responsabili sono sempre gli stessi: la malapolitica, la corruzione, le lobby, l’imprenditoria accattona e avida perennemente e cinicamente aggrepiata alla mangiatoia del denaro pubblico malgestito. Vedremo in che modo.

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Consideriamo ora i due terzi della popolazione italiana che non vivono in case unifamiliari. Ammettiamo che sia impossibile sperare di convincerli a fare quello che ho fatto io, vale a dire il compostaggio domestico da balcone. La cosa più corretta da fare per queste utenze sarebbe: selezione domestica dell’organico, raccolta porta a porta e conferimento del materiale in un centro di prossimità distante non più di 20 – 30 km dal centro urbano. E sì, perché non ci dobbiamo scordare che il rifiuto organico è composto per oltre l’85% di acqua (dal mio esperimento risulta l’86,6!) e i costi di trasporto sono in proporzione al peso del materiale e ai chilometri percorsi. Per cui, ogni chilometro in più che faccio percorrere ad un materiale pieno d’acqua per fargli raggiungere un centro di compostaggio distante centinaia di chilometri è un inutile costo per la collettività: sono soldi spesi per fare evaporare l’acqua da un’altra parte!

Cerchiamo di quantificare queste cifre, tanto per farci un’idea degli importi. Dal rapporto ISPRA sui rifiuti urbani  [link] (pag. 29) sappiamo che la produzione annua di rifiuti in Italia è di circa 30 milioni di tonnellate e che (pag. 41) la percentuale di frazione organica è pari al 43%. (Precedentemente avevamo parlato di una frazione organica del 70%: si sottolinea che i due dati non sono incongruenti. Nel primo caso, infatti, si parlava della frazione organica nell’ambito di una produzione prettamente domestica, dove la percentuale di organico è ovviamente maggiore essendo prevalenti gli scarti di cibo. In questo caso invece la percentuale è rapportata all’intera produzione di rifiuti urbani, che tiene conto dei rifiuti del sistema produttivo in genere.) Quindi su scala nazionale la produzione annua di rifiuto organico ammonta a circa 13 milioni di tonnellate. Se scarrozziamo questo quantitativo di rifiuti in giro per l’Italia con una percorrenza media di 300 km (dalla vicenda dell’AMA di Roma abbiamo saputo che i rifiuti organici si Roma venivano portati a smaltire presso lo stabilimento della società Bioman a Maniago, in provincia di Pordenone (http://bioman-spa.eu/), a ben 630 chilometri dalla capitale!), è facile calcolare che a un costo di mercato di 1,2 euro a tonnellata per km stiamo parlando di ben 4.680.000 euro (diconsi 4 miliardi e 680 mila euro)!.

Insomma, per capirci, il gioco è questo: il compostaggio domestico non va promosso, perché abbasserebbe la produzione di rifiuto organico. Il rifiuto organico non si composta in un impianto nelle vicinanze ma si trasporta a centinaia di chilometri. Il tutto messo regolarmente a bilancio e pagato dai cittadini ignari. Tutto questo teatrino vale circa quattro miliardi e mezzo di euro di soldi pubblici che corrispondono a circa l’1% dell’intera spesa pubblica nazionale.

Quanto incide questa somma sull’economia domestica di noi contribuenti? Il conto è presto fatto: si tratta di 75 euro all’anno per ogni cittadino, pari a circa 300 euro all’anno per un nucleo familiare di 4 persone. Soldi che in questo modo vengono sfilati al bilancio familiare dei cittadini ignari e finiscono alle lobby della spazzatura e del trasporto dei rifiuti, e per loro tramite alla peggiore politica che consente tutto questo.

Cosa si potrebbe fare di  utile per la società se non buttassero questi soldi letteralmente nella spazzatura? Un esempio per tutti: se si considera che i disoccupati in Italia sono circa 7.500.000 basterebbe questa cifra per dare a ognuno di loro un reddito minimo di cittadinanza di 600 euro. Che non è poco.

P.S. Da una persona bene informata ho saputo che la società Bioman farebbe capo alla moglie di un noto politico italiano, già sindaco di Roma. Dal sito della società naturalmente non si riesce ad avere conferma di questa notizia che sarebbe davvero uno scoop. Se qualcuno può accedere alle informazioni societarie tramite il sito della Camera di commercio o dell’Agenzia delle entrate potrebbe dare un’occhiata. Magari l’informazione è corretta e aspetta solo di essere resa pubblica.

