IL SIMBOLISMO FALLICO DEL PONTE INUTILMENTE STRALLATO

Sta per essere ultimato il cosiddetto “Ponte nuovo” di Pescara. Una struttura che, secondo la vulgata ufficiale, collegherà l’asse attrezzato con le aree di risulta. Bene. Cioè, male.

ponte-nuovo-aree-interessate4-657x360

Un’immagine di come sarà il cosiddetto Ponte nuovo di Pescara

Sarò strano io ma sinceramente, vivendo da trent’anni la quotidianità id Pescara, non riesco proprio  ad immaginarmi un fiume di auto che quotidianamente impegneranno due corsie per ogni senso di marcia del costruendo ponte per andare dall’asse attrezzato alle aree di risulta e viceversa. O meglio, qualche macchina lo percorrerà di sicuro, non foss’altro per la novità di passare su questo ponte dal design ardito e futuristico. E che diamine, abbiamo pure noi un ponte moderno, un segno architettonico simbolico che unisce le due parti della città. E sia, se così piace ai cittadini. Ma la domanda che mi sorge spontanea è: era davvero necessario? O meglio: corrisponde ad una reale necessità della città? E quanto ci è costato?

Perché vedete, non è che non mi risulti evidente – in generale – la necessità di connettere le due sponde di una città che sorge a cavallo di un corso d’acqua. Solo mi viene spontaneo riflettere sul fatto che a Pescara, tra il ponte delle Libertà e il ponte del Mare esistono già otto ponti in 2.400 metri, mediamente uno ogni trecento metri. La connessione con le aree di risulta, se fosse davvero strategica, esiste già con il ponte delle Libertà e il ponte D’Annunzio, da migliorare eventualmente con piccoli interventi urbanistici a costi irrisori. E in generale non sembrano esistere i presupposti per ipotizzare, o peggio, incentivare un incremento del traffico veicolare a Pescara: intanto perché con la crisi che viviamo dal 2008 le attività imprenditoriali cittadine si sono ridotte e la gente in generale è meno propensa a girare e a spendere, poi perché nel frattempo sono sorti come funghi dappertutto, nelle aree periferiche, nuovi centri commerciali e infine perché la gente ha ricominciato a muoversi, in ambito urbano, con l’autobus, a piedi e soprattutto in bicicletta.

vista3

Un altro rendering del Ponte Nuovo di Pescara

E allora questo ponte ridondante è come un dinosauro imposto fuori tempo massimo a una città che non ne ha più bisogno e che anzi, dovrebbe imparare ad averne sempre meno bisogno. Una città che, nonostante i suoi amministratori sta cercando di riprendersi i suoi tempi e i suoi spazi, che sta rivalutando modi di vivere differenti da quello che evidentemente costituisce l’imprinting di coloro che decidono circa l’uso dei nostri soldi. E’ stato recentemente raddoppiato il ponte delle Libertà è ne è stata intelligentemente realizzata la connessione all’asse attrezzato. Poteva essere sufficiente. Ma sarebbe stato inoltre opportuno, direi necessario, mettere mano seriamente alle piste ciclabili lungofiume, chiuse oramai da quindici mesi. Sarebbe stato auspicabile realizzare un parco fluviale fruibile lungo la golena nord, utilizzando i terreni selvaggi e abbandonati da oltre trent’anni tra il distributore Agip e il ponte della ferrovia. Sarebbero state utili tante altre iniziative, e invece ricadiamo sempre negli stessi rituali: il politico che per gratificare se stesso mette in cantiere opere più o meno inutili imbrattando di cemento tutto quello che gli capita a tiro. Le invadenti opere pubbliche vengono proposte sempre nello stesso modo in cui si proponevano negli anni ’50, come delle opportunità di crescita e di sviluppo, senza rendersi conto che i cittadini di oggi non sono più quelli del dopoguerra e le loro esigenze non sono i più i ponti ma la qualità della vita, la diminuzione dello stress e dell’inquinamento, la bellezza e l’armonia dell’ambiente dove vivere e far crescere i propri figli, la sicurezza personale, familiare e nei confronti del futuro.

Ma tutto questo cozza contro l’ego straripante e incontenibile dell’amministratore pubblico nostrano. Se poi ci si aggiunge l’antenna del ponte strallato ritta e svettante contro il cielo in tutta la sua evidente allusione fallica allora non abbiamo più dubbi: il ponte nasce e si realizza unicamente come simbolo di potenza del politico che lo propone, malaccortamente mascherato da una vernice superficiale e posticcia di pseudoutilità pubblica.

Quell’antenna, quel fallo svettante a sfidare il cielo della supposta onnipotenza del politico nostrano, dal punto di vista tecnico non ha alcun senso. E’ una struttura inutile ai fini statici, e gli stralli non serviranno a un bel nulla se non a vestire di cavi metallici un ponte che si regge perfettamente senza di essi. Perché vedete, i ponti sospesi in genere, e in particolare quelli strallati come questo, nascono per l’esigenza di coprire luci importanti, da minimo 200 metri fino a oltre 1200 metri. Per sorpassare un fiume come il Pescara, che in quel punto è largo una quarantina di metri, non era necessario – dal punto di vista tecnico – nulla di tutto ciò. E infatti il ponte attualmente sta su da solo, senza i tiranti. E su una luce così modesta starebbe su benissimo da solo anche con il carico del traffico, con l’unica necessità di ricalcolare gli elementi strutturali adeguando eventualmente le sezioni, ma comunque con costi notevolmente minori.

wp_20161119_005

Il ponte come si presenta oggi, si sorregge perfettamente senza nessuna necessità di cavi di sostegno

Insomma, cari pescaresi, quando percorrerete il maestoso ponte inutilmente strallato che ci stanno regalando in nostri amministratori pubblici di oggi, di ieri e dell’altro ieri tenete ben presente che quel ponte non è un regalo che una buona politica ha fatto ai cittadini. Esso è, al contrario, il regalo che i politici hanno fatto a se stessi per soddisfare il proprio incontenibile e insaziabile ego, con i vostri soldi. Ricordatevelo quando, nel chiedervi il voto vi diranno: “ma noi abbiamo fatto il Ponte inutilmente strallato”.

COME BUTTARE NELLA SPAZZATURA QUATTRO MILIARDI E MEZZO E FAR VIVERE FELICI LE MAFIE DEI RIFIUTI

Chi mi segue da un po’ forse ricorderà il mio articolo di  marzo 2016 [link]  nel quale parlavo di un esperimento di compostaggio domestico fatto sul mio balcone. Ho raccolto per un mese e mezzo la frazione organica del rifiuto prodotto dalla mia famiglia in una normalissima cassetta per le olive, di quelle traforate, aggiungendo una manciata di terriccio vegetale, e ogni tanto un pugno di segatura.

wp_20160303_002

Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: la cassetta piena di rifiuti organici.

Niente di più facile da fare, davvero alla portata di tutti. Per un mese e mezzo, dunque, non ho conferito il mio rifiuto organico al servizio di raccolta comunale. Secondo quest’interessante  pubblicazione dell’ENEA  [link]  dovrei avere così ridotto la mia produzione di rifiuto domestico del 70%.

Bene. Al termine dell’esperimento riferivo che il peso del rifiuto, grazie alla trasformazione in corso ad opera dei batteri e all’evaporazione dell’acqua contenuta nel rifiuto stesso, il peso del materiale conferito si era già ridotto di oltre il 50%. Nell’articolo vi avevo inoltre promesso che vi avrei tenuti informati degli ulteriori decrementi di peso, ed eccomi qua.

