COME BUTTARE NELLA SPAZZATURA QUATTRO MILIARDI E MEZZO E FAR VIVERE FELICI LE MAFIE DEI RIFIUTI

Chi mi segue da un po’ forse ricorderà il mio articolo di  marzo 2016 [link]  nel quale parlavo di un esperimento di compostaggio domestico fatto sul mio balcone. Ho raccolto per un mese e mezzo la frazione organica del rifiuto prodotto dalla mia famiglia in una normalissima cassetta per le olive, di quelle traforate, aggiungendo una manciata di terriccio vegetale, e ogni tanto un pugno di segatura.

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Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: la cassetta piena di rifiuti organici.

Niente di più facile da fare, davvero alla portata di tutti. Per un mese e mezzo, dunque, non ho conferito il mio rifiuto organico al servizio di raccolta comunale. Secondo quest’interessante  pubblicazione dell’ENEA  [link]  dovrei avere così ridotto la mia produzione di rifiuto domestico del 70%.

Bene. Al termine dell’esperimento riferivo che il peso del rifiuto, grazie alla trasformazione in corso ad opera dei batteri e all’evaporazione dell’acqua contenuta nel rifiuto stesso, il peso del materiale conferito si era già ridotto di oltre il 50%. Nell’articolo vi avevo inoltre promesso che vi avrei tenuti informati degli ulteriori decrementi di peso, ed eccomi qua.

A metà settembre, dopo circa sei mesi dal termine dell’esperimento, ho raccolto il compost oramai maturo in una piccola busta di plastica. Sì avete capito bene: in una piccola busta di plastica ha trovato posto il rifiuto organico prodotto in un mese e mezzo da una famiglia di 4 persone. Il peso del materiale era pari a 2,2 kg, pari al 13,4% rispetto al totale di 16,4 kg di rifiuto conferito.

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Il mio esperimento di “compostaggio da balcone”: dopo sei mesi il compost maturo si è ridotto dell’87%

Insomma, con il compostaggio domestico una famiglia potrebbe ridurre il rifiuto conferito ad appena il 30% e utilizzare gli scarti organici per concimare il proprio orto o il proprio giardino. Io ho fatto l’esperimento sul terrazzo del condominio dove vivo, e porterò il mio compost in campagna, ma è certo che almeno tutte le famiglie che vivono in case unifamiliari potrebbero usare questo sistema. E sempre dall’articolo dell’ENEA si scopre che le famiglie che vivono in case unifamiliari non sono affatto poche: il 33% delle famiglie italiane, una famiglia su tre. A conti fatti, se tutte le famiglie italiane che vivono in case unifamiliari, e che quindi hanno a disposizione un minimo di terreno intorno, fossero incentivate a fare il compostaggio domestico la produzione dei rifiuti domestici, e quindi la corrispondente spesa pubblica, si ridurrebbe del 23%. Un comune come Spoltore  (19.000 abitanti) potrebbe risparmiare 700 mila euro che consentirebbe uno sgravio di circa 130 euro a famiglia.

Perché il compostaggio domestico sia una pratica così poco diffusa è un mistero che cercheremo di svelare alla fine dell’articolo