LE COSCE DELLA SIRENA

Nella mitologia greca  le sirene erano delle creature marine che incantavano incauti navigatori con il loro canto melodioso e suadente inducendoli a sbarcare sulla loro isola sulla quale avrebbero trovato la morte. Omero le ha rese immortali per la nostra cultura inserendole tra le peripezie che deve affrontare Ulisse nel suo avventuroso ritorno verso Itaca. L’episodio è noto a tutti ed è assolutamente emblematico: l’uomo che affronta la seduzione che può rivelarglisi fatale ma riesce, al contrario di altri, ad essere forte e a perseguire il suo obbiettivo.

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Herbert James Draper – Ulisse e le sirene (1909)

Nell’Odissea, poi, Omero inserisce un elemento in più, che ci fa amare particolarmente il suo  politropo protagonista: Ulisse infatti non si tura le orecchie con la cera, come invece impone ai suoi compagni, ma si fa legare saldamente all’albero della nave e ordina che nessuno lo sleghi per alcun motivo fin quando non si sarà lontani dal pericolo. Perché lui non si limita a voler passare indenne con la sua nave, sarebbe una vittoria semplice: lui vuole una vittoria completa, e quindi anche sentire il canto e – in qualche  modo – resistervi.

Il mito greco, al netto delle raffigurazioni medievali che – confondendo le sirene con le nereidi – ce le raffigura con la coda di pesce, vuole che queste creature marine abbiano forma di donna con ali e gambe da uccello. Quindi non è improprio parlare di cosce delle sirene.

Ed ecco che le cosce frequentemente  mostrate dalla ministra Boschi a noi, poveri marinai in navigazione attraverso il periglioso mare del nostrano malgoverno, assumono un significato inedito e per certi versi mitico, che spiega molte cose. O molte cosce, come ironizza il vignettista del Fatto Quotidiano in questi giorni alla ribalta per una bordata di attacchi più o meno scomposti al suo diritto di satira portati avanti con maliziosa e strumentale pedanteria e argomenti risibili.

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Perché, vedete, non ci sono altri motivi  per i quali la riforma costituzionale più pericolosa della storia repubblicana (le altre, fatte o tentate, erano solo stupide, inutili e fatte male) debba potare il nome e il volto di un’avvocaticchia di 35 anni figlia di un discutibilissimo bancario in odore di massoneria se non il suo faccino da madonna rinascimentale, il suo sorriso materno, la sua vocina accattivante, il suo occhio ceruleo.

E le cosce maliziosamente mostrate nei momenti più critici. Quando magari i sondaggi dicono che gli italiani si stanno tappando le orecchie con la cera per non ascoltare i richiami mortiferi verso l’isola della deforma costituzionale. Quando si vede che la nave di noi poveri naviganti quasi inermi che potrebbe forse doppiare indenne il capo dei sedici milioni di No referendari.

Le sirene della mitologia greca sapevano bene che se non fossero riuscite a sedurre i naviganti sarebbe stata la loro fine. Lo sanno anche le sirene del terzo millennio. E ce le stanno mettendo tutta per sopravvivere.

CHE FINE HA FATTO IL MOVIMENTO ABRUZZESE?

Ho riflettuto alcuni giorni sui risultati delle amministrative 2016. Pur con tutto l’ottimismo possibile, anche alla luce di tutta la strada che abbiamo percorsa da quell’ottobre del 2011 quando fondammo il Movimento Abruzzese,  non mi riesce proprio di considerarlo un successo.

Foto fondatori M5S Abruzzo

E’ pur vero che in Italia qualcosa di interessante si sta profilando all’orizzonte: le sfide di Torino e soprattutto di Roma appaiono incoraggianti e possiamo davvero sperare di ottenere un bel successo in una o entrambe queste città. Ma anche in questi due casi andrei cauto a considerare la cosa fatta, nemmeno a Roma dove la differenza al primo turno tra Raggi e Giachetti potrebbe illuderci di aver già conquistato il Campidoglio. Già, perché la panzer-division di Renzi sta già marciando verso la capitale spinta dagli enormi interessi economici in gioco. La parte sostanziosa della pizza per i prossimi anni saranno gli appalti, e la grande aspettativa è quella degli affari miliardari che si profilano in caso riuscissero a fare a vincere la candidatura di Roma per le olimpiadi dal 2024. Renzi e i poteri forti che lo sostengono non si fermeranno di fronte a niente pur di sbarrare la porta del campidoglio a un sindaco pentastellato. Arrivo a ipotizzare, e non credo di sbagliarmi, cose pesanti come compravendite massicce di consensi e, alle brutte, brogli elettorali. Non ci scordiamo che al Viminale abbiamo un ministro della caratura di Alfano.