A metà settembre, dopo circa sei mesi dal termine dell’esperimento, ho raccolto il compost oramai maturo in una piccola busta di plastica. Sì avete capito bene: in una piccola busta di plastica ha trovato posto il rifiuto organico prodotto in un mese e mezzo da una famiglia di 4 persone. Il peso del materiale era pari a 2,2 kg, pari al 13,4% rispetto al totale di 16,4 kg di rifiuto conferito.

wp_20160924_003

Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: dopo sei mesi il compost maturo si è ridotto dell’87%

Insomma, con il compostaggio domestico una famiglia potrebbe ridurre il rifiuto conferito ad appena il 30% e utilizzare gli scarti organici per concimare il proprio orto o il proprio giardino. Io ho fatto l’esperimento sul terrazzo del condominio dove vivo, e porterò il mio compost in campagna, ma è certo che almeno tutte le famiglie che vivono in case unifamiliari potrebbero usare questo sistema. E sempre dall’articolo dell’ENEA si scopre che le famiglie che vivono in case unifamiliari non sono affatto poche: il 33% delle famiglie italiane, una famiglia su tre. A conti fatti, se tutte le famiglie italiane che vivono in case unifamiliari, e che quindi hanno a disposizione un minimo di terreno intorno, fossero incentivate a fare il compostaggio domestico la produzione dei rifiuti domestici, e quindi la corrispondente spesa pubblica, si ridurrebbe del 23%. Un comune come Spoltore  (19.000 abitanti) potrebbe risparmiare 700 mila euro che consentirebbe uno sgravio di circa 130 euro a famiglia.

Perché il compostaggio domestico sia una pratica così poco diffusa è un mistero che cercheremo di svelare alla fine dell’articolo. Ma vi posso anticipare che i responsabili sono sempre gli stessi: la malapolitica, la corruzione, le lobby, l’imprenditoria accattona e avida perennemente e cinicamente aggrepiata alla mangiatoia del denaro pubblico malgestito. Vedremo in che modo.

compost

Consideriamo ora i due terzi della popolazione italiana che non vivono in case unifamiliari. Ammettiamo che sia impossibile sperare di convincerli a fare quello che ho fatto io, vale a dire il compostaggio domestico da balcone. La cosa più corretta da fare per queste utenze sarebbe: selezione domestica dell’organico, raccolta porta a porta e conferimento del materiale in un centro di prossimità distante non più di 20 – 30 km dal centro urbano. E sì, perché non ci dobbiamo scordare che il rifiuto organico è composto per oltre l’85% di acqua (dal mio esperimento risulta l’86,6!) e i costi di trasporto sono in proporzione al peso del materiale e ai chilometri percorsi. Per cui, ogni chilometro in più che faccio percorrere ad un materiale pieno d’acqua per fargli raggiungere un centro di compostaggio distante centinaia di chilometri è un inutile costo per la collettività: sono soldi spesi per fare evaporare l’acqua da un’altra parte!

Cerchiamo di quantificare queste cifre, tanto per farci un’idea degli importi. Dal rapporto ISPRA sui rifiuti urbani  [link] (pag. 29) sappiamo che la produzione annua di rifiuti in Italia è di circa 30 milioni di tonnellate e che (pag. 41) la percentuale di frazione organica è pari al 43%. (Precedentemente avevamo parlato di una frazione organica del 70%: si sottolinea che i due dati non sono incongruenti. Nel primo caso, infatti, si parlava della frazione organica nell’ambito di una produzione prettamente domestica, dove la percentuale di organico è ovviamente maggiore essendo prevalenti gli scarti di cibo. In questo caso invece la percentuale è rapportata all’intera produzione di rifiuti urbani, che tiene conto dei rifiuti del sistema produttivo in genere.) Quindi su scala nazionale la produzione annua di rifiuto organico ammonta a circa 13 milioni di tonnellate. Se scarrozziamo questo quantitativo di rifiuti in giro per l’Italia con una percorrenza media di 300 km (dalla vicenda dell’AMA di Roma abbiamo saputo che i rifiuti organici si Roma venivano portati a smaltire presso lo stabilimento della società Bioman a Maniago, in provincia di Pordenone (http://bioman-spa.eu/), a ben 630 chilometri dalla capitale!), è facile calcolare che a un costo di mercato di 1,2 euro a tonnellata per km stiamo parlando di ben 4.680.000 euro (diconsi 4 miliardi e 680 mila euro)!.

Insomma, per capirci, il gioco è questo: il compostaggio domestico non va promosso, perché abbasserebbe la produzione di rifiuto organico. Il rifiuto organico non si composta in un impianto nelle vicinanze ma si trasporta a centinaia di chilometri. Il tutto messo regolarmente a bilancio e pagato dai cittadini ignari. Tutto questo teatrino vale circa quattro miliardi e mezzo di euro di soldi pubblici che corrispondono a circa l’1% dell’intera spesa pubblica nazionale.

Quanto incide questa somma sull’economia domestica di noi contribuenti? Il conto è presto fatto: si tratta di 75 euro all’anno per ogni cittadino, pari a circa 300 euro all’anno per un nucleo familiare di 4 persone. Soldi che in questo modo vengono sfilati al bilancio familiare dei cittadini ignari e finiscono alle lobby della spazzatura e del trasporto dei rifiuti, e per loro tramite alla peggiore politica che consente tutto questo.

Cosa si potrebbe fare di  utile per la società se non buttassero questi soldi letteralmente nella spazzatura? Un esempio per tutti: se si considera che i disoccupati in Italia sono circa 7.500.000 basterebbe questa cifra per dare a ognuno di loro un reddito minimo di cittadinanza di 600 euro. Che non è poco.

P.S. Da una persona bene informata ho saputo che la società Bioman farebbe capo alla moglie di un noto politico italiano, già sindaco di Roma. Dal sito della società naturalmente non si riesce ad avere conferma di questa notizia che sarebbe davvero uno scoop. Se qualcuno può accedere alle informazioni societarie tramite il sito della Camera di commercio o dell’Agenzia delle entrate potrebbe dare un’occhiata. Magari l’informazione è corretta e aspetta solo di essere resa pubblica.

IL SILENZIO DEI RESIDENTI – Lettera aperta al sindaco di Spoltore

Caro Sindaco,
undici anni fa mi trasferii con la mia famiglia nella frazione Villa Raspa del suo Comune, vendendo una casa di proprietà alla marina sud di Pescara, in cerca di un luogo quieto e residenziale dove poter trascorrere una vita tranquilla e riposare degnamente nelle ore notturne.
Cercai pertanto un luogo sufficientemente lontano dal centro di Pescara da poter essere ragionevolmente silenzioso specie nelle ore notturne. Villa Raspa faceva al caso mio. I primi anni tutto bene, poi cominciarono i guai: la lavanderia sotto casa venne trasformata in una gelateria, con annessa gazzarra serale fino a tarda ora, la scuola di musica implementò le sue attività e l’uso di amplificatori e altoparlanti, il parroco decise di scampanare gagliardamente sette – otto volte al giorno e fino all’anno scorso il bar Maden in estate si concedeva di giovedì le sue serate musicali, peraltro regolarmente autorizzate dal competente ufficio comunale che tuttavia ometteva nell’ordinanza l’indicazione del massimo livello sonoro ammissibile.
Ora io non ho nessuna preclusione nei confronti dei suoni e della musica, ma in special modo durante le ore notturne gradirei un relativo silenzio e una relativa quiete intorno a me.
Non mi riesce di trovare in rete il piano di zonizzazione acustica comunale, tuttavia secondo la tabella A dell’Allegato al D.P.C.M. 14/11/1997 la zona dove abito io è sicuramente di classe II, anche se – considerata la presenza nelle immediate vicinanze della scuola elementare e del parco pubblico – potrebbe anche rientrare in una classe I. A queste classi si associano comunemente livelli di emissione sonora nella fascia notturna, espressi come Leq (livello sonoro equivalente), di di 35 dB(A) per la classe I e di 40 dB(A) per la classe II. Con una rapida ricerca su internet si viene a sapere che il livello 30 dB corrisponde ad un bisbiglìo, o a un sussurro, alla distanza di un metro mentre il livello di 40 dB corrisponde al livello sonoro di un quartiere residenziale di notte che viene posto da alcuni autori allo stesso livello del rumore percepito all’interno di una biblioteca.
Per la fascia diurna, invece, dalle 6 alle 22, si prevedono livelli di emissione sonora tra i 45 dB(A) per la classe I e i 50 dB(A) per la classe II: significa che a Villa Raspa di giorno il massimo livello sonoro in strada non dovrebbe superare quello che si percepisce in un ambiente domestico o in una strada tranquilla.

