IL SIMBOLISMO FALLICO DEL PONTE INUTILMENTE STRALLATO

Sta per essere ultimato il cosiddetto “Ponte nuovo” di Pescara. Una struttura che, secondo la vulgata ufficiale, collegherà l’asse attrezzato con le aree di risulta. Bene. Cioè, male.

ponte-nuovo-aree-interessate4-657x360

Un’immagine di come sarà il cosiddetto Ponte nuovo di Pescara

Sarò strano io ma sinceramente, vivendo da trent’anni la quotidianità id Pescara, non riesco proprio  ad immaginarmi un fiume di auto che quotidianamente impegneranno due corsie per ogni senso di marcia del costruendo ponte per andare dall’asse attrezzato alle aree di risulta e viceversa. O meglio, qualche macchina lo percorrerà di sicuro, non foss’altro per la novità di passare su questo ponte dal design ardito e futuristico. E che diamine, abbiamo pure noi un ponte moderno, un segno architettonico simbolico che unisce le due parti della città. E sia, se così piace ai cittadini. Ma la domanda che mi sorge spontanea è: era davvero necessario? O meglio: corrisponde ad una reale necessità della città? E quanto ci è costato?

Perché vedete, non è che non mi risulti evidente – in generale – la necessità di connettere le due sponde di una città che sorge a cavallo di un corso d’acqua. Solo mi viene spontaneo riflettere sul fatto che a Pescara, tra il ponte delle Libertà e il ponte del Mare esistono già otto ponti in 2.400 metri, mediamente uno ogni trecento metri. La connessione con le aree di risulta, se fosse davvero strategica, esiste già con il ponte delle Libertà e il ponte D’Annunzio, da migliorare eventualmente con piccoli interventi urbanistici a costi irrisori. E in generale non sembrano esistere i presupposti per ipotizzare, o peggio, incentivare un incremento del traffico veicolare a Pescara: intanto perché con la crisi che viviamo dal 2008 le attività imprenditoriali cittadine si sono ridotte e la gente in generale è meno propensa a girare e a spendere, poi perché nel frattempo sono sorti come funghi dappertutto, nelle aree periferiche, nuovi centri commerciali e infine perché la gente ha ricominciato a muoversi, in ambito urbano, con l’autobus, a piedi e soprattutto in bicicletta.

vista3

Un altro rendering del Ponte Nuovo di Pescara

E allora questo ponte ridondante è come un dinosauro imposto fuori tempo massimo a una città che non ne ha più bisogno e che anzi, dovrebbe imparare ad averne sempre meno bisogno. Una città che, nonostante i suoi amministratori sta cercando di riprendersi i suoi tempi e i suoi spazi, che sta rivalutando modi di vivere differenti da quello che evidentemente costituisce l’imprinting di coloro che decidono circa l’uso dei nostri soldi. E’ stato recentemente raddoppiato il ponte delle Libertà è ne è stata intelligentemente realizzata la connessione all’asse attrezzato. Poteva essere sufficiente. Ma sarebbe stato inoltre opportuno, direi necessario, mettere mano seriamente alle piste ciclabili lungofiume, chiuse oramai da quindici mesi. Sarebbe stato auspicabile realizzare un parco fluviale fruibile lungo la golena nord, utilizzando i terreni selvaggi e abbandonati da oltre trent’anni tra il distributore Agip e il ponte della ferrovia. Sarebbero state utili tante altre iniziative, e invece ricadiamo sempre negli stessi rituali: il politico che per gratificare se stesso mette in cantiere opere più o meno inutili imbrattando di cemento tutto quello che gli capita a tiro. Le invadenti opere pubbliche vengono proposte sempre nello stesso modo in cui si proponevano negli anni ’50, come delle opportunità di crescita e di sviluppo, senza rendersi conto che i cittadini di oggi non sono più quelli del dopoguerra e le loro esigenze non sono i più i ponti ma la qualità della vita, la diminuzione dello stress e dell’inquinamento, la bellezza e l’armonia dell’ambiente dove vivere e far crescere i propri figli, la sicurezza personale, familiare e nei confronti del futuro.

Ma tutto questo cozza contro l’ego straripante e incontenibile dell’amministratore pubblico nostrano. Se poi ci si aggiunge l’antenna del ponte strallato ritta e svettante contro il cielo in tutta la sua evidente allusione fallica allora non abbiamo più dubbi: il ponte nasce e si realizza unicamente come simbolo di potenza del politico che lo propone, malaccortamente mascherato da una vernice superficiale e posticcia di pseudoutilità pubblica.

Quell’antenna, quel fallo svettante a sfidare il cielo della supposta onnipotenza del politico nostrano, dal punto di vista tecnico non ha alcun senso. E’ una struttura inutile ai fini statici, e gli stralli non serviranno a un bel nulla se non a vestire di cavi metallici un ponte che si regge perfettamente senza di essi. Perché vedete, i ponti sospesi in genere, e in particolare quelli strallati come questo, nascono per l’esigenza di coprire luci importanti, da minimo 200 metri fino a oltre 1200 metri. Per sorpassare un fiume come il Pescara, che in quel punto è largo una quarantina di metri, non era necessario – dal punto di vista tecnico – nulla di tutto ciò. E infatti il ponte attualmente sta su da solo, senza i tiranti. E su una luce così modesta starebbe su benissimo da solo anche con il carico del traffico, con l’unica necessità di ricalcolare gli elementi strutturali adeguando eventualmente le sezioni, ma comunque con costi notevolmente minori.

wp_20161119_005

Il ponte come si presenta oggi, si sorregge perfettamente senza nessuna necessità di cavi di sostegno

Insomma, cari pescaresi, quando percorrerete il maestoso ponte inutilmente strallato che ci stanno regalando in nostri amministratori pubblici di oggi, di ieri e dell’altro ieri tenete ben presente che quel ponte non è un regalo che una buona politica ha fatto ai cittadini. Esso è, al contrario, il regalo che i politici hanno fatto a se stessi per soddisfare il proprio incontenibile e insaziabile ego, con i vostri soldi. Ricordatevelo quando, nel chiedervi il voto vi diranno: “ma noi abbiamo fatto il Ponte inutilmente strallato”.

LO STRABISMO DELLA POLITICA AMBIENTALE ABRUZZESE

Gli appalti sono stati tutti eseguiti, i lavori sono iniziati e interesseranno l’intero territorio abruzzese.” “Diciamo che per l’inizio dell’estate dovremmo aver completato il 50% degli impianti”. Splendido.

wp_20160412_002

    L’articolo sul Messaggero del 12 aprile 2016

Il quadro rassicurante che traspare dalle parole che il sottosegretario regionale con delega all’ambiente avrebbe pronunciato, riportate dal giornale “il Messaggero” del 12 aprile 2016 era però, e resta, un miraggio. Nel senso che riporta una realtà immaginata, virtuale, non vera allora e – cosa ancora più grave – tuttora, nonostante siano passati inutilmente altri sei mesi di chiacchiere inutili e di nessun fatto concreto.

E sì, perché dei cantieri di cui parlava il sottosegretario competente in materia ambientale, almeno per quanto riguarda il territorio della provincia di Pescara non ve n’era traccia allora e non ve n’è traccia nemmeno oggi.  Nel corso dei miei sopralluoghi sugli impianti di depurazione della provincia di Pescara, infatti, non mi capita mai di imbattermi in recinzioni, scavatori, trivelle e betoniere. Né di vedere all’opera altri che i manutentori della società di gestione o qualche autobotte che viene a spurgare i fanghi dagli impianti. Insomma fatevene una ragione: nessun cantiere all’opera, nessun impianto in adeguamento né ad aprile, né oggi.