Per adesso hanno messo in moto la macchina della disinformazione. Su “Il Messaggero”, il giornale di Caltagirone che ha interessi fortissimi nell’affaire delle olimpiadi, oggi ha dedicato due intere pagine a magnificare le olimpiadi, ricordando anche quante belle e utili cose sono state fatte a Roma per le Olimpiadi del ’60. Certo, ma allora l’Italia era diversa, la politica era diversa, l’imprenditoria era diversa. Non era pensabile una corruzione da 60 miliardi di euro all’anno e un debito pubblico da 2200 miliardi. La mafia era un fenomeno locale, confinato in limitate aree del paese, con una struttura ingenua rispetto al sistema tentacolare che ha invaso prepotentemente il mondo della finanza mondiale, e Roma era una bella ed elegante città del centro Italia che non avrebbe mai immaginato che il suo nome sarebbe stato associato a quello del sistema mafioso.

Insomma, la Raggi e chi la coadiuverà – qualora riuscissero effettivamente a vincere – avranno bisogno di una forza sovrumana per rimanere al timone di questa nave corsara che è diventata oramai l’amministrazione capitolina.

Comunque auguriamoci che le cose vadano bene e che vinciamo a Roma. E magari anche a Torino. Un gran bel successo. E negli altri comuni? E, soprattutto, in Abruzzo?

Ecco, guardando i risultati abruzzesi penso di poter dire una cosa. Non me lo aspettavo. Forse nessuno, neppure i nostri avversari e detrattori se lo aspettavano.

Il primo, inescusabile errore è stata la mancata certificazione di molte liste. Qui c’è da dire che un movimento politico che si dà una struttura come la nostra non può arrivare in vista delle elezioni e non riuscire a certificare le liste perché questo stato di cose ha danneggiato grandemente il Movimento sia sotto il profilo pratico, sia sotto quello dell’immagine. Per non parlare di quello psicologico: mi metto nei panni degli attivisti dei gruppi esclusi, immagino la loro delusione. E queste cose segnano. E non sempre se ne viene poi fuori indenni. Quindi un danno enorme. E il responsabile? Boh? Nessuno sa cosa sia successo, se sia stata semplicemente una disorganizzazione (grave) o se qualcuno abbia scelto quali gruppi si presentavano e quali no (gravissimo). Chiarezza, sotto questo punto di vista: zero.

Escluse in questo modo dalla competizione città importantissime come Roseto, Lanciano e Sulmona mi risulta, dal sito del Movimento, che in Abruzzo ci siamo presentati in nove comuni, correggetemi se sbaglio: Bellante, Casalbordino, Castellalto, Civitella Roveto, Francavilla al Mare, Penne, San Giovanni Teatino, Tagliacozzo e Vasto.

Non conosco da vicino le dinamiche locali delle varie realtà e ragionerò solo nelle linee generali, sui numeri: mi scuseranno gli attivisti che sicuramente ci avranno messo tutto l’impegno possibile. Però i risultati di Casalbordino (4,4%) e di Tagliacozzo (5,7%) sono davvero un’anomalia. Per certi versi ancora più inspiegabili sono i risultati di Vasto, uno dei primi comuni in Abruzzo dove il Movimento ha messo da tanti anni solidissime radici (13,7%) e di Francavilla, un gruppo bellissimo, molto affiatato, capace di esprimere iniziative di alto profilo e che tuttavia si è fermato all’11%. In entrambi i casi i candidati sindaci hanno avuto un consistente numero di voti in più del Movimento, segno che la scelta del candidato era vincente. Eppure qualcosa non ha funzionato. Analogamente possiamo dire per San Giovanni Teatino e Castellalto che si sono fermati al 13,9 e all’11,2%. Un po’ meglio è andato a Bellante, 17,9%, ma gli unici gruppi che hanno conseguito risultati all’altezza delle aspettative sono stati Civitella Roveto, 27,7% e – ovviamente – Penne, dove Luca Falconetti con un vistoso 34,4%  ha sfiorato il colpaccio.