db

Insomma caro Sindaco, zonizzazione acustica o no, non c’è nessun motivo per il quale io e la mia famiglia non possiamo avere diritto a vivere ai livelli sonori previsti dalle norme e adottati dal vicino comune di Pescara e non si capisce perché, al contrario, dobbiamo sopportare tutte le sere estive sino a mezzanotte, l’una, il chiasso dei clienti della gelateria senza che sia possibile chiedere agli stessi di abbassare il tono della voce e mangiare il gelato senza schiamazzare.
Parimenti non si capisce come mai nelle ordinanze comunali di autorizzazione delle feste (a luglio ne abbiamo due in fila, il saggio della scuola di musica e la sagra, che quest’anno sono durate circa quattro giorni l’una) non si possano imporre degli orari da rispettare e dei limiti di emissione sonora per fascia oraria.
Lungi dal volere creare una diatriba alla Peppone e Don Camillo, sarebbe probabilmente possibile richiedere con una garbata lettera al parroco di limitare il più possibile frequenza e durata degli scampanamenti, moderandone corrispondentemente il livello di emissione.
Infine le ricordo che il disciplinare tecnico del servizio di igiene urbana del comune di Spoltore prevede, alla pagina 13 “l’impiego di mezzi idonei quali autospazzatrici dotate di aspiratori o mezzi similari, soffiatori, ecc., purché dotati di sistemi di insonorizzazione che ne contengano la rumorosità ai limiti di accettabilità ammessi dalla normativa comunale (zonizzazione acustica) per interventi anche nelle ore notturne”. Ecco, forse si potrebbe ricordare agli incaricati dello spazzamento di Via Bari che se intendono attivarsi alle 5 di mattina dovrebbero premurarsi di rispettare il disciplinare che hanno sottoscritto e dotare i propri mezzi di sistemi di insonorizzazione che non emettano rumori superiori a un bisbiglio o un sussurro percepito alla distanza di un metro.
Non so come dirglielo, caro Sindaco, ma verosimilmente se vogliamo rispettare il sonno dei cittadini e la legge spazzando in ore notturne sarà necessario tornare a impugnare le ramazze.
Con stima e simpatia,
Carlo Spatola Mayo

P.S. Anticipo l’obiezione della mancanza del fonometro per misurare i decibel: da una veloce ricognizione in rete risulta che al giorno d’oggi si possa acquistare un fonometro non professionale ma comunque immagino funzionante e semplicissimo da usare con cifre che vanno dai 17 euro in su. Probabilmente uno strumento del genere non potrà consentire di elevare sanzioni inoppugnabili ma è certo che se fornito ai vigili urbani potrebbe consentire loro di argomentare più solidamente con i trasgressori. Parimenti pare di capire che fonometri migliori hanno prezzi in ogni caso decisamente contenuti che si aggirano intorno a poche centinaia di euro.

COME SPRECARE UN FIUME D’ACQUA E DI SOLDI, E (FORSE) NON RENDERSENE CONTO

Oggi sono venuto a conoscenza una storia davvero incredibile di cattiva gestione della cosa pubblica: è necessario che ve le racconti. Ancora una volta parliamo di acqua. Parliamo di gente che occupa posizioni di responsabilità nella gestione delle risorse idriche e ambientali senza un minimo di capacità, di cultura, di preparazione. Gente che ha occupato questi posti per anni compiendo scelte sbagliate e dannose, sperperando denaro pubblico a fiumi per mancanza di una visone olistica della molteplicità dei fattori e delle variabili che naturalmente entrano in gioco quando si ha a che fare con tematiche così importanti e complesse. Insomma, una storia di mala gestio all’italiana.

Sapete cos’è questa?

sorgente

La sorgente

E’ una sorgente di ottima acqua di falda che sgorga a monte della zona industriale di Bussi, in una zona che con ogni probabilità, per quota e posizione in relazione ai flussi idrici sotterranei, dovrebbe essere incontaminata.

Bene, questa sorgente ha una portata di circa 700 – 800 litri al secondo, pari ad oltre il 50% della portata attuale dell’acquedotto del Giardino, ed è captata da decenni mediante una grande tubazione di cemento armato che la consegna allo stabilimento industriale di Bussi dove viene utilizzata per il raffreddamento e per scopi industriali. Sì, avete capito bene: ottima acqua potabile usata raffreddamento e scopi industriali.

Mi sono informato presso alcuni tecnici dell’azienda i quali mi hanno confermato che per i loro scopi andrebbe altrettanto bene l’acqua di fiume, non è certo necessaria l’acqua di sorgente.

diga

L’opera di captazione

Premesso questo, è necessario ora ripercorrere per sommi capi la storia dell’approvvigionamento idrico della val Pescara. Negli anni ‘50 venne progettato e realizzato l’acquedotto del Giardino per servire gli abitati di Pescara e Chieti e degli altri centri della Val Pescara. La portata originaria prevista era di 800 litri al secondo (oggi alla sorgente vengono captati 1000 – 1200 litri al secondo), poi ci si rese conto che, a causa dell’espansione demografica, dell’aumento  del tenore di vita e anche – purtroppo – delle perdite idriche, la portata originaria non era più sufficiente. Quindi sorse l’esigenza di incrementare tanto le opere di trasporto, le tubazioni, quanto gli approvvigionamenti.

E sul fronte degli approvvigionamenti, negli anni ’80 a qualcuno nell’ambito Cassa del Mezzogiorno venne in mente di creare un campo pozzi in località Sant’Angelo a Castiglione a Casauria per pompare dalla falda circa 800 litri al secondo da immettere nell’acquedotto del Giardino per sopperire ad eventuali periodi di carenza idrica. Peccato che l’area scelta si trovava a valle del sito inquinato dello stabilimento Montedison di Bussi. E infatti 25 anni dopo, nel 2007, si scoprì che i pozzi Sant’Angelo immettevano nell’acquedotto acqua inquinata (ma va’? A valle del sito più inquinato d’Europa? Chi l’avrebbe mai detto?) e i pozzi vennero chiusi [link] . Non conosco con esattezza il costo dei pozzi ma immagino si possa trattare di una somma che attualizzata si aggiri attorno ai 5 milioni di euro. E mentre spendevamo questi soldi, senza che nessuno se ne rendesse conto, 800 litri al secondo di ottima acqua potabile erano usati dalla Montedison per il raffreddamento e per scopi industriali.

Chiusi i pozzi Sant’Angelo il commissario governativo nominato ad hoc per l’emergenza del fiume Pescara, Adriano Goio, decise di integrare l’acquedotto del Giardino con una portata di circa 700 litri al secondo realizzando in somma urgenza un nuovo campo pozzi e un tronco di acquedotto, per un costo di circa 5 milioni di euro, in località San Rocco a Bussi. Considerata la loro ubicazione, è probabile che pozzi peschino dalla stessa falda che naturalmente fluisce nella tubazione che porta l’acqua potabile allo stabilimento industriale di Bussi. Anche il commissario Goio non sapeva dunque niente dell’esistenza di questa captazione e del duo cattivo uso ed ha così pensato bene di realizzare costose opere di pompaggio anziché usare l’acqua che fluisce naturalmente dal sottosuolo.

Insomma, fino a questo punto, senza tener conto dei danni causati dall’immissione in rete di acque contaminate dai pozzi Sant’Angelo,  la necessità di integrare di 7 -800 litri al secondo l’acquedotto del Giardino è costata ai cittadini una diecina di milioni di euro.

condotta

La tubazione di adduzione allo stabilimento di Bussi

Ma non è certo finita qui. Perché a latere di tutta questa delirante vicenda se n’è sviluppata, indipendentemente e parallelamente, un’altra ancor più delirante e altrettanto inutilmente dispendiosa per i cittadini. Come si dice, oltre al danno, la beffa.