Più che di una visione miope della questione della depurazione abruzzese sembra pertanto più appropriato parlare di visione strabica: da una parte gli slogan, le dichiarazioni, i messaggi elettorali roboanti come quello che pretendeva di dare agli abruzzesi “fiumi ripuliti, belli e godibili”, dall’altra la realtà. E le due immagini, come nella visione strabica, non riescono a sovrapporsi. Ognuno poi può scegliere di guardare con l’occhio che vuole: quello della fantasia, delle promesse, delle chiacchiere inutili propalate ad una stampa sempre molto distratta e poco interessata alle verifiche, oppure con quello della cruda e impietosa realtà.

1-giu-14

Il fatto è che se il 50% dei lavori di ampliamento e adeguamento programmati sugli impianti di depurazione abruzzesi fossero stati davvero completati la situazione della balneabilità nell’estate 2016 sarebbe dovuta migliorare e non peggiorare. Non ci saremmo dovuti trovare continuamente e reiteratamente in emergenza balneazione come è successo quest’estate. E infatti, se guardiamo le cose solo con l’occhio della realtà, chiudendo quello della fantasia, il quadro è chiaro e coerente. Zero cantieri, zero adeguamenti, zero ristrutturazioni, fiumi in cattive condizioni, balneazione pessima. Visto com’è facile capire l’essenza delle cose? Basta guardare le cose per come sono e non per come ci vengono raccontate. Insomma, con l’occhio giusto.

Ma l’estate oramai è passata, anche per quest’anno la cattiva politica in Abruzzo ha mortificato e svilito la vocazione turistico-balneare delle nostre località costiere. E quello che più sorprende, senza che gli operatori del turismo, danneggiati in maniera oramai quasi irreparabile almeno per i prossimi dieci – quindici anni, abbiano sollevato problemi sostanziali. Contenti loro…! Io però, da tecnico, anche quest’anno mi sento moralmente costretto a dire la mia e a mettere in guardia la politica abruzzese, i balneatori e i cittadini che se non si inizierà da subito con un serio programma di opere rapidamente cantierabili su alcuni depuratori difettosi o insufficienti, se non si procederà rapidamente al censimento e all’intercettazione di tutti gli scarichi abusivi lungo i corsi d’acqua, se non si inizierà immediatamente a progettare la separazione delle reti fognarie dei comuni rivieraschi, in Abruzzo non si andrà più al mare per i prossimi vent’anni.

Purtroppo non si vedono spiragli né nell’interlocutore politico, generalmente impreparato e in ogni caso non libero nel fare le scelte giuste nell’interesse dei cittadini, ma nemmeno negli interlocutori tecnici, selezionati negli ultimi decenni più per il loro servilismo che per le loro capacità. Ne volete un esempio? Pare – da fonti bene informate – che il motivo per cui i lavori ai depuratori a tutt’oggi non siano ancora partiti risieda in questo insormontabile problema: per far partire i cantieri è necessaria per legge un’autorizzazione provvisoria, quest’autorizzazione la rilascia le Regione sulla base di un parere ARTA ma il tecnico ARTA incaricato (che mi preme precisare non essere il sottoscritto!) vista la grande mole di richieste giunte presso il suo ufficio ritiene di essere impossibilitato a procedere. E tutto si sarebbe bloccato per questo motivo.

A me sembra folle, ma vista l’autorevolezza della fonte e conoscendo un pochino come vanno certe cose direi che grosso modo è quello che realmente sta succedendo.

E la Regione invece di verificare la cosa, di trovare una soluzione, di bypassare il parere ARTA oppure di imporre all’ARTA di affiancare al tecnico in questione un paio di collaboratori esperti e risoluti, che fa? Niente. Proclami, manifesti con elenchi di cifre stanziate da qualche parte per fare qualcosa, dichiarazioni irrealistiche di cantieri immaginari.

Così anche quest’anno passerà il Natale, il Carnevale, la Pasqua e poi ci ritroveremo alle soglie della stagione balneare 2017 con un sostanzioso bottino di chiacchiere inutili e un magro bilancio di azioni concrete. Non ci resta che sperare che lo strabismo di Pescara diventi – per la città – in un’attrattiva come nel caso dello strabismo di Venere. imagesMagari potrebbe propiziare un fenomeno di turismo di massa per venire a visitare la città in cui, più che altrove, le chiacchiere dei politici vengono ingurgitate acriticamente dai cittadini rassegnati e dove i balneatori continuano imperterriti a votare da anni chi li sta facendo fallire. Chissà…

ANCORA CINQUANTA GIORNI DI LOTTA PER DIRE NO – di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Tomaso Montanari, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky

Cari Wittenberghiani. Ripubblico questo importante articolo a firma importanti esponenti della cultura nazionale quali di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Tomaso Montanari, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky con una raccomandazione: cinquanta giorni di lotta, come hanno voluto titolare gli autori , significa per il popolo del NO, che non dispone altro che della rete per diffondere il proprio punto di vista, condividere e diffondere in modo semplice e comprensibile e quindi capillare la controinformazione rispetto alla informazione mainstream con la quale già da tempo il governo ci sta condizionando in tutti i modi. E’ inutile diffondere dotte e lunghe dissertazioni in punto di diritto: le persone di elevato livello culturale che le possono capire sono poche e sanno già cosa votare: quelle libere votano no, quelle aggreppiate alla mangiatoia sì. Ma la partita si gioca tra la gente comune e gli argomenti devono essere semplici, autorevoli, precisi e comprensibili a tutti. Ecco, questo articolo ha questi pregi. Ve ne raccomando la diffusione capillare. Grazie!

“Tra cinquanta giorni, il prossimo 4 dicembre, il Governo Renzi chiederà agli italiani: «volete contare di meno, volete meno democrazia, volete darci mano libera?».

Noi risponderemo di No. Perché non vogliamo contare di meno, non vogliamo meno democrazia, non vogliamo dare mano libera a questo, come a qualunque altro governo.
Una classe politica incapace e spesso corrotta prova a convincerci che la colpa è della Costituzione: ma non è così. A chi ci dice che per far funzionare l’Italia bisogna cambiare le regole, rispondiamo: noi, invece, vogliamo cambiare i giocatori.

Questa riforma non abbatte i costi della politica: fa risparmiare 50 milioni l’anno (non 500 come dice il Presidente del Consiglio, mentendo), che è quanto gettiamo ogni giorno in spesa militare. Come possiamo credere alla buona fede di un governo che sottrae somme enormi al bilancio pubblico permettendo alla Fiat (ma anche all’Eni, controllata dallo Stato) di pagare le tasse in altri paesi, e poi viene a chiederci di fare a brandelli le garanzie costituzionali per risparmiare un pugno di soldi?

Questa riforma non abolisce il Senato: che continuerà a fare le leggi seguendo numerosi e tortuosi percorsi. Quella che viene abolita è la sua elezione democratica diretta: il Senato farà la fine delle attuali provincie, che esistono ancora, spendono denaro pubblico, ma sono in mano ad un personale nominato dalla politica, e non eletto dal popolo.