Però vedete, se ripercorriamo la storia elettorale del Movimento 5 Stelle in Abruzzo vediamo che nel 2012, con un Movimento 5 Stelle appena nato e accreditato dai sondaggi nazionali ad appena il 4%, riuscimmo a fare eleggere due consiglieri, Manuel Anelli a Montesilvano, con il 4,8% (3,9 come voto di lista) e il sottoscritto a Spoltore con l’8% (7,1% alla lista). Ma già l’anno successivo, per le politiche 2013, al termine di una campagna elettorale repentina e agguerritissima, [link] contribuimmo al successo del Movimento con un risultato (29,9%) al di sopra della media nazionale (25,6%) diventando di colpo una delle regioni più pentastellate d’Italia. Personalmente, poi, fui davvero contento di poter riscontrare che il lavoro che avevo svolto sino ad allora come consigliere comunale era stato apprezzato dai cittadini che a Spoltore tributarono al Movimento un inimmaginabile 38,7%, ben 13 punti percentuali in più della media nazionale. Potei quindi ironizzare in consiglio comunale su come unico consigliere di opposizione avesse riscosso, in paese, più consenso elettorale di tutti i consiglieri della maggioranza!

L’anno successivo avemmo un successo elettorale altrettanto dirompente: alle europee, il 21,2% nazionale venne confermato in Abruzzo con un altrettanto importante 21,4% [link] mentre nel mio comune si ripeteva quasi esattamente il risultato delle politiche (38,5%). Alle regionali andò altrettanto bene con circa il 30% tanto in Abruzzo quanto a Spoltore.

Spero di non avervi tediato con questa sfilza di percentuali ma penso davvero che il confronto dei risultati del 2016, pur con tutti i distinguo che possiamo legittimamente fare (sono elezioni diverse, etc.), con i dati degli anni precedenti sia doveroso e che sia altrettanto importante trovare le cause di questo momento di incertezza che il Movimento sta vivendo in Abruzzo.

Senza togliere nulla all’innegabile successo di Virginia Raggi che però non potrà aiutare in alcun modo i cittadini abruzzesi a combattere la malapolitica, la corruzione e la cattiva amministrazione contro le quali sono costretti ogni giorno a convivere.

Virginia Raggi si impegnerà, se ne avrà la forza e le capacità – glielo auguro, ce lo auguro – per rendere migliore Roma. Nulla potrà fare per la nostra gente, per le nostre famiglie, per le nostre attività; per il nostro ambiente e il nostro mare; per la salute e il futuro dei nostri figli; per la vivibilità delle nostre città; per evitare di vedere i nostri soldi buttati al vento da una politica incapace e corrotta. Per tutto questo avremmo avuto bisogno di nostri amministratori, di nostri sindaci. Ma se continuiamo a non analizzare, a non affrontare e a non risolvere i nostri problemi, gratificandoci solo di slogan vuoti e dei successi altrui, ci vorrà molto tempo prima che potremo essere noi a decidere della politica regionale.

“PRONTO, SONO CASALEGGIO…”: il mio ricordo del visionario che ha rivoluzionato la politica in Italia

“Pronto, sono Casaleggio…” Con un’inattesa telefonata sul mio cellulare è iniziata la mia breve ma intensa frequentazione telefonica con Gianroberto Casaleggio. Era il dicembre 2012, da pochi mesi ero diventato consigliere comunale a Spoltore, il primo consigliere M5S in Abruzzo, onere e privilegio che ho condiviso per alcuni mesi con il collega Manuel Anelli di Montesilvano.
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Il Movimento, dopo il sorprendente successo alle amministrative del 2012, era cresciuto precipitosamente nei sondaggi tanto che, dal 4% dei primi mesi dell’anno, già a dicembre eravamo quotati al 20%.

La preoccupazione dei partiti, che fino a quel momento avevano scorrazzato incontrastati nell’agone politico nazionale saccheggiando a man bassa tutto ciò che potevano arraffare,  era quella di non darci modo di raccogliere le firme necessarie a presentare la lista nazionale, tanto che fecero in modo di far terminare la legislatura con due mesi di anticipo e ci toccò andare a votare, quasi precipitosamente a fine febbraio 2013.

In Abruzzo fortunatamente, per iniziativa dei gruppi locali allora esistenti in ambito regionale, avevamo già coagulato le forze e le iniziative nel coordinamento del Movimento 5 Stelle abruzzese, cosa che costituiva – in quel momento delicato – un essenziale punto di riferimento e ci dava quell’embrione di struttura regionale che ci permise di operare in maniera sinergica ed efficace. Manuel ed io, in quanto unici rappresentanti eletti, fummo delegati dall’assemblea regionale a coordinare le attività della raccolta firme e della successiva campagna elettorale, e nel mese di gennaio venni designato presidente del comitato elettorale per le elezioni politiche 2013.

Con Gianroberto Casaleggio ci siamo dati subito del tu, non so se per lui era una consuetudine, ma a me non capita spesso, e ci siamo rapportati con quella cordialità concreta, semplice e familiare che non sempre riesci ad ottenere anche con le persone che dovrebbero esserti più vicine.