Mi riferisco al fantomatico potabilizzatore di San Martino [link]. Ve la riassumo brevissimamente per non tediarvi: negli anni ’70 viene richiesto dalla Cassa del Mezzogiorno al Ministero dei Lavori Pubblici un finanziamento per realizzare un impianto di potabilizzazione delle acque del Pescara in località San Martino a Chieti, sempre con il fine di integrare la portata dell’acquedotto del Giardino per fronteggiare eventuali carenze idriche. Nel 1990 viene realizzato un primo impianto “piccolo”, da 100 litri secondo, che non è mai entrato in funzione, ma che è costato una cifra in lire che, attualizzata, di aggira sul milione di euro. Successivamente viene realizzato un secondo potabilizzatore, terminato nel 2005, da 500 litri al secondo, per un importo che, risulta aggirarsi intorno  ai 25 milioni di euro. Ma anche questo secondo depuratore non può entrare in funzione poiché le acque del Pescara hanno un livello di inquinamento che non le rende compatibili con la potabilizzazione, e quindi gli enti preposti al controllo non rilasciano i necessari permessi. Una qualsiasi persona normale, non necessariamente un manager ma qualsiasi persona onesta e cerebralmente normodotata verificherebbe prima di fare un’opera del genere la possibilità di utilizzare le acque del fiume. Ma in questo caso, che volete, è andata così, e abbiamo ben due potabilizzatori nuovi di zecca in grado di fornire complessivamente 600 litri al secondo, costati 26 milioni di euro che non hanno mai funzionato.

potabilizzatore3-jpg

Il potabilizzatore di San Martino

Non possiamo a questo punto fare a meno di notare questa inquietante coincidenza: il RUP  (responsabile unico del procedimento) di questo progetto era Giampiero Leombroni [curriculum] la persona che sembra sia destinata a prendere prossimamente le redini dell’ACA.

E’ tutto, direte voi? Ma no: visto che non ci facciamo mai mancare niente, nel 2006 è stata posta in opera buona parte delle tubazioni della rete duale prevista per la distribuzione di acque potabilizzate che esistono solo sulla carta e, forse, nelle intenzioni dei progettisti. Altri tubi, altri lavori, altri costi. Altri disagi e nessun vantaggio per i cittadini.

Mentre succedeva tutto questo, mentre si sperperavano 36 milioni di euro per reperire 7 -800 litri al secondo di acqua potabile in nome di un’emergenza idrica presunta più che reale, avveniva che 800 litri al secondo di ottima acqua potabile continuavano ad essere utilizzati per scopi industriali negli stabilimenti di Bussi. Tutto sotto lo sguardo distratto, disattento, incapace, inadeguato di un inutile commissario all’emergenza del fiume Pescara e di un certo numero di amministratori, direttori, responsabili, impiagati ATO e ACA profumatamente quanto inutilmente pagati.

E che adesso ambiscono a continuare a fare danni.

DALL’ACQUA ALLA PUGLIA ALL’AUTOSTRADA DI TOTO: IL FILO ROSSO DEL SACCHEGGIO DEL TERRITORIO ABRUZZESE

C’è un filo rosso che sembra legare senza soluzione di continuità le grandi opere che sono state presentate all’opinione pubblica abruzzese negli ultimi quindici anni. Ed è quello che unisce una serie di progetti che sono stati via via proposti e inseriti nelle varie programmazioni regionali e ministeriali millantando mirabolanti vantaggi economici (di facciata) per i cittadini ma che poi, ad una attento esame, si sono rivelati solo dei lucrosissimi affari per qualche importante società privata che lasciavano ai cittadini solo danni ambientali e rischi per la salute.

metan-pineto3

Esplosione del gasdotto SNAM a Mutignano di Pineto (Teramo), 6 marzo 2015

Chissà se qualcuno si ricorda del famigerato progetto “Acqua alla Puglia”. Era un progetto faraonico che prevedeva di intubare le acque dei tre maggiori fiumi abruzzesi e di convogliarle in gigantesche condotte sottomarine per portarle fino in Puglia. Eravamo nel 2001 e il berlusconismo più aggressivo e rampante pervadeva la politica nazionale. I governatori di Abruzzo e Puglia, Giovanni Pace e Raffaele Fitto, inscenarono questo teatrino: “la povera regione Puglia è assetata, la siccità non consente di avere l’acqua necessaria e sufficiente per le attività e la vita delle persone”, questuò Fitto; “nessun problema, collega”, reagì prontamente il suo omologo abruzzese, “veniamo noi in vostro soccorso, siamo una regione notoriamente ricca di ottima acqua”. E sotto lo sguardo benevolo di Pietro Lunardi, quello della Rocksoil, società specializzata nello scavo di gallerie e che per questi eccelsi meriti di perforatore era stato nominato ministro delle infrastrutture da Berlusconi, si apprestavano a concludere, sperando nel placet delle popolazioni regionali, l’iter autorizzativo e progettuale a tal fine iniziato dalla società anglo-americana Binnie, Black & Veatch. Il ministro Lunardi fece addirittura predisporre, dal suo viceministro Viceconte, un gustoso pamphlet nel quale, sotto la titolazione farlocca di “Abruzzo, il sistema idrico” [link] si illustrava in realtà il progetto di trasferire 280 milioni di metri cubi di acqua all’anno dall’Abruzzo alla Puglia. Il pamphlet fu presentato agli abruzzesi nel 2003 in occasione di un evento promosso dagli enti interessati. Peccato che alcuni tecnici e ambientalisti avessero avuto tempo e modo di studiare le carte. Io avevo appena pubblicato sulla rivista L’Acqua dell’Associazione Idrotecnica Italiana un articolo [articolo] in cui rifacevo tutti i conteggi del bilancio idrico e idrologico della regione Abruzzo arrivando a conclusioni diametralmente opposte a quelle del ministero. Presi perciò la parola e spiegai che prima di tutto non è che se una regione è ricca dal punto di vista idrologico può permettersi a cuor leggero di privarsi di un enorme quantitativo di acqua, e che, soprattutto, la regione Puglia – a causa delle perdite idriche dovute al cattivo stato della rete di distribuzione idrica – perdeva ogni anno 390 milioni di metri cubi di acqua, e che dunque sarebbe stato molto più semplice, logico ed economico investire nella manutenzione straordinaria dell’acquedotto pugliese per recuperare l’acqua mancante piuttosto che realizzare opere costosissime per deprivare l’Abruzzo di un fiume di acqua che si sarebbe poi perso nel sottosuolo pugliese.

Probabilmente grazie a quell’intervento e ad altri dello stesso tenore l’evento di L’Aquila non ebbe l’effetto persuasivo sperato, la stampa riprese quei temi che diventarono di dominio pubblico e il progetto naufragò dopo pochi mesi per l’ostilità dell’opinione pubblica.

Tuttavia oggi, a distanza di quindici anni da quegli eventi, non si può fare a meno di notare che lo stesso cliché è stato tentato con insistenza e ripetutamente altre volte. L’idea di inventarsi qualcosa per fare soldi realizzando opere milionarie più o meno inutili sfruttando a fini privati denaro e risorse pubbliche quali acqua, suolo, paesaggio, idrocarburi, è stata riproposta ai cittadini abruzzesi con una frequenza martellante, quasi al ritmo di una di queste brillanti trovate ogni anno. Per quale motivo, poi, la politica avalli sempre queste iniziative lo lascio supporre a voi.

Nella tabella che allego [tabella] troverete un elenco, probabilmente non esaustivo, di questi progetti: si va dal già ricordato “Acqua alla Puglia” al tristemente noto progetto di Toto per accorciare la percorrenza autostradale verso Roma di 15 minuti, passando per il famigerato e pervicace Ombrina, del 2002 ma sventato solo nel 2014, per il Centro oli di Ortona, per il nuovo Piano regolatore portuale di Pescara, per l’elettrodotto della Terna, la Forest Oil di Bomba, il gasdotto SNAM e il più volte riproposto inceneritore da realizzarsi in Abruzzo.