Questa riforma consentirà a una maggioranza gonfiata in modo truffaldino dalla legge elettorale su cui il governo Renzi ha chiesto per ben tre volte la fiducia di scegliersi il Presidente della Repubblica e di condizionare la composizione della Corte Costituzionale e del CSM.

Questa riforma attua in modo servile le indicazioni esplicite della più importante banca d’affari americana, la JP Morgan, che in un documento del 2013 ha scritto che l’Italia avrebbe dovuto liberarsi di alcuni ‘problemi’ dovuti al fatto che la sua Costituzione è troppo «socialista». Quei ‘problemi’ sono – nelle parole di JP Morgan –: «governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo». Matteo Renzi dice che il suo modello politico è Tony Blair, il quale oggi percepisce due milioni e mezzo di sterline all’anno come consulente di JP Morgan. E la domanda è: a chi giova questa riforma costituzionale, ai cittadini italiani o agli speculatori internazionali?

Ma negli ultimi giorni anche osservatori legati alla finanza internazionale stanno iniziando a farsi qualche domanda. Il «Financial Times» ha definito la riforma Napolitano-Renzi-Boschi «un ponte che non porta da nessuna parte». La metafora è particolarmente felice, visto che la campagna referendaria di Renzi è partita con la resurrezione del Ponte sullo Stretto, di berlusconiana memoria.

E in effetti c’è un forte nesso tra la riforma e le Grandi Opere inutili e devastanti: il nuovo Titolo V della Carta è scritto per eliminare ogni competenza delle Regioni in fatto di porti, aeroporti, autostrade e infrastrutture per l’energia di interesse nazionale: e spetta ai governi stabilire quali lo siano.

Così il disegno si chiarisce perfettamente: lo scopo ultimo della riforma è umiliare e depotenziare la partecipazione democratica. Sarà il Presidente del Consiglio e il suo Governo, quali che essi siano oggi e domani, a decidere dove fare un inceneritore o un aeroporto: senza possibilità di appello. È la filosofia brutale dello Sblocca Italia: mani libere per il cemento e bavaglio alle comunità locali. Il motto dello Sblocca Italia è lo stesso della Legge Obiettivo di Berlusconi: «Padroni in casa propria». Un motto dalla genealogia dirigistica che ben riassumeva l’idea di poter disporre del territorio come padroni.

Ebbene, nel Mulino del Po di Riccardo Bacchelli un personaggio dice che la sua idea di buongoverno è che «tutti siano padroni in casa propria e uno solo comandi in piazza». Non è questa la nostra idea di democrazia: è a tutto questo che, il 4 dicembre, diremo NO.

(15 ottobre 2016)

DIECI MOTIVI PER VOTARE NO AL REFERENDUM – di Roberto Fico

Scusate se da qui al referendum sarò un po’ ossessivo sul tema referendario, ma la battaglia è talmente importante e la posta in gioco così alta che penso sia davvero il caso di mettere momentaneamente da parte altre tematiche meno urgenti e meno gravi. Ho trovato in rete questo contributo di Roberto Fico, parlamentare del Movimento 5 Stelle, sui motivi del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo. Poiché ha il pregio dell’estrema sintesi che non va a discapito della qualità del contenuto, lo pubblico su Wittenberg per aiutare anche i più distratti e indaffarati a capire quali rischi stiamo correndo. Leggiamo, meditiamo, soprattutto condividiamo. E mi raccomando, il 4 dicembre votiamo NO!

“Dieci motivi per votare NO al referendum costituzionale il 4 dicembre

1. Perché questo Parlamento, eletto con un premio dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale, non era legittimato a riformare a colpi di maggioranza 47 articoli della Carta. La Costituzione è lo specchio in cui si riflette una comunità in tutte le sue espressioni.

14494613_1544943065531554_6045844595830160987_n

2. Perché il Governo, vero regista di questa rottura della Costituzione, ha utilizzato espedienti vergognosi e antidemocratici come il “canguro”, che ha fatto cadere gli emendamenti al testo presentati dalle opposizioni.

3. Perché al posto del bicameralismo perfetto avremo il caos, il Senato e il bicameralismo non vengono superati. La riforma, infatti, ha introdotto 10 procedimenti legislativi diversi a seconda della materia trattata, una follia che condurrà a conflitti fra Camera e Senato sul procedimento da seguire, ritardando l’iter delle leggi.

4. Perché viene tolto ai cittadini il diritto di eleggere i propri rappresentanti. I nuovi senatori non saranno eletti direttamente dai cittadini, ma nominati tra consiglieri regionali (74), sindaci (21) più i 5 di nomina presidenziale, con tanto di lavoro part time e immunità.

5. Perché saltano gli equilibri e le garanzie che sono l’asse di una Costituzione. Il leader del partito vincitore, infatti, anche se rappresentasse solo il 20% degli elettori, sarà padrone del Quirinale e potrebbe esserlo anche delle authority, della Corte costituzionale, della Rai: è una prospettiva autoritaria. Tutto questo grazie a una legge elettorale che infarcirà la Camera di capilista bloccati e controllati dal premier di turno.

6. Perché non è vero che viene toccata “soltanto” la seconda parte della Costituzione. Quando si stravolge la struttura dello Stato, quando saltano gli equilibri e le garanzie, vengono direttamente intaccati i diritti e le libertà sanciti nella prima parte.

7. Perché la riduzione dei costi è ridicola rispetto ai costi per la democrazia: la Ragioneria generale dello Stato ha stimato in 57,7 milioni di euro i risparmi della riforma. Se veramente si fosse voluto realizzare questo obiettivo, si sarebbe dovuto dimezzare il numero dei parlamentari e/o scegliere con coraggio la strada di una Camera unica.

8. Perché non è vero che con la riforma ci sarà più stabilità di Governo. Infatti, se le maggioranze alla Camera e al Senato saranno diverse, quest’ultimo con diversi strumenti potrà ostacolare ancora di più l’attività legislativa dell’altra Camera.

9. Perché gli strumenti di democrazia diretta non vengono valorizzati. Anzi, le firme da raccogliere per le leggi di iniziativa popolare passeranno da 50 a 150 mila e il quorum per i referendum si ridurrà solo con un aumento delle firme da 500 mila a 800 mila.

10. Perché l’autorevolezza di una Costituzione dipende anche da come è scritta. La nostra Carta è un esempio di brevità, eleganza, semplicità. Il linguaggio utilizzato dalla riforma Renzi-Verdini invece deturpa il testo della Carta e così ne ridimensiona la forza.”