Superammo con slancio, in sintonia, tutte le grandi difficoltà cui la sfida elettorale e le contingenze ci avevano posto di fronte: dovemmo imparare a gestire una situazione che non era familiare a nessuno dei due, a me ancora meno che a lui, e vi assicuro che, se non avessi avuto la possibilità di chiamarlo ogni volta che ne avevo la necessità e fare ricorso, per il suo tramite, alle esperienze che in tutta Italia stavamo rapidamente maturando, difficilmente saremmo riusciti a raccogliere le firme e a presentare la lista.

Dopo le elezioni diventò molto difficile parlargli, e me ne dispiacque, ma d’altra parte il Movimento c’era per così dire scoppiato tra le mani, con il 25% nazionale, il 29% a livello regionale e il quasi 40% che avemmo a Spoltore. Avevamo preso il volo, e nulla sarebbe più potuto essere come prima.

E infatti dopo le elezioni politiche tutto cambiò. Ci trovammo ad affrontare situazioni inedite e ancora più impegnative, io in Abruzzo e certamente lui ancor più a Milano: da quel momento, come dicevo, fu molto più difficile riuscire a contattarlo e dovetti in qualche modo arrangiarmi da solo. Mi mancarono però le sue indicazioni, il suo pragmatismo nel risolvere i problemi, la sua pacatezza.

Ne conservo un buon ricordo, né d’altra parte potrebbe essere diversamente. Grazie a lui e a Beppe Grillo siamo riusciti a coagulare e a dare una forma coerente ad un movimento di opinione che si è dato l’obbiettivo straordinario di rivoluzionare la politica italiana restituendo al popolo la sovranità che gli era stata espropriata da vent’anni di consociazione dei partiti politici.

La strada è ancora lunga, ma l’essere passati in pochi anni dalla provocazione originaria ad essere una delle principali opzioni della politica italiana, partendo dal nulla, senza mezzi, senza soldi, armati solo della rete e dell’entusiasmo dei nostri attivisti, è già di per sé un fatto straordinario. Siamo stati, e siamo, il modello per tutti i movimenti popolari, da Syriza a Podemos, sorti dopo di noi nelle altre nazioni europee. Nulla dopo di lui, dopo di noi, nella politica italiana ed europea potrà più essere come prima.

Ognuno la può pensare come vuole, ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza la follia, la pacatezza e la determinazione del visionario Casaleggio. E io di questo lo ringrazio.

LA TRUFFA (LEGALE?) DEI RIFIUTI ORGANICI

Oggi vi voglio parlare di compostaggio domestico: perché è una buona pratica ambientale e perché dietro al traffico apparentemente legale dei rifiuti organici non compostati e trasportati a grande distanza si cela, in sostanza, un’immane truffa a danno dei cittadini.

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Prendo spunto, per raccontarvi questo fatto, da un interessante esperimento che sto facendo sul mio balcone: il compostaggio domestico in ambiente urbano. E’ una cosa che ho fatto già in passato, ma questa volta ho preso degli appunti che ci consentono di capire meglio a che serve, e soprattutto quanto farebbe risparmiare se il sistema del compostaggio domestico venisse esteso al maggior numero possibile di abitazioni.

Per poter compostare in casa i propri rifiuti organici non è necessario vivere in campagna: è sufficiente avere un giardino, anche piccolo, o almeno un ampio balcone. Vi sembrerà strano ma ve lo assicuro: il compostaggio correttamente fatto non genera odori o molestie di alcun genere. Un po’ di moscerini li attira, certo, gli stessi – del genere Drosophila – che girano per la cantina quando fermenta il mosto, perché le larve di questi insetti si nutrono degli zuccheri della frutta, ma l’inconveniente si manifesta per lo più nei mesi caldi e si risolve facilmente con una garza o una zanzariera posizionata sulla compostiera. In ogni caso tali insetti sono piccoli, non fastidiosi e assolutamente innocui per l’uomo.

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Le compostiere sono degli oggetti semplicissimi che costano poche decine di euro e si comprano in tutti i negozi di giardinaggio o di bricolage. Io personalmente, però, uso come compostiera due cassette di quelle che si usano per la raccolta delle olive o dell’uva, la prima, traforata, posizionata sulla seconda, non traforata, che raccoglie quel po’ di liquido o di acqua piovana che percola dalla cassetta superiore, per evitare di sporcare il balcone.