Si ha davvero l’impressione che a qualcuno sia venuto in mente che l’Abruzzo sia la regione ideale per proporre e portare a compimento queste faraoniche imprese, redditizie per i privati quanto dannose per l’ambiente e i cittadini. La nostra è una regione con una buona posizione strategica, poco popolata e sinora poco impattata. Questa caratteristica dovrebbe spingere una sana politica a puntare sul turismo naturalistico e culturale perché ovviamente questa è la naturale vocazione dell’Abruzzo. Purtroppo però nella realtà si contrappongono due forze assolutamente impari nel potere di condizionamento delle scelte politiche: da una parte ci sono i cittadini, che dovrebbero essere sovrani ma che vengono considerati poco più che sudditi, dall’altra grosse società multinazionali che hanno dalla loro la capacità di essere sempre riconoscenti nei confronti di chi agevola i loro piani .

Non si può spiegare altrimenti, ad esempio, l’inerzia nel far partire effettivamente il parco della Costa dei Trabocchi e la pista ciclabile lungo l’ex tracciato ferroviario se non con l’antitetico interesse delle società petrolifere a sfruttare il petrolio in mare davanti alla medesima costa. L’iter autorizzatorio di Ombrina, e degli altri progetti estrattivi, sarebbe stato complicato a dismisura da un effettivo avvio del Parco dei Trabocchi e delle iniziative economiche connesse. Ma se si cominciasse sul serio a occuparsi dell’interesse pubblico, ci si accorgerebbe facilmente che un parco ben gestito in un ambiente tutelato crea turismo e risorse, altro che trivellazioni. Tuttavia il parco non si fa, si lascia stagnare l’economia per poi proporre i progetti delle multinazionali come soluzione.

Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di propriet‡ Edison ed Eni. ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY - NO ARCHIVE+++

La Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B

C’è però una buona notizia: quando i cittadini vigilano, si uniscono, manifestano, protestano la politica riesce ancora a capire quando è il momento di ritirarsi. Perché comunque il politico deve ancora, prima o poi, passare per le elezioni. E quindi va bene, cara multinazionale, ma se la gente protesta non ti posso più aiutare. E siccome è sempre più difficile che certe cose non si sappiano, grazie alle associazioni ambientaliste, ai cittadini sempre più connessi, all’azione dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle in parlamento e nelle istituzioni regionali e comunali, la politica finisce per doverne tenere conto. Tanto è vero che dei sei progetti tra quelli da me ricordati che sono giunti in qualche modo ad una conclusione, solo uno – l’elettrodotto Terna – è riuscito ad andare in porto. Gli altri sono stati stroncati dalla reazione della società civile e dall’azione della magistratura.

Resta comunque l’amaro in bocca per dover constatare che i nostri rappresentanti, appena possono, ci provano. Hanno contatti con le società multinazionali, siedono ai loro tavoli. Sembra di sentirli parlare con questi uomini d’affari, forse anche in soggezione, e cercare di ipotizzare come infiorettare la faccenda: che gli diciamo ai cittadini, come fare per far loro credere che stiamo agendo nel loro interesse?

Sembra di esserci, in queste riunioni che si svolgono sempre privatamente e a porte chiuse. E francamente non fa piacere capire che questo avvenga, sistematicamente, regolarmente. Penso che gli italiani e gli abruzzesi abbiano diritto ad avere qualcosa di meglio, qualcosa di più che dei lacchè delle multinazionali travestiti da governanti.

BALNEAZIONE 2016, MANUALE DI SOPRAVVIVENZA

E siamo di nuovo ad agosto. E’ passato un anno dall’infausta estate 2015 durante la quale i pescaresi dovettero patire due clamorosi episodi di inquinamento da reflui in mare, con i connessi problemi sanitari ed economici conseguenti alla non balneabilità di molti tratti di costa. A leggere il rapporto di Legambiente 2016 sembra che in fin dei conti nulla sia cambiato.

WP_20160805_002

I risultati di Goletta Verde 2016

Su nove punti della costa abruzzese monitorati da Goletta Verde solo due risultano idonei, Pescara e Pineto, esattamente come l’anno scorso. A Pineto il punto coincide con l’area della riserva della Torre di Cerrano, e quindi la cosa è plausibile. A Pescara il punto monitorato da Legambiente, invece, è in pieno centro, di fronte alla Nave di Cascella. Sembrerebbe un punto a rischio ma evidentemente non è così. Ne prendiamo atto con soddisfazione ma non esultiamo: se fosse stato scelto il punto di Via Balilla o Via Galilei sappiamo tutti che la musica sarebbe stata diversa.

La cosa che colpisce è che nel  corso di un anno nulla di risolutivo sia stato intrapreso da chi ha il potere di decidere. Parliamo da un anno di milioni di lavori appaltati, ma i cantieri non si vedono. Perlomeno a me non risulta nemmeno un cantiere in attività in un depuratore su tutto il territorio della provincia di Pescara. Proclami quanti ne vogliamo, fatti pochini. Tra le cose fatte c’è l’intervento denominato DK15, un vecchio progetto nato per collettare gli scarichi abusivi lungo il Pescara, che è stato portato avanti e risulterebbe quasi terminato, ma il risultato di questo intervento concepito esclusivamente per la realizzazione di nuovi tronchi fognari non è stato quello sperato: infatti  in questo modo la portata ai depuratori è aumentata, raddoppiata, in taluni casi triplicata, però i depuratori sono rimasti gli stessi. E quindi non ce la fanno.

In pratica siamo al punto di partenza, il bagno al mare è anche quest’anno un rebus. Ma almeno abbiamo una certezza: i dati dell’ARTA, contrariamente al passato, vengono pubblicati con tempismo rigoroso e sappiamo dopo 48 ore dal campionamento come stanno le cose. Meno male. Come dite? Non è poi così sicuro? Ah beh, certo, dimenticavo la possibilità dello “spostamento delle colonne nei file”, particolare di poca importanza, un dettaglio che però può portare a leggere sul sito ufficiale dell’ARTA che un depuratore che funziona abbastanza bene risulta avere uno scarico che sembra quello della fognatura non trattata. O viceversa.

E poi a pensarci bene i dati ufficiali del monitoraggio della balneazione, nell’istante stesso in cui vengono pubblicati, pur rispettando tutte le prescrizioni di legge e pubblicando i dati nelle colonne giuste, sono già superati nel momento stesso in cui vengono pubblicati. E sì, perché i dati microbiologici hanno un tempo di analisi di 48 ore e quindi la fotografia che ci restituiscono è quella di due giorni prima. E poi sono mensili, e quella fotografia si pretende rimanga fissa e immutabile a rappresentare lo stato dell’acqua in quel punto per un intero mese mese, quando invece – considerato il malfunzionamento generale del sistema fognario e depurativo – tutto può cambiare nel giro di poche ore. Un esempio per tutti: la situazione a nord del fiume Pescara rilevata con il campionamento dell’11, 12 e 13 luglio dava un quadro molto incoraggiante a via Balilla e a Via Galilei, con tutti i valori abbondantemente entro i limiti di legge. Ma vi ricordo che il 15 di luglio, proprio mentre l’ARTA pubblicava questi dati incoraggianti, stava piovendo, e molto. In quelle ore l’impianto B0 della Madonnina, alla foce del Pescara, non riusciva a trasferire l’intera portata al depuratore e scaricava nel fiume oltre 40.000 metri cubi di refluo. Secondo voi se avessimo fatto le analisi il 17 anziché il 13 i risultati sarebbero stati gli stessi?

E quindi, cari miei, finché non si sarà messo mano seriamente al sistema depurativo regionale con un approccio complessivo che non si faccia sconti autoassolutori, è bene che sappiate che avrete bisogno di molta prudenza e di molto buon senso per sapere dove fare il bagno in Abruzzo con una relativa sicurezza.

Un metodo empirico ma pratico che vi posso suggerire e quello delle cosiddette analisi “a occhio” dell’acqua di mare. Non è ovviamente un metodo scientifico – e ci mancherebbe! –  ma, se applicate con buon senso, vi possano consigliare abbastanza correttamente sul da farsi. Almeno, nell’incertezza che stiamo vivendo, è un’informazione in più. E in fondo, tutto considerato, ha anche una sua logica.