APPELLO A VOTARE NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

La questione è davvero seria. In Italia è in corso una specie di colpo di stato strisciante che dura oramai da due o tre decenni. Qualcuno, non si sa bene chi e perché, sta cercando di mettere le mani sulla nostra democrazia.
Ogni anno che passa, ogni governo che si insedia, ogni legge che si promulga è sempre più evidente che chi gestisce il potere in Italia persegue obbiettivi diversi e opposti da quelli che interessano i cittadini.

costituzione-italiana
La nostra costituzione, nata sulle macerie di una dittatura che, con la guerra, rase al suolo l’Italia, è stata da sempre un solido baluardo contro le derive antidemocratiche che si profilano sempre più evidenti e sempre più sfacciatamente arroganti. Per questo un’entità che genericamente chiameremo “potere economico mondiale” (non è importante in questa sede connotare esattamente, con nomi e cognomi, i burattinai di questa incredibile impresa, in rete troverete molto sull’argomento) sta adoperandosi per cambiarla a proprio vantaggio. La possente operazione mediatica messa in piedi con i soldi nostri, che già si è annunciata nei mesi scorsi con le epurazioni in RAI e i cambi di direzione dei giornali, farà di tutto per indorare la pillola mortifera che stanno cercando di propinarci.
La deforma costituzionale ci renderà meno liberi, meno consapevoli, inermi di fronte ad uno straripante potere che chi governa oggi si è arrogato. Abbiamo un presidente del consiglio che faceva il sindaco, imposto da un presidente della Repubblica appositamente e inauditamente prorogato che guida un governo di non eletti, nominati non si sa da chi e perché.
Come ministra delle cosiddette riforme abbiamo la figlia di un pluriindagato in odore di massoneria, vice qualcosa della banca della loggia massonica P2 che – tra l’altro – ha contribuito a far fallire in circostanze perlomeno molto sospette; insomma, la ministra che dà il nome alla cosiddetta riforma non ha mostrato altri meriti, per incarnare tale ruolo, se non quello di avere un padre sul cui passato e presente ci sono molte ombre.
Le riforme proposte sembrano ispirate e ricalcano in molti punti quelle ipotizzate da Licio Gelli nel suo famigerato “Piano di rinascita democratica”.
Il parlamento è stato dichiarato da quasi due anni incostituzionale in quanto eletto con una legge elettorale incostituzionale e invece di dimettersi rimane inchiodato al proprio posto, non solo, invece di gestire unicamente l’ordinaria amministrazione pensa di avere il diritto di modificare le regole fondanti della nostra Nazione.
La cosa è molto, molto sospetta e la posta in gioco è altissima. Non è uno scherzo, stanno ipotecando il nostro futuro la nostra vita e la nostra libertà.
Adesso ci sarà bisogno di tutti, ma proprio tutti. Informatevi, leggete, condividete. Scendete in campo, fatelo per voi ma soprattutto per i vostri, per i nostri figli.
Diffondete su fb sugli altri social media e in ogni modo le ragioni del NO.

Non facciamoci narcotizzare, rischiamo di risvegliarci in catene. Al referendum costituzionale sbattiamo in faccia a questa gentaglia il nostro forte e inequivocabile NO!

COME BUTTARE NELLA SPAZZATURA QUATTRO MILIARDI E MEZZO E FAR VIVERE FELICI LE MAFIE DEI RIFIUTI

Chi mi segue da un po’ forse ricorderà il mio articolo di  marzo 2016 [link]  nel quale parlavo di un esperimento di compostaggio domestico fatto sul mio balcone. Ho raccolto per un mese e mezzo la frazione organica del rifiuto prodotto dalla mia famiglia in una normalissima cassetta per le olive, di quelle traforate, aggiungendo una manciata di terriccio vegetale, e ogni tanto un pugno di segatura.

wp_20160303_002

Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: la cassetta piena di rifiuti organici.

Niente di più facile da fare, davvero alla portata di tutti. Per un mese e mezzo, dunque, non ho conferito il mio rifiuto organico al servizio di raccolta comunale. Secondo quest’interessante  pubblicazione dell’ENEA  [link]  dovrei avere così ridotto la mia produzione di rifiuto domestico del 70%.

Bene. Al termine dell’esperimento riferivo che il peso del rifiuto, grazie alla trasformazione in corso ad opera dei batteri e all’evaporazione dell’acqua contenuta nel rifiuto stesso, il peso del materiale conferito si era già ridotto di oltre il 50%. Nell’articolo vi avevo inoltre promesso che vi avrei tenuti informati degli ulteriori decrementi di peso, ed eccomi qua.

A metà settembre, dopo circa sei mesi dal termine dell’esperimento, ho raccolto il compost oramai maturo in una piccola busta di plastica. Sì avete capito bene: in una piccola busta di plastica ha trovato posto il rifiuto organico prodotto in un mese e mezzo da una famiglia di 4 persone. Il peso del materiale era pari a 2,2 kg, pari al 13,4% rispetto al totale di 16,4 kg di rifiuto conferito.

wp_20160924_003

Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: dopo sei mesi il compost maturo si è ridotto dell’87%

Insomma, con il compostaggio domestico una famiglia potrebbe ridurre il rifiuto conferito ad appena il 30% e utilizzare gli scarti organici per concimare il proprio orto o il proprio giardino. Io ho fatto l’esperimento sul terrazzo del condominio dove vivo, e porterò il mio compost in campagna, ma è certo che almeno tutte le famiglie che vivono in case unifamiliari potrebbero usare questo sistema. E sempre dall’articolo dell’ENEA si scopre che le famiglie che vivono in case unifamiliari non sono affatto poche: il 33% delle famiglie italiane, una famiglia su tre. A conti fatti, se tutte le famiglie italiane che vivono in case unifamiliari, e che quindi hanno a disposizione un minimo di terreno intorno, fossero incentivate a fare il compostaggio domestico la produzione dei rifiuti domestici, e quindi la corrispondente spesa pubblica, si ridurrebbe del 23%. Un comune come Spoltore  (19.000 abitanti) potrebbe risparmiare 700 mila euro che consentirebbe uno sgravio di circa 130 euro a famiglia.

Perché il compostaggio domestico sia una pratica così poco diffusa è un mistero che cercheremo di svelare alla fine dell’articolo. Ma vi posso anticipare che i responsabili sono sempre gli stessi: la malapolitica, la corruzione, le lobby, l’imprenditoria accattona e avida perennemente e cinicamente aggrepiata alla mangiatoia del denaro pubblico malgestito. Vedremo in che modo.

compost

Consideriamo ora i due terzi della popolazione italiana che non vivono in case unifamiliari. Ammettiamo che sia impossibile sperare di convincerli a fare quello che ho fatto io, vale a dire il compostaggio domestico da balcone. La cosa più corretta da fare per queste utenze sarebbe: selezione domestica dell’organico, raccolta porta a porta e conferimento del materiale in un centro di prossimità distante non più di 20 – 30 km dal centro urbano. E sì, perché non ci dobbiamo scordare che il rifiuto organico è composto per oltre l’85% di acqua (dal mio esperimento risulta l’86,6!) e i costi di trasporto sono in proporzione al peso del materiale e ai chilometri percorsi. Per cui, ogni chilometro in più che faccio percorrere ad un materiale pieno d’acqua per fargli raggiungere un centro di compostaggio distante centinaia di chilometri è un inutile costo per la collettività: sono soldi spesi per fare evaporare l’acqua da un’altra parte!

Cerchiamo di quantificare queste cifre, tanto per farci un’idea degli importi. Dal rapporto ISPRA sui rifiuti urbani  [link] (pag. 29) sappiamo che la produzione annua di rifiuti in Italia è di circa 30 milioni di tonnellate e che (pag. 41) la percentuale di frazione organica è pari al 43%. (Precedentemente avevamo parlato di una frazione organica del 70%: si sottolinea che i due dati non sono incongruenti. Nel primo caso, infatti, si parlava della frazione organica nell’ambito di una produzione prettamente domestica, dove la percentuale di organico è ovviamente maggiore essendo prevalenti gli scarti di cibo. In questo caso invece la percentuale è rapportata all’intera produzione di rifiuti urbani, che tiene conto dei rifiuti del sistema produttivo in genere.) Quindi su scala nazionale la produzione annua di rifiuto organico ammonta a circa 13 milioni di tonnellate. Se scarrozziamo questo quantitativo di rifiuti in giro per l’Italia con una percorrenza media di 300 km (dalla vicenda dell’AMA di Roma abbiamo saputo che i rifiuti organici si Roma venivano portati a smaltire presso lo stabilimento della società Bioman a Maniago, in provincia di Pordenone (http://bioman-spa.eu/), a ben 630 chilometri dalla capitale!), è facile calcolare che a un costo di mercato di 1,2 euro a tonnellata per km stiamo parlando di ben 4.680.000 euro (diconsi 4 miliardi e 680 mila euro)!.