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Ho iniziato quest’anno a conferire i resti organici della mia famiglia di 4 persone il 1° di febbraio. Alla fine del mese di febbraio avevamo conferito 12 kg di frazione organica del rifiuto che, in linea con i dati tipici a livello nazionale, corrispondono a circa il 33% del rifiuto complessivamente prodotto nello stesso periodo (circa 36 kg). Abbiamo pesato il contenuto della cassetta e abbiamo constatato che il materiale contenuto nella stessa pesava solo 8,3 kg, con una perdita in peso, per evaporazione dell’acqua contenuta nel rifiuto, di 3,7 kg corrispondenti ad una perdita di peso di oltre il 30%.

L’11 marzo abbiamo conferito l’ultimo secchiello di organico e la cassetta si è riempita. Abbiamo quindi cambiato cassetta e continuato a monitorare quello che avveniva al nostro compost sperimentale. Alla fine del mese di marzo abbiamo perciò pesato il materiale nella cassetta e, sorpresa, invece dei 16,4 kg di organico che vi avevamo conferito la cassetta conteneva appena 7,8 kg di materiale organico in via di compostaggio, con una riduzione in peso di 8,6 e una perdita percentuale in peso del 52,4%. Anche la diminuzione di volume era evidente, essendosi abbassato il livello nella cassetta a circa la metà.

La conclusione è che dopo due mesi dall’inizio del conferimento, e ad appena venti giorni dal termine, il volume e il peso del materiale conferito si sono praticamente dimezzati. Vi terrò informati nei prossimi mesi sull’ulteriore decremento di peso.

Perché vi ho raccontato questa storia? Per parlare di una buona pratica ecologica, certo, ma anche per svelarvi un’immane truffa per mezzo della quale noi cittadini veniamo depredati ogni anno letteralmente di un fiume di denaro pubblico in maniera apparentemente legale. Perché è chiaro che non c’è niente di illegale, formalmente, a non dotarsi di un centro di compostaggio locale, al livello – diciamo – provinciale o comprensoriale.

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E non c’è niente di illegale, formalmente, ad incaricare una ditta di trasporti a trasferire la frazione organica della raccolta differenziata in un centro di raccolta e compostaggio distante centinaia di chilometri dal luogo di produzione. Peccato però che così facendo, in sostanza, incarichiamo una ditta di trasferire, a spese pubbliche, tonnellate di acqua dal nostro comune ad un impianto di compostaggio dove l’acqua evaporerà gratuitamente, come avrebbe fatto qui da noi, dove i batteri decomporranno la materia organica gratuitamente, come avrebbero fatto qui. Ah, dimenticavo: per conferire il materiale ad un centro di compostaggio ovviamente si paga. Ma il compost ha inoltre un valore commerciale, e quindi, naturalmente, il titolare del centro lo vende realizzando un ulteriore guadagno. Insomma, con questo giochino guadagnano i trasportatori, guadagnano i compostatori. Probabilmente qualcosa finisce anche nelle tasche di qualche politico compiacente. E chi ci rimette? La domanda è retorica, come al solito i cittadini.

Sì, va bene, ma di che somme si parla? Il conto è presto fatto:  un comune, un comprensorio che si dotasse di un centro di compostaggio di prossimità azzererebbe praticamente i costi di trasporto. Il prezzo di vendita del compost prodotto compenserebbe almeno i costi di gestione dello stesso e conseguentemente potremmo considerare azzerato il costo di smaltimento della frazione organica. Che come abbiamo detto corrisponde ad un terzo del costo del servizio di smaltimento degli RSU. Per capirci, un comune come Spoltore (19.000 abitanti), il cui bilancio prevedeva nel 2013 tre milioni di euro risparmierebbe un milione di euro all’anno. Che potrebbero essere utilmente impiegati per migliorare la qualità dei servizi ai cittadini piuttosto che portare tonnellate di acqua ad evaporare in un altro posto.

IL VALORE SEGRETO DI UN REFERENDUM di Michele Ainis

Volevo spiegare più o meno le stesse cose a coloro che mostrano perplessità in relazione all’opportunità di andare a votare al referendum del 17 aprile. Ai distratti, agli sfiduciati, a quelli che dicono che non cambierà niente. A quelli – pochissimi – che siccome ci ricavano qualcosa hanno interessi diretti nella questione. Ma l’articolo del costituzionalista Michele Ainis di questa mattina sul Corriere della Sera spiegherà la questione molto meglio di come avrei potuto farlo io.