Permetto che le considerazioni che seguono sono state fatte su un campione di un centinaio di reflui reflui di depuratore, quindi su una matrice diversa. Ma penso che alcune valutazioni generali possano essere estese, con molta elasticità e prudenza, all’acqua di balneazione. Nel corso del mio lavoro, dicevo, all’atto del campionamento di un refluo depurato ho preso l’abitudine di appuntare sul verbale se il refluo si presentava “limpido”, cioè trasparente senza alcun tipo di impurità, come acqua di sorgente; “chiaro”, cioè trasparente nel suo complesso ma con delle piccole impurità percepibili a occhio nudo; oppure “opaco/torbido”. Confrontando queste note con i successivi risultati analitici ho potuto verificare che se il refluo campionato risulta “limpido” nel 92% dei casi è anche conforme, e quindi l’acqua è relativamente pulita, se è “chiaro”, per come sopra definito, la percentuale di conformità si abbassa al 35%, se è opaco o torbido il refluo è sicuramente (100%) non conforme. Questo è il sistema che in molti casi mi consente di capire come va un depuratore con la sola osservazione del refluo. Ma d’altra parte questa è una valutazione che facciamo tutti i giorni: nessuno di noi berrebbe ad un rubinetto da cui esce acqua torbida, mentre se l’acqua è limpida la beviamo tranquillamente senza chiedere il certificato analitico!

004

L’aspetto di un refluo depurato quando il depuratore funziona bene

Come si diceva questo metodo non ha nulla di scientifico ed inoltre i limiti di accettabilità per la balneazione sono diversi, e molto più bassi di quelli degli scarichi. Ma mi sento di dire che, nella grande incertezza nella quale ci troviamo, portare con sé un barattolo o un bicchiere di vetro trasparente e osservare attentamente l’acqua del mare nel bicchiere può consentirci di avere un parametro di valutazione in più, che, vista l’insicurezza delle fonti ufficiali può essere utile per valutare il da farsi. In fin dei conti stiamo dicendo solo una cosa assolutamente ovvia: l’acqua pulita è inodore, incolore e non presenta elementi in sospensione.

Io farei così: sceglierei di andare a fare il bagno solo nei punti in cui i dati ARTA hanno dato risultati sempre positivi e porterei con me un barattolo di vetro trasparente. Arrivato a riva verificherei se l’acqua appare pulita e trasparente, senza colori, odori e materiale galleggiante di qualsiasi tipo. Infine riempirei il barattolo ed osserverei attentamente l’acqua, che dev’essere trasparente senza alcun tipo di sospensione visibile ad occhio nudo, come acqua da bere. Superate queste tre prove, mi farei un buon bagno.

 

UN NUOVO INTERROGATIVO: DOVE VADO A FARE IL BAGNO IN AGOSTO?

Il mese scorso ho pubblicato una tabella ricavata dai dati ufficiali ARTA con la quale cercavo di chiarire a me stesso in quali spiagge d’Abruzzo fosse più opportuno portare i miei figli a fare il bagno. La sorpresa per me fu di rendermi conto che una gran parte del litorale abruzzese era in buone, anzi ottime condizioni di balneabilità avendo concentrazioni batteriche inferiori al 10% del limite di legge. Naturalmente il lavoro fatto evidenziava anche ampi tratti di costa dove era evidentemente inopportuno o perlomeno rischioso fare il bagno.

hotel-lina

Mare pulito lungo il litorale abruzzese.

Ma poi, l’11, il 12 e il 13 luglio, ci sono stati nuovi campionamenti e nuove analisi ARTA. I giornali hanno riportato di un nuovo superamento a Pescara nord, in una zona fino a quel punto ritenuta pulita. E mi sono detto: non sarà che le cose sono cambiate e che quello che prima sembrava a posto oggi non lo è più? Allora, per evitare di sbagliare e andare a  fare il bagno in un tratto di costa con il mare poco pulito, mi sono armato di tanta pazienza e mi sono applicato si nuovo a mettere in ordine i dati che si trovano buttati sgarbatamente alla rinfusa nel sito dell’ARTA. Ho in pratica aggiunto alla precedente tabella i dati di luglio, adottando i medesimi criteri di  evidenziazione già espressi nel mio precedente articolo [link1] aggiornando poi di conseguenza la colonna riassuntiva.

Il risultato  del mio lavoro di oggi è il seguente: Balneazione 2016 agg. luglio

Ovviamente non ci sono grosse differenze con quanto riferito nell’articolo precedente, tuttavia alcune cose è bene precisarle.

Prima di tutto dobbiamo rilevare un superamento consistente a Roseto degli Abruzzi, in una zona che già nel mese di giugno aveva mostrato delle criticità. Poi c’è il dato anomalo, e un po’ sorprendente, di viale della Riviera nord a Pescara, in una zona che non ha mai dato problemi. Lo registriamo, lo segnaliamo e lo terremo d’occhio per valutare eventuali evoluzioni della situazione. Ma per il momento in quella zona  mi asterrei, non si sa mai. Al contrario, si evidenzia un miglioramento nella zona immediatamente a nord della foce del Pescara, ma ricordo che il 15 luglio, due giorni dopo il campionamento, c’è stato il temporale con lo sversamento di 55.000 metri cubi di liquame all’impianto della Madonnina [link2]. Quindi direi che non c’è da fidarsi per niente di quella zona. Infine i dati ARTA di luglio confermano la situazione estremamente critica della zona a nord della foce del Feltrino, al confine tra San Vito e il territorio di Ortona. In tutti gli altri tratti, insomma, le cose vanno benino.

Siccome però i dati, come si vede, sono piuttosto ballerini, direi che nulla può essere considerato definito, certo e immutabile. Allora sapete che farò? Userò questa tabella come orientamento di massima. Ma una volta in spiaggia userò tanto buon senso: mi ricorderò che l’acqua – per definizione – dev’essere, incolore, inodore e trasparente ed eviterò di immergermi se per caso dovessi vedere il mare opaco, torbido, o di un qualsiasi colore. Eviterò di immergermi se dovessi sentire odori sgradevoli o vedessi galleggiare schiuma o altro sulla superficie dell’acqua. Eviterò di fare il bagno ogniqualvolta il mio buon senso mi metterà sul chi vive.

Tanto premesso, me ne vado al mare. Buon bagno a tutti. Alla peggio, un bagno di sole e una doccia con l’acqua potabile non ce li toglie nessuno.

QUEST’ANNO, IN ABRUZZO, DOVE PORTO I MIEI FIGLI A FARE IL BAGNO?

Qualcuno mi ha fatto una domanda ovvia ma fondamentale: ok, mi hanno detto, l’acqua del mare in Abruzzo non va, i depuratori non funzionano e abbiamo tanti problemi di cui ogni giorno discutiamo. Ma se tu dovessi portare i tuoi figli a fare un bagno di mare, quale località sceglieresti? In sostanza mi è stato chiesto:  c’è, in Abruzzo qualche spiaggia dove l’acqua è po’ più pulita e dove si possa fare il bagno con una certa tranquillità? A questa domanda, ovviamente, visti i pregressi, le sanzioni, le pressioni continue con le quali vengo ormai vessato da un anno per avere espresso il mio parere sullo stato della depurazione e della balneazione in Abruzzo, mi rifiuto categoricamente di rispondere come tecnico ARTA. Da questo punto di vista non ci sono santi: bocca cucita, parlano i dati ufficiali pubblicati sul sito da persone più qualificate di me e controfirmati da dirigenti con fior di curricula professionali. Chiuso l’argomento. E non intendo tornarci più su.

Ma a quel punto mi è venuta la curiosità. Perché in effetti, va bene la mia vacanza a Creta con le sue spiagge meravigliose, va bene che sabato parto e mi faccio una settimana in Costa Smeralda, ma poi a luglio e ad agosto mi troverò anch’io di fronte al dilemma: dove porto i ragazzi a fare il bagno? Sarà proprio vero che tutto il litorale non è balneabile? Allora, mi sono detto, consultiamo i famosi dati ufficiali gentilmente concessi dalla nostra ineffabile agenzia di monitoraggio ambientale.