Insomma, per capirci, il gioco è questo: il compostaggio domestico non va promosso, perché abbasserebbe la produzione di rifiuto organico. Il rifiuto organico non si composta in un impianto nelle vicinanze ma si trasporta a centinaia di chilometri. Il tutto messo regolarmente a bilancio e pagato dai cittadini ignari. Tutto questo teatrino vale circa quattro miliardi e mezzo di euro di soldi pubblici che corrispondono a circa l’1% dell’intera spesa pubblica nazionale.

Quanto incide questa somma sull’economia domestica di noi contribuenti? Il conto è presto fatto: si tratta di 75 euro all’anno per ogni cittadino, pari a circa 300 euro all’anno per un nucleo familiare di 4 persone. Soldi che in questo modo vengono sfilati al bilancio familiare dei cittadini ignari e finiscono alle lobby della spazzatura e del trasporto dei rifiuti, e per loro tramite alla peggiore politica che consente tutto questo.

Cosa si potrebbe fare di  utile per la società se non buttassero questi soldi letteralmente nella spazzatura? Un esempio per tutti: se si considera che i disoccupati in Italia sono circa 7.500.000 basterebbe questa cifra per dare a ognuno di loro un reddito minimo di cittadinanza di 600 euro. Che non è poco.

P.S. Da una persona bene informata ho saputo che la società Bioman farebbe capo alla moglie di un noto politico italiano, già sindaco di Roma. Dal sito della società naturalmente non si riesce ad avere conferma di questa notizia che sarebbe davvero uno scoop. Se qualcuno può accedere alle informazioni societarie tramite il sito della Camera di commercio o dell’Agenzia delle entrate potrebbe dare un’occhiata. Magari l’informazione è corretta e aspetta solo di essere resa pubblica.

COME SPRECARE UN FIUME D’ACQUA E DI SOLDI, E (FORSE) NON RENDERSENE CONTO

Oggi sono venuto a conoscenza una storia davvero incredibile di cattiva gestione della cosa pubblica: è necessario che ve le racconti. Ancora una volta parliamo di acqua. Parliamo di gente che occupa posizioni di responsabilità nella gestione delle risorse idriche e ambientali senza un minimo di capacità, di cultura, di preparazione. Gente che ha occupato questi posti per anni compiendo scelte sbagliate e dannose, sperperando denaro pubblico a fiumi per mancanza di una visone olistica della molteplicità dei fattori e delle variabili che naturalmente entrano in gioco quando si ha a che fare con tematiche così importanti e complesse. Insomma, una storia di mala gestio all’italiana.

Sapete cos’è questa?

sorgente

La sorgente

E’ una sorgente di ottima acqua di falda che sgorga a monte della zona industriale di Bussi, in una zona che con ogni probabilità, per quota e posizione in relazione ai flussi idrici sotterranei, dovrebbe essere incontaminata.

Bene, questa sorgente ha una portata di circa 700 – 800 litri al secondo, pari ad oltre il 50% della portata attuale dell’acquedotto del Giardino, ed è captata da decenni mediante una grande tubazione di cemento armato che la consegna allo stabilimento industriale di Bussi dove viene utilizzata per il raffreddamento e per scopi industriali. Sì, avete capito bene: ottima acqua potabile usata raffreddamento e scopi industriali.

Mi sono informato presso alcuni tecnici dell’azienda i quali mi hanno confermato che per i loro scopi andrebbe altrettanto bene l’acqua di fiume, non è certo necessaria l’acqua di sorgente.

diga

L’opera di captazione

Premesso questo, è necessario ora ripercorrere per sommi capi la storia dell’approvvigionamento idrico della val Pescara. Negli anni ‘50 venne progettato e realizzato l’acquedotto del Giardino per servire gli abitati di Pescara e Chieti e degli altri centri della Val Pescara. La portata originaria prevista era di 800 litri al secondo (oggi alla sorgente vengono captati 1000 – 1200 litri al secondo), poi ci si rese conto che, a causa dell’espansione demografica, dell’aumento  del tenore di vita e anche – purtroppo – delle perdite idriche, la portata originaria non era più sufficiente. Quindi sorse l’esigenza di incrementare tanto le opere di trasporto, le tubazioni, quanto gli approvvigionamenti.

E sul fronte degli approvvigionamenti, negli anni ’80 a qualcuno nell’ambito Cassa del Mezzogiorno venne in mente di creare un campo pozzi in località Sant’Angelo a Castiglione a Casauria per pompare dalla falda circa 800 litri al secondo da immettere nell’acquedotto del Giardino per sopperire ad eventuali periodi di carenza idrica. Peccato che l’area scelta si trovava a valle del sito inquinato dello stabilimento Montedison di Bussi. E infatti 25 anni dopo, nel 2007, si scoprì che i pozzi Sant’Angelo immettevano nell’acquedotto acqua inquinata (ma va’? A valle del sito più inquinato d’Europa? Chi l’avrebbe mai detto?) e i pozzi vennero chiusi [link] . Non conosco con esattezza il costo dei pozzi ma immagino si possa trattare di una somma che attualizzata si aggiri attorno ai 5 milioni di euro. E mentre spendevamo questi soldi, senza che nessuno se ne rendesse conto, 800 litri al secondo di ottima acqua potabile erano usati dalla Montedison per il raffreddamento e per scopi industriali.

Chiusi i pozzi Sant’Angelo il commissario governativo nominato ad hoc per l’emergenza del fiume Pescara, Adriano Goio, decise di integrare l’acquedotto del Giardino con una portata di circa 700 litri al secondo realizzando in somma urgenza un nuovo campo pozzi e un tronco di acquedotto, per un costo di circa 5 milioni di euro, in località San Rocco a Bussi. Considerata la loro ubicazione, è probabile che pozzi peschino dalla stessa falda che naturalmente fluisce nella tubazione che porta l’acqua potabile allo stabilimento industriale di Bussi. Anche il commissario Goio non sapeva dunque niente dell’esistenza di questa captazione e del duo cattivo uso ed ha così pensato bene di realizzare costose opere di pompaggio anziché usare l’acqua che fluisce naturalmente dal sottosuolo.

Insomma, fino a questo punto, senza tener conto dei danni causati dall’immissione in rete di acque contaminate dai pozzi Sant’Angelo,  la necessità di integrare di 7 -800 litri al secondo l’acquedotto del Giardino è costata ai cittadini una diecina di milioni di euro.

condotta

La tubazione di adduzione allo stabilimento di Bussi

Ma non è certo finita qui. Perché a latere di tutta questa delirante vicenda se n’è sviluppata, indipendentemente e parallelamente, un’altra ancor più delirante e altrettanto inutilmente dispendiosa per i cittadini. Come si dice, oltre al danno, la beffa.