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Attivisti di Greenpeace contro le trivelle nella spiaggia di Scala dei Turchi

Avanza a fari spenti un referendum. Pochi s’accorgono della sua marcia silenziosa, e forse saranno anche di meno gli italiani che monteranno a bordo, quando il veicolo avrà raggiunto le urne elettorali. D’altronde si tratta d’un quesito minimo, minuscolo: sì o no alle trivellazioni sull’Adriatico, però entro le 12 miglia dalla costa, però senza toccare l’estrazione di gas e di petrolio in terraferma o in mare aperto, però senza interrompere le trivellazioni in corso, però senza nemmeno incidere sulle future concessioni, già vietate dalla legge. È in gioco unicamente l’eventualità che le compagnie petrolifere ottengano una proroga finché non s’esaurisca il giacimento, tutto qui. Pinzillacchere, direbbe Totò. Tuttavia non è affatto sicuro che questo referendum ci interroghi su questioni trascurabili. Nessuna consultazione popolare è mai insignificante, quale che sia il suo oggetto. Perché ogni referendum espone sempre un doppio tema: l’uno diretto, che si legge nella domanda trascritta sulla scheda elettorale; l’altro indiretto, dove s’affaccia viceversa una rete d’allusioni e di rimandi, un’evocazione, una carica simbolica. Così, nel 1985 il referendum sulla scala mobile segnò l’isolamento del Pci. Così, nel 1991 il referendum sulla preferenza unica modificò un dettaglio della legge elettorale, ma avviò al contempo i funerali della Prima Repubblica. Probabilmente in questo caso non scriveremo un’altra pagina di storia. Sennonché pure stavolta c’è un significato ulteriore rispetto a quello più immediato. Anzi: i doppi sensi sono almeno il doppio, sono quattro. Primo: il risvolto istituzionale. Il 67º referendum abrogativo dell’Italia repubblicana è anche il primo promosso dalle Regioni. Dalla Liguria alla Calabria, dal Veneto alla Puglia, sono addirittura 9 i Consigli regionali che hanno puntato l’arma referendaria contro una legge benedetta dal governo nazionale. Regioni settentrionali e meridionali, amministrate dalla destra oppure dalla sinistra. Dunque si profila uno scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti. La posta in gioco: chi decide sull’energia? Secondo la Costituzione vigente, decidono insieme lo Stato e le Regioni; secondo la Costituzione prossima ventura, deciderà solo lo Stato. E allora ecco, puntuale, la reazione. Che non ha mai troppo riguardo alle bandiere di partito, quando c’è da presidiare l’orticello delle proprie competenze. E che oltretutto associa 9 governatori eletti, contro un presidente del Consiglio non eletto. Sicché il referendum potrà delegittimare i primi, rilegittimare il secondo: un torneo a eliminazione diretta. Secondo: il risvolto politico. Come succede fatalmente da un paio d’anni, ogni occasione diventa altresì un pretesto per regolare i conti all’interno del Pd; e infatti maggioranza e minoranza militano in due fronti contrapposti. Ma quest’ultima si trova in compagnia, più o meno rumorosa, della Lega, i Cinque Stelle, pezzi di Forza Italia, Sel. Guardacaso, lo stesso schieramento che si prepara ad affrontare la madre di tutte le battaglie, il referendum costituzionale d’ottobre. Il 17 aprile ne vedremo perciò le prove generali, e sarà un gran bel vedere. Terzo: il risvolto giuridico. Doppio anche questo, perché il nostro ordinamento contempla, da una parte, il dovere civico del voto; sicché nei referendum organizzare l’astensione è «un trucco», un espediente per far saltare il quorum, come denunziò Norberto Bobbio nel giugno 1990. Dall’altra parte, concepisce il voto come diritto, e i diritti non sono obbligatori, ciascuno può scegliere se e quando esercitarli. Perciò è legittimo ogni appello all’astensione, tanto più che i costituenti dettarono un quorum per la validità dei referendum. È questa la posizione del Pd sulle trivelle, ma i precedenti sono più lunghi d’un lenzuolo. Tuttavia due norme in vigore (l’articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera; l’articolo 51 della legge che disciplina i referendum) castigano l’astensione organizzata da chiunque sia «investito di un pubblico potere» con pene detentive (da 6 mesi a 3 anni). Sono norme figlie d’una stagione ormai trascorsa, quando votava il 90% della popolazione, quando l’astensionista doveva addirittura giustificarsi presso il sindaco. Ma sta di fatto che a nessun governo è venuto in mente d’abrogarle. Quarto: il risvolto ambientale. Dovrebbe essere al centro della consultazione, ed è così, quantomeno a parole. Sennonché in questo caso non si tratta di proteggere l’udito dei cetacei minacciato dall’air-gun, come sostengono le associazioni ecologiste; tutto sommato non si tratta nemmeno d’opporre ambiente e occupazione, come prospettano i sindacati. No, la posta in palio investe la credibilità delle classi politiche regionali, che rifiutano la trivellazione, però allevano i colibatteri nelle acque dell’Adriatico, disinteressandosi dei depuratori così come di controllare i fiumi. E investe perciò il progetto stesso d’una politica ambientale, lungimirante, coerente, complessiva, dove ci sia anche spazio per le energie rinnovabili. In Italia coprono il 17% dei consumi; in Norvegia, Islanda, Svezia, oltre la metà. Non a caso Avvenire, per sposare il referendum, ha richiamato le parole di Bergoglio, il monito papale contro le tecnologie basate sui combustibili. Il 17 aprile voteremo anche sul papa. (Michele Ainis, Corriere della sera, 31/3/2016)