E qui viene il bello: perché il sito dell’ARTA, parlo da cittadino che usa molto internet e visita ogni giorno decine di siti, è di una bruttezza e di un’inutilità sconcertanti. Lo definirei un sito reticente. Perché un sito fatto bene dev’essere accattivante, dinamico, immediato. Questo, al contrario, è statico, freddo, piatto. Sembra voler dire: caro cittadino, queste informazioni te le do perché sono obbligato da leggi bislacche che mi obbligano a farlo, però io non capisco perché tu ti debba impicciare di queste cose, dei dati ambientali, e non ti debba fidare di quello che noi ti diciamo genericamente con le interviste giornalistiche. Se qualcuno ti dice, davanti a un microfono, che il depuratore funziona e che il bagno si può fare, fidati, e che diamine!

Ed infatti sullo scialbo sito web dell’ARTA i dati della balneazione [dati ARTA] ci sono, è vero, ma sono difficilmente raggiungibili (la pagina si apre cliccando sul link “desktop”  tanto per rendere la cosa meno intuitiva possibile!) e – una volta trovati – praticamente incomprensibili e inutilizzabili da parte del cittadino. Insomma il dato c’è ma allo stato grezzo e manca la risposta semplice e chiara a quello che in realtà interessa alla gente: dove posso andare a fare il bagno senza correre il rischio di ammalarmi?

Quindi, per chiarirmi le idee, il lavoro che l’ARTA ritiene di non dover fare l’ho dovuto fare io. Sulla base dei risultati delle analisi dei campioni routinari prelevati  nei mesi di aprile, maggio e giugno ho prima di tutto messo in ordine i punti di campionamento da nord a sud, in modo da creare una sequenza logica di aree contigue. I punti sono individuati per comune e secondo la descrizione ufficiale della Regione che compare sul sito ARTA.

img017

(L’immagine è solo uno stralcio del lavoro completo al quale si può accedere mediante il link Balneazione 2016 alla fine dell’articolo)

Nelle colonne a fianco compaiono dei numeri che esprimono il livello di inquinamento batterico riscontrato nei campioni prelevati nei mesi di aprile, maggio e giugno (vi ometto, per non tediarvi, la noiosa spiegazione della differenza tra MPN/100ml e UFC/100ml, sottigliezze per addetti ai lavori, come pure la differenza tra <1, o <4, e zero: a voi basti sapere che più è basso il numero e meno il campione è inquinato!). Per facilitare la lettura della tabella ho adottato dei colori: il rosso per evidenziare i superamenti nei limiti di legge, il verde e l’azzurro per i campioni che rientrano nei limiti. La differenza tra il verde e l’azzurro è una mia invenzione personale che ora vi spiego.

Al di là dei limiti di legge, è chiaro che se posso scegliere tra un mare con zero colibatteri e uno con 490, entrambi accettabili, sceglierò quello che ne ha zero. Quindi ho introdotto di mia iniziativa una differenza, molto severa, tra i campioni che rientrano in un limite pari alla decima parte del limite di legge (quindi 50 per l’E.coli e 20 per gli enterococchi) per definire quei campioni che risultano sono davvero molto puliti e li ho individuati con il colore azzurro mentre gli altri, sempre nei limiti ma che non rispettano questa condizione, li ho evidenziati col verde.

Ecco, in questo modo il quadro è più chiaro. Ora ho capito dove, nei prossimi mesi,  porterò i miei figli a fare il bagno. Ho fatto una mia personale sintesi  della situazione complessiva nella seconda colonna, tra quella dei comuni e quella che individua i punti, sulla cui intestazione ho posto un punto interrogativo e un punto esclamativo, poiché ritengo sia una risposta semplice e chiara alla semplice domanda alla quale nessuno sembra voler rispondere. Ho reso la risposta intuitiva utilizzando i soliti colori. Le corrispondenze sono state fatte utilizzando una certa dose di elastico buon senso, privilegiando l’andamento complessivo ma anche il trend nel corso dei tre mesi e tenendo conto cautelativamente della situazione complessiva.

Beh, che vi devo dire: io i miei figli li porterei dove vedo il colore blu. Dove c’è il verde magari pure, ma con un po’ di attenzione in più. Ma questo è quello che farei io, voi fate come volete.

Balneazione 2016

CHE FINE HA FATTO IL MOVIMENTO ABRUZZESE?

Ho riflettuto alcuni giorni sui risultati delle amministrative 2016. Pur con tutto l’ottimismo possibile, anche alla luce di tutta la strada che abbiamo percorsa da quell’ottobre del 2011 quando fondammo il Movimento Abruzzese,  non mi riesce proprio di considerarlo un successo.

Foto fondatori M5S Abruzzo

E’ pur vero che in Italia qualcosa di interessante si sta profilando all’orizzonte: le sfide di Torino e soprattutto di Roma appaiono incoraggianti e possiamo davvero sperare di ottenere un bel successo in una o entrambe queste città. Ma anche in questi due casi andrei cauto a considerare la cosa fatta, nemmeno a Roma dove la differenza al primo turno tra Raggi e Giachetti potrebbe illuderci di aver già conquistato il Campidoglio. Già, perché la panzer-division di Renzi sta già marciando verso la capitale spinta dagli enormi interessi economici in gioco. La parte sostanziosa della pizza per i prossimi anni saranno gli appalti, e la grande aspettativa è quella degli affari miliardari che si profilano in caso riuscissero a fare a vincere la candidatura di Roma per le olimpiadi dal 2024. Renzi e i poteri forti che lo sostengono non si fermeranno di fronte a niente pur di sbarrare la porta del campidoglio a un sindaco pentastellato. Arrivo a ipotizzare, e non credo di sbagliarmi, cose pesanti come compravendite massicce di consensi e, alle brutte, brogli elettorali. Non ci scordiamo che al Viminale abbiamo un ministro della caratura di Alfano.

Per adesso hanno messo in moto la macchina della disinformazione. Su “Il Messaggero”, il giornale di Caltagirone che ha interessi fortissimi nell’affaire delle olimpiadi, oggi ha dedicato due intere pagine a magnificare le olimpiadi, ricordando anche quante belle e utili cose sono state fatte a Roma per le Olimpiadi del ’60. Certo, ma allora l’Italia era diversa, la politica era diversa, l’imprenditoria era diversa. Non era pensabile una corruzione da 60 miliardi di euro all’anno e un debito pubblico da 2200 miliardi. La mafia era un fenomeno locale, confinato in limitate aree del paese, con una struttura ingenua rispetto al sistema tentacolare che ha invaso prepotentemente il mondo della finanza mondiale, e Roma era una bella ed elegante città del centro Italia che non avrebbe mai immaginato che il suo nome sarebbe stato associato a quello del sistema mafioso.

Insomma, la Raggi e chi la coadiuverà – qualora riuscissero effettivamente a vincere – avranno bisogno di una forza sovrumana per rimanere al timone di questa nave corsara che è diventata oramai l’amministrazione capitolina.

Comunque auguriamoci che le cose vadano bene e che vinciamo a Roma. E magari anche a Torino. Un gran bel successo. E negli altri comuni? E, soprattutto, in Abruzzo?

Ecco, guardando i risultati abruzzesi penso di poter dire una cosa. Non me lo aspettavo. Forse nessuno, neppure i nostri avversari e detrattori se lo aspettavano.

Il primo, inescusabile errore è stata la mancata certificazione di molte liste. Qui c’è da dire che un movimento politico che si dà una struttura come la nostra non può arrivare in vista delle elezioni e non riuscire a certificare le liste perché questo stato di cose ha danneggiato grandemente il Movimento sia sotto il profilo pratico, sia sotto quello dell’immagine. Per non parlare di quello psicologico: mi metto nei panni degli attivisti dei gruppi esclusi, immagino la loro delusione. E queste cose segnano. E non sempre se ne viene poi fuori indenni. Quindi un danno enorme. E il responsabile? Boh? Nessuno sa cosa sia successo, se sia stata semplicemente una disorganizzazione (grave) o se qualcuno abbia scelto quali gruppi si presentavano e quali no (gravissimo). Chiarezza, sotto questo punto di vista: zero.