Mi riferisco al fantomatico potabilizzatore di San Martino [link]. Ve la riassumo brevissimamente per non tediarvi: negli anni ’70 viene richiesto dalla Cassa del Mezzogiorno al Ministero dei Lavori Pubblici un finanziamento per realizzare un impianto di potabilizzazione delle acque del Pescara in località San Martino a Chieti, sempre con il fine di integrare la portata dell’acquedotto del Giardino per fronteggiare eventuali carenze idriche. Nel 1990 viene realizzato un primo impianto “piccolo”, da 100 litri secondo, che non è mai entrato in funzione, ma che è costato una cifra in lire che, attualizzata, di aggira sul milione di euro. Successivamente viene realizzato un secondo potabilizzatore, terminato nel 2005, da 500 litri al secondo, per un importo che, risulta aggirarsi intorno  ai 25 milioni di euro. Ma anche questo secondo depuratore non può entrare in funzione poiché le acque del Pescara hanno un livello di inquinamento che non le rende compatibili con la potabilizzazione, e quindi gli enti preposti al controllo non rilasciano i necessari permessi. Una qualsiasi persona normale, non necessariamente un manager ma qualsiasi persona onesta e cerebralmente normodotata verificherebbe prima di fare un’opera del genere la possibilità di utilizzare le acque del fiume. Ma in questo caso, che volete, è andata così, e abbiamo ben due potabilizzatori nuovi di zecca in grado di fornire complessivamente 600 litri al secondo, costati 26 milioni di euro che non hanno mai funzionato.

potabilizzatore3-jpg

Il potabilizzatore di San Martino

Non possiamo a questo punto fare a meno di notare questa inquietante coincidenza: il RUP  (responsabile unico del procedimento) di questo progetto era Giampiero Leombroni [curriculum] la persona che sembra sia destinata a prendere prossimamente le redini dell’ACA.

E’ tutto, direte voi? Ma no: visto che non ci facciamo mai mancare niente, nel 2006 è stata posta in opera buona parte delle tubazioni della rete duale prevista per la distribuzione di acque potabilizzate che esistono solo sulla carta e, forse, nelle intenzioni dei progettisti. Altri tubi, altri lavori, altri costi. Altri disagi e nessun vantaggio per i cittadini.

Mentre succedeva tutto questo, mentre si sperperavano 36 milioni di euro per reperire 7 -800 litri al secondo di acqua potabile in nome di un’emergenza idrica presunta più che reale, avveniva che 800 litri al secondo di ottima acqua potabile continuavano ad essere utilizzati per scopi industriali negli stabilimenti di Bussi. Tutto sotto lo sguardo distratto, disattento, incapace, inadeguato di un inutile commissario all’emergenza del fiume Pescara e di un certo numero di amministratori, direttori, responsabili, impiagati ATO e ACA profumatamente quanto inutilmente pagati.

E che adesso ambiscono a continuare a fare danni.

COSA FAREI SE DOVESSI ESSERE IO AD AMMINISTRARE L’ACA

A gentile richiesta del sindaco di Francavilla, che su “Il Centro”  di questa mattina proponeva che i candidati a gestire l’ACA presentassero i loro “programmi”, ecco come la vedo io.

14054189

Premetto che conosco l’ACA da almeno vent’anni, come cittadino e come tecnico. Conosco chi ci lavora dentro. Molte sono bravissime  persone. Ci ho anche lavorato per sei mesi, ad un progetto. Dal 2008, inoltre, ne controllo i depuratori. Così ho conosciuto altri tecnici, anche tra di loro ci sono persone splendide e brave, alcune molto brave, nel loro campo.

E conosco la politica, abruzzese e non, da almeno altrettanto tempo. Conosco molti politici, i loro retropensieri, le loro alchimie, i loro rituali. Li ho osservati per anni, cercando di capire. Qualcuno, occasionalmente, è anche bravo. Ma per esserci dentro, si è piegato. E quindi ormai ne fa parte.

A questo punto, per me leggere un bilancio dell’ACA non è più una questione contabile. Non guardo che i numeri tornino e che le somme siano corrette. E ci mancherebbe. Il ragionamento che faccio è diverso: punto al sodo, valuto le scelte che sono  state fatte e cerco di capire. Vado a vedere dove sono i numeri più grandi, più pesanti, e qual’è il loro significato.

E quindi mi sono fatto l’idea, ad esempio, che i 10 milioni di energia elettrica nel bilancio 2014 (eh sì, alla sezione “trasparenza” il bilancio 2015 non “traspare” ancora, e siamo quasi ad agosto!) sono davvero troppi, soprattutto se rapportati al fatto che l’ACA non ha un impianto di produzione di biogas dai fanghi di depurazione (o meglio, ce l’ha presso il depuratore di Montesilvano ma si permette il lusso di non farlo funzionare). E che non si capisce a cosa corrispondano i quasi 5 milioni  nascosti sotto la voce generica e misteriosa di “gestione depuratori”.

Ma soprattutto vedo che il passivo è passato, dal 2012 al  2014, da 226 a 264 milioni, aumentando di ben 37 milioni, il 16% in più in due anni, e questo passivo è praticamente imputabile ai soli debiti verso i fornitori.

E allora, questa gestione miracolosa tanto sbandierata dai giornali? E’ che, per far tornare i conti, a fronte di questi 37 milioni di maggiori passività ci sono una diecina di milioni di maggiori immobilizzazioni e ben 27 milioni di crediti verso i clienti. Insomma, le bollette. Quindi il maggior debito è pagato sempre con i soldi dei contribuenti. Francamente, in questo modo siamo capaci tutti a far tornare i conti!

Credo che tutto ciò sia davvero molto lontano dai desideri e dalle necessità dei cittadini. L’ACA che immagino io è ben altro. E questo è il mio programma.

PROGRAMMA

Qualora venissi nominato amministratore unico della società ACA spa tutte le mie azioni e decisioni andranno nella direzione di perseguire esclusivamente l’interesse pubblico.

Non avendo sponsor politici a cui rendere conto, non risponderò ad altra logica se non quella di svolgere il mio incarico con disciplina e con onore, secondo i principi di efficienza, efficacia ed economicità, nell’esclusivo interesse della collettività facendo in modo da fornire ai cittadini l’acqua potabile di ottima qualità di cui sono ricche le nostre montagne in quantità abbondante, a costi contenuti e in assoluta sicurezza dal punto di vista sanitario e batteriologico.

Sarà anche mio dovere mettere a disposizione tutte le mie conoscenze e competenze affinché si compiano le migliori scelte tecniche finalizzate alla soluzione del complesso problema costituito dalla depurazione dei reflui in considerazione della sua decisiva influenza sulla qualità e sulla vivibilità degli ambienti fluviali e ripariali e delle sue evidenti ripercussioni sulla qualità dell’acqua si balneazione, sulla salute e sulla qualità della vita del cittadini, sull’economia del turismo balneare delle città costiere.

A tal fine, prioritariamente, farò in modo che l’ACA compia un salto culturale prima ancora che tecnico, valorizzando le professionalità migliori presenti in Azienda, e istituendo corsi di formazione specifici per ogni categoria di lavoratori. E’ mia intenzione creare contatti virtuosi con aziende di gestione di altre regioni che possano vantare risultati di eccellenza per formare alle migliori pratiche i dipendenti.

Creerò un gruppo tecnico di progettazione interno all’Azienda che possa consentire di implementare in autonomia i progetti evitando i costi dell’esternalizzazione di tali attività. Questo gruppo dovrà seguire e portare a compimento cinque progetti fondamentali per il futuro del sistema idrico del comprensorio.

  1. Revisione di tutte le reti di adduzione e distribuzione idrica dalla sorgente alla foce, con sostituzione progressiva con tubi in polietilene di tutte le tubazioni ad iniziare dalle reti che per vetustà o impiego di materiali non durevoli siano causa di sprechi di risorsa idrica. L’obbiettivo è quello di distribuire l’acqua potabile in assoluta sicurezza senza ricorrere alla disinfezione mediante cloro, come avviene nelle moderne reti di distribuzione idrica delle grandi città d’Europa (ad esempio, l’acquedotto di Grenoble).
  2. Separazione delle reti fognarie di tipo misto a partire dai maggiori centri urbani della costa (Pescara, Pineto, Silvi, Città Sant’Angelo, Montesilvano e Francavilla) in modo da ottenere che in caso di pioggia scolmino alle foci dei fiumi e in mare solo acque piovane. Gli scolmatori saranno comunque tutti dotati di vasche di prima pioggia di adeguato volume che immagazzineranno i primi 5 mm di pioggia caduta per evitare che l’acqua di lavaggio delle superfici pavimentate delle strade cittadine finisca senza trattamento in mare.
  3. Revisione del sistema dei depuratori con collettamento di tutti i reflui attualmente non collettati e delle fosse Imhoff negli impianti esistenti o in altri da realizzare; ampliamento, potenziamento e ristrutturazione degli impianti esistenti e completamento degli stessi con trattamenti terziari di ultima generazione realizzati con impianti che utilizzino tecniche di depurazione naturale.
  4. Poiché uno dei capitoli di spesa più sostanziosi del bilancio ACA è quello relativo al consumo di energia elettrica, negli impianti di depurazione si procederà alla realizzazione, ove economicamente conveniente, di impianti di recupero del biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica dei fanghi, il quale gas consentirà poi di produrre l’energia elettrica necessaria a far funzionare gli impianti stessi.
  5. Al fine di evitare gli ingentissimi costi connessi con il trasporto e lo smaltimento presso terzi dei fanghi liquidi, pratica finora abusata in ACA e che ha causato gran parte dei debiti che appesantiscono la gestione aziendale, si ripenserà integralmente il sistema di smaltimento dei fanghi di depurazione in tutti gli impianti medio piccoli, dotando tutti i depuratori di ispessitori dei fanghi e di letti di essiccamento in modo da smaltire i fanghi prodotti a costi praticamente nulli.

In generale ci si orienterà verso la ristrutturazione di magazzini, laboratori, officine e verso l’acquisto di macchine e mezzi d’opera evitando quanto più possibile le esternalizzazioni e abbattendo in tal modo i costi di esercizio, incrementando il patrimonio dell’azienda, ottenendo in definitiva sostanziosi e duraturi risparmi gestionali con i quali sarà possibile finanziare i progetti di ristrutturazione e adeguamento illustrati.

I risparmi gestionali ottenuti verranno impiegati altresì per diminuire in bolletta il costo dell’acqua per i cittadini.

 

DALL’ACQUA ALLA PUGLIA ALL’AUTOSTRADA DI TOTO: IL FILO ROSSO DEL SACCHEGGIO DEL TERRITORIO ABRUZZESE

C’è un filo rosso che sembra legare senza soluzione di continuità le grandi opere che sono state presentate all’opinione pubblica abruzzese negli ultimi quindici anni. Ed è quello che unisce una serie di progetti che sono stati via via proposti e inseriti nelle varie programmazioni regionali e ministeriali millantando mirabolanti vantaggi economici (di facciata) per i cittadini ma che poi, ad una attento esame, si sono rivelati solo dei lucrosissimi affari per qualche importante società privata che lasciavano ai cittadini solo danni ambientali e rischi per la salute.

metan-pineto3

Esplosione del gasdotto SNAM a Mutignano di Pineto (Teramo), 6 marzo 2015

Chissà se qualcuno si ricorda del famigerato progetto “Acqua alla Puglia”. Era un progetto faraonico che prevedeva di intubare le acque dei tre maggiori fiumi abruzzesi e di convogliarle in gigantesche condotte sottomarine per portarle fino in Puglia. Eravamo nel 2001 e il berlusconismo più aggressivo e rampante pervadeva la politica nazionale. I governatori di Abruzzo e Puglia, Giovanni Pace e Raffaele Fitto, inscenarono questo teatrino: “la povera regione Puglia è assetata, la siccità non consente di avere l’acqua necessaria e sufficiente per le attività e la vita delle persone”, questuò Fitto; “nessun problema, collega”, reagì prontamente il suo omologo abruzzese, “veniamo noi in vostro soccorso, siamo una regione notoriamente ricca di ottima acqua”. E sotto lo sguardo benevolo di Pietro Lunardi, quello della Rocksoil, società specializzata nello scavo di gallerie e che per questi eccelsi meriti di perforatore era stato nominato ministro delle infrastrutture da Berlusconi, si apprestavano a concludere, sperando nel placet delle popolazioni regionali, l’iter autorizzativo e progettuale a tal fine iniziato dalla società anglo-americana Binnie, Black & Veatch. Il ministro Lunardi fece addirittura predisporre, dal suo viceministro Viceconte, un gustoso pamphlet nel quale, sotto la titolazione farlocca di “Abruzzo, il sistema idrico” [link] si illustrava in realtà il progetto di trasferire 280 milioni di metri cubi di acqua all’anno dall’Abruzzo alla Puglia. Il pamphlet fu presentato agli abruzzesi nel 2003 in occasione di un evento promosso dagli enti interessati. Peccato che alcuni tecnici e ambientalisti avessero avuto tempo e modo di studiare le carte. Io avevo appena pubblicato sulla rivista L’Acqua dell’Associazione Idrotecnica Italiana un articolo [articolo] in cui rifacevo tutti i conteggi del bilancio idrico e idrologico della regione Abruzzo arrivando a conclusioni diametralmente opposte a quelle del ministero. Presi perciò la parola e spiegai che prima di tutto non è che se una regione è ricca dal punto di vista idrologico può permettersi a cuor leggero di privarsi di un enorme quantitativo di acqua, e che, soprattutto, la regione Puglia – a causa delle perdite idriche dovute al cattivo stato della rete di distribuzione idrica – perdeva ogni anno 390 milioni di metri cubi di acqua, e che dunque sarebbe stato molto più semplice, logico ed economico investire nella manutenzione straordinaria dell’acquedotto pugliese per recuperare l’acqua mancante piuttosto che realizzare opere costosissime per deprivare l’Abruzzo di un fiume di acqua che si sarebbe poi perso nel sottosuolo pugliese.

Probabilmente grazie a quell’intervento e ad altri dello stesso tenore l’evento di L’Aquila non ebbe l’effetto persuasivo sperato, la stampa riprese quei temi che diventarono di dominio pubblico e il progetto naufragò dopo pochi mesi per l’ostilità dell’opinione pubblica.

Tuttavia oggi, a distanza di quindici anni da quegli eventi, non si può fare a meno di notare che lo stesso cliché è stato tentato con insistenza e ripetutamente altre volte. L’idea di inventarsi qualcosa per fare soldi realizzando opere milionarie più o meno inutili sfruttando a fini privati denaro e risorse pubbliche quali acqua, suolo, paesaggio, idrocarburi, è stata riproposta ai cittadini abruzzesi con una frequenza martellante, quasi al ritmo di una di queste brillanti trovate ogni anno. Per quale motivo, poi, la politica avalli sempre queste iniziative lo lascio supporre a voi.

Nella tabella che allego [tabella] troverete un elenco, probabilmente non esaustivo, di questi progetti: si va dal già ricordato “Acqua alla Puglia” al tristemente noto progetto di Toto per accorciare la percorrenza autostradale verso Roma di 15 minuti, passando per il famigerato e pervicace Ombrina, del 2002 ma sventato solo nel 2014, per il Centro oli di Ortona, per il nuovo Piano regolatore portuale di Pescara, per l’elettrodotto della Terna, la Forest Oil di Bomba, il gasdotto SNAM e il più volte riproposto inceneritore da realizzarsi in Abruzzo.

Si ha davvero l’impressione che a qualcuno sia venuto in mente che l’Abruzzo sia la regione ideale per proporre e portare a compimento queste faraoniche imprese, redditizie per i privati quanto dannose per l’ambiente e i cittadini. La nostra è una regione con una buona posizione strategica, poco popolata e sinora poco impattata. Questa caratteristica dovrebbe spingere una sana politica a puntare sul turismo naturalistico e culturale perché ovviamente questa è la naturale vocazione dell’Abruzzo. Purtroppo però nella realtà si contrappongono due forze assolutamente impari nel potere di condizionamento delle scelte politiche: da una parte ci sono i cittadini, che dovrebbero essere sovrani ma che vengono considerati poco più che sudditi, dall’altra grosse società multinazionali che hanno dalla loro la capacità di essere sempre riconoscenti nei confronti di chi agevola i loro piani .

Non si può spiegare altrimenti, ad esempio, l’inerzia nel far partire effettivamente il parco della Costa dei Trabocchi e la pista ciclabile lungo l’ex tracciato ferroviario se non con l’antitetico interesse delle società petrolifere a sfruttare il petrolio in mare davanti alla medesima costa. L’iter autorizzatorio di Ombrina, e degli altri progetti estrattivi, sarebbe stato complicato a dismisura da un effettivo avvio del Parco dei Trabocchi e delle iniziative economiche connesse. Ma se si cominciasse sul serio a occuparsi dell’interesse pubblico, ci si accorgerebbe facilmente che un parco ben gestito in un ambiente tutelato crea turismo e risorse, altro che trivellazioni. Tuttavia il parco non si fa, si lascia stagnare l’economia per poi proporre i progetti delle multinazionali come soluzione.

Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di propriet‡ Edison ed Eni. ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY - NO ARCHIVE+++

La Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B

C’è però una buona notizia: quando i cittadini vigilano, si uniscono, manifestano, protestano la politica riesce ancora a capire quando è il momento di ritirarsi. Perché comunque il politico deve ancora, prima o poi, passare per le elezioni. E quindi va bene, cara multinazionale, ma se la gente protesta non ti posso più aiutare. E siccome è sempre più difficile che certe cose non si sappiano, grazie alle associazioni ambientaliste, ai cittadini sempre più connessi, all’azione dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle in parlamento e nelle istituzioni regionali e comunali, la politica finisce per doverne tenere conto. Tanto è vero che dei sei progetti tra quelli da me ricordati che sono giunti in qualche modo ad una conclusione, solo uno – l’elettrodotto Terna – è riuscito ad andare in porto. Gli altri sono stati stroncati dalla reazione della società civile e dall’azione della magistratura.

Resta comunque l’amaro in bocca per dover constatare che i nostri rappresentanti, appena possono, ci provano. Hanno contatti con le società multinazionali, siedono ai loro tavoli. Sembra di sentirli parlare con questi uomini d’affari, forse anche in soggezione, e cercare di ipotizzare come infiorettare la faccenda: che gli diciamo ai cittadini, come fare per far loro credere che stiamo agendo nel loro interesse?

Sembra di esserci, in queste riunioni che si svolgono sempre privatamente e a porte chiuse. E francamente non fa piacere capire che questo avvenga, sistematicamente, regolarmente. Penso che gli italiani e gli abruzzesi abbiano diritto ad avere qualcosa di meglio, qualcosa di più che dei lacchè delle multinazionali travestiti da governanti.

LE COSCE DELLA SIRENA

Nella mitologia greca  le sirene erano delle creature marine che incantavano incauti navigatori con il loro canto melodioso e suadente inducendoli a sbarcare sulla loro isola sulla quale avrebbero trovato la morte. Omero le ha rese immortali per la nostra cultura inserendole tra le peripezie che deve affrontare Ulisse nel suo avventuroso ritorno verso Itaca. L’episodio è noto a tutti ed è assolutamente emblematico: l’uomo che affronta la seduzione che può rivelarglisi fatale ma riesce, al contrario di altri, ad essere forte e a perseguire il suo obbiettivo.

1024px-Herbert_James_Draper,_Ulysses_and_the_Sirens,_1909

Herbert James Draper – Ulisse e le sirene (1909)

Nell’Odissea, poi, Omero inserisce un elemento in più, che ci fa amare particolarmente il suo  politropo protagonista: Ulisse infatti non si tura le orecchie con la cera, come invece impone ai suoi compagni, ma si fa legare saldamente all’albero della nave e ordina che nessuno lo sleghi per alcun motivo fin quando non si sarà lontani dal pericolo. Perché lui non si limita a voler passare indenne con la sua nave, sarebbe una vittoria semplice: lui vuole una vittoria completa, e quindi anche sentire il canto e – in qualche  modo – resistervi.

Il mito greco, al netto delle raffigurazioni medievali che – confondendo le sirene con le nereidi – ce le raffigura con la coda di pesce, vuole che queste creature marine abbiano forma di donna con ali e gambe da uccello. Quindi non è improprio parlare di cosce delle sirene.

Ed ecco che le cosce frequentemente  mostrate dalla ministra Boschi a noi, poveri marinai in navigazione attraverso il periglioso mare del nostrano malgoverno, assumono un significato inedito e per certi versi mitico, che spiega molte cose. O molte cosce, come ironizza il vignettista del Fatto Quotidiano in questi giorni alla ribalta per una bordata di attacchi più o meno scomposti al suo diritto di satira portati avanti con maliziosa e strumentale pedanteria e argomenti risibili.

maria-elena-boschi-incidente-sexy-645

Perché, vedete, non ci sono altri motivi  per i quali la riforma costituzionale più pericolosa della storia repubblicana (le altre, fatte o tentate, erano solo stupide, inutili e fatte male) debba potare il nome e il volto di un’avvocaticchia di 35 anni figlia di un discutibilissimo bancario in odore di massoneria se non il suo faccino da madonna rinascimentale, il suo sorriso materno, la sua vocina accattivante, il suo occhio ceruleo.

E le cosce maliziosamente mostrate nei momenti più critici. Quando magari i sondaggi dicono che gli italiani si stanno tappando le orecchie con la cera per non ascoltare i richiami mortiferi verso l’isola della deforma costituzionale. Quando si vede che la nave di noi poveri naviganti quasi inermi che potrebbe forse doppiare indenne il capo dei sedici milioni di No referendari.

Le sirene della mitologia greca sapevano bene che se non fossero riuscite a sedurre i naviganti sarebbe stata la loro fine. Lo sanno anche le sirene del terzo millennio. E ce le stanno mettendo tutta per sopravvivere.