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IL FONDO DEL BARILE

Non credetegli! Se qualcuno vi verrà a dire nei prossimi giorni, da qui al referendum sulle trivellazioni, che il petrolio nell’Adriatico ci renderà tutti quanti ricchi, non credetegli.

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Intanto perché le riserve di petrolio in Adriatico sono sufficienti per circa quattro mesi del fabbisogno nazionale [link]: quindi immaginatevi che follia sarebbe creare pozzi, oleodotti, porti, raffinerie per sopperire ad appena quattro mesi del nostro fabbisogno. Follia per noi, ovviamente, lauti guadagni, invece, per pochi fortunati.

Poi bisogna tenere conto che il fabbisogno di energia è in calo in Italia da quando c’è la crisi, e ancor più è in calo per l’aumentare della produzione di energia da fonti rinnovabili. E bisogna ricordare anche che il prezzo del petrolio è sempre meno remunerativo poiché, come conseguenza di una serie di fattori (sovrapproduzione, crisi economica, concorrenza tra paesi produttori, affermarsi delle energie alternative, calo delle vendite delle automobili), il prezzo del barile è in calo continuo e costante [link]

Dalle estrazioni petrolifere lo stato italiano non ricava praticamente nulla perché le royalties per l’estrazione petrolifera in Italia sono le più basse del mondo (7%) e, con una serie di scuciture e scorciatoie legislative appositamente inserite nella nostra legislazione, le aziende petrolifere riescono ad eludere in gran parte anche questo minimo pagamento che quindi rimane puramente teorico. E questo spiega, tra l’altro perché sia così conveniente per le aziende estrarre il petrolio italiano: in pratica glielo regaliamo!

Ma il famoso sostenitore delle estrazioni petrolifere, con ogni probabilità uno stupido, un ingenuo o più probabilmente uno che si è aggiudicato un pezzo della torta, vi dirà che l’estrazione di petrolio porta benessere, porta ricchezza, porta lavoro. Ah sì? Sarà, però in Basilicata, dove in val d’Agri il petrolio viene estratto dagli anni ’90, la stampa locale l’anno scorso pubblicava un rapporto SVIMEZ del 2013, segretato per evidenti ragioni, [link] dal quale si evince che il PIL regionale è caduto a picco negli ultimi anni. E risulta anche che secondo l’ISTAT la regione si colloca alle ultime posizioni in Italia come PIL pro capite [link], è la penultima in Italia come reddito familiare netto [link]  e tra le ultime come tasso di occupazione giovanile [link] .

E non vogliamo parlare dei rischi ambientali connessi con incidenti, esplosioni, perdite, oppure dell’aumento del rischio sismico connesso con l’estrazione degli idrocarburi? [link]

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Insomma, non credete a chi vi dice le stupidaggini. In Italia di petrolio ce n’è poco e nel quadro economico attuale è conveniente estrarlo – finché dura – solo perché le royalties che vengono richieste dalle nostre leggi sono bassissime. Perché siano così basse, lo lascio immaginare a voi. I rischi ambientali e sismici per la popolazione sono enormi a fronte di guadagni che andranno solo nelle tasche dei petrolieri e, in qualche modo più o meno lecito, dei politici che li agevolano. Il benessere per la popolazione non ci sarà se è vero, come è vero, che la Basilicata, sede del più grande giacimento petrolifero d’Italia, è anche una delle regioni più povere. I posti di lavoro? Ma quali, se la Basilicata ha anche uno dei peggiori tassi  di occupazione giovanile.

Insomma, non credete alle stupidaggini che vi racconteranno durante la campagna referendaria: in Italia la corsa all’oro nero arriva fuori tempo massimo, mentre la politica e le società petrolifere stanno cercando ancora una volta di lucrare alle nostre spalle raschiando il fondo di un anacronistico barile.