Escluse in questo modo dalla competizione città importantissime come Roseto, Lanciano e Sulmona mi risulta, dal sito del Movimento, che in Abruzzo ci siamo presentati in nove comuni, correggetemi se sbaglio: Bellante, Casalbordino, Castellalto, Civitella Roveto, Francavilla al Mare, Penne, San Giovanni Teatino, Tagliacozzo e Vasto.

Non conosco da vicino le dinamiche locali delle varie realtà e ragionerò solo nelle linee generali, sui numeri: mi scuseranno gli attivisti che sicuramente ci avranno messo tutto l’impegno possibile. Però i risultati di Casalbordino (4,4%) e di Tagliacozzo (5,7%) sono davvero un’anomalia. Per certi versi ancora più inspiegabili sono i risultati di Vasto, uno dei primi comuni in Abruzzo dove il Movimento ha messo da tanti anni solidissime radici (13,7%) e di Francavilla, un gruppo bellissimo, molto affiatato, capace di esprimere iniziative di alto profilo e che tuttavia si è fermato all’11%. In entrambi i casi i candidati sindaci hanno avuto un consistente numero di voti in più del Movimento, segno che la scelta del candidato era vincente. Eppure qualcosa non ha funzionato. Analogamente possiamo dire per San Giovanni Teatino e Castellalto che si sono fermati al 13,9 e all’11,2%. Un po’ meglio è andato a Bellante, 17,9%, ma gli unici gruppi che hanno conseguito risultati all’altezza delle aspettative sono stati Civitella Roveto, 27,7% e – ovviamente – Penne, dove Luca Falconetti con un vistoso 34,4%  ha sfiorato il colpaccio.

Però vedete, se ripercorriamo la storia elettorale del Movimento 5 Stelle in Abruzzo vediamo che nel 2012, con un Movimento 5 Stelle appena nato e accreditato dai sondaggi nazionali ad appena il 4%, riuscimmo a fare eleggere due consiglieri, Manuel Anelli a Montesilvano, con il 4,8% (3,9 come voto di lista) e il sottoscritto a Spoltore con l’8% (7,1% alla lista). Ma già l’anno successivo, per le politiche 2013, al termine di una campagna elettorale repentina e agguerritissima, [link] contribuimmo al successo del Movimento con un risultato (29,9%) al di sopra della media nazionale (25,6%) diventando di colpo una delle regioni più pentastellate d’Italia. Personalmente, poi, fui davvero contento di poter riscontrare che il lavoro che avevo svolto sino ad allora come consigliere comunale era stato apprezzato dai cittadini che a Spoltore tributarono al Movimento un inimmaginabile 38,7%, ben 13 punti percentuali in più della media nazionale. Potei quindi ironizzare in consiglio comunale su come unico consigliere di opposizione avesse riscosso, in paese, più consenso elettorale di tutti i consiglieri della maggioranza!

L’anno successivo avemmo un successo elettorale altrettanto dirompente: alle europee, il 21,2% nazionale venne confermato in Abruzzo con un altrettanto importante 21,4% [link] mentre nel mio comune si ripeteva quasi esattamente il risultato delle politiche (38,5%). Alle regionali andò altrettanto bene con circa il 30% tanto in Abruzzo quanto a Spoltore.

Spero di non avervi tediato con questa sfilza di percentuali ma penso davvero che il confronto dei risultati del 2016, pur con tutti i distinguo che possiamo legittimamente fare (sono elezioni diverse, etc.), con i dati degli anni precedenti sia doveroso e che sia altrettanto importante trovare le cause di questo momento di incertezza che il Movimento sta vivendo in Abruzzo.

Senza togliere nulla all’innegabile successo di Virginia Raggi che però non potrà aiutare in alcun modo i cittadini abruzzesi a combattere la malapolitica, la corruzione e la cattiva amministrazione contro le quali sono costretti ogni giorno a convivere.

Virginia Raggi si impegnerà, se ne avrà la forza e le capacità – glielo auguro, ce lo auguro – per rendere migliore Roma. Nulla potrà fare per la nostra gente, per le nostre famiglie, per le nostre attività; per il nostro ambiente e il nostro mare; per la salute e il futuro dei nostri figli; per la vivibilità delle nostre città; per evitare di vedere i nostri soldi buttati al vento da una politica incapace e corrotta. Per tutto questo avremmo avuto bisogno di nostri amministratori, di nostri sindaci. Ma se continuiamo a non analizzare, a non affrontare e a non risolvere i nostri problemi, gratificandoci solo di slogan vuoti e dei successi altrui, ci vorrà molto tempo prima che potremo essere noi a decidere della politica regionale.

IL “FINTODEPURATORE” DI MARTINSICURO

 

Questa non è solo una foto satellitare del depuratore di Martinsicuro: questa è l’immagine di uno dei tanti inspiegabili e incredibili sprechi all’italiana. Ora ve la racconto così come l’ho saputa oggi durante un convegno sulla fitodepurazione.

Martinsicuro
Se osservate la foto, sul lato destro si vede chiaramente il depuratore di Martinsicuro individuabile dalle caratteristiche vasche di sedimentazione circolari. Risulta che negli anni ’90 sia stato presentato un progetto molto innovativo per l’epoca (pare fosse il primo impianto di questo genere in Italia) per dotare l’impianto di un trattamento di affinamento mediante la tecnica della fitodepurazione. Immagino che il depuratore preesistente non funzionasse al meglio e qualcuno abbia giustamente proposto questa tecnologia come soluzione al problema, anche in vista dell’attitudine turistica di Martinsicuro e dell’esigenza di avere il mare nelle migliori condizioni possibili.
Bene, pare che l’impianto sia stato ben progettato, correttamente realizzato e completamente pagato con oltre un miliardo di lire di fondi europei nel 2001 (sulla foto lo si individua sul lato sinistro, come dei rettangoli del colore della vegetazione rinsecchita). L’impianto però non è completo perché sembra che sia stato fatto tutto tranne la tubazione di collegamento con il depuratore preesistente. Hai detto niente! Intanto non si capisce come sia possibile concepire realizzare un’opera di questo genere senza il collegamento fognario. Ma ancora più incredibile è che, visto che l’importo dei lavori pare sia stato interamente corrisposto all’impresa, qualcuno deve aver collaudato l’opera. Come sia possibile collaudare un depuratore al quale non arriva il refluo per me resta un mistero. Quindi nel 2001 sono stati spesi molti soldi pubblici per avere un impianto che desse la sicurezza a Martinsicuro di non avere problemi con l’acqua di balneazione, ma poi l’impianto non è entrato in funzione.

fito3

Il fitodepuratore di Martinsicuro in stato di abbandono

Ma andiamo avanti: risulterebbe da un articolo comparso nel su un giornale locale (https://www.rivieraoggi.it/…/fitodepuratore-bloccato-uno-s…/) che per realizzare finalmente il collegamento mancante siano stati incaricati nel 2003 dei tecnici che, per 4500 euro, progettarono inoltre la recinzione e l’illuminazione per un’ulteriore importo lavori di 56 mila euro (per inciso mi domando a cosa potrà mai servire l’illuminazione di un impianto di fitodepurazione? Mistero!). I tecnici in questione pare che abbiano portato a termine la progettazione richiesta e risulta che siano stati regolarmente liquidati nel giugno del 2006. Ma risulta anche che da allora le opere non siano state realizzate.
Insomma, siamo arrivati dopo tanti anni a un passo dall’attivazione di questo impianto, pagato a suo tempo con una somma in lire equivalente a 530 mila euro, che potrebbe migliorare le caratteristiche dello scarico del depuratore di una importante località balneare abruzzese, e poi non riusciamo a realizzare pochi metri di tubazione di collegamento (di cui comunque abbiamo pagato la progettazione, ci mancherebbe..!) che consenta al sistema di funzionare? Ma vi sembra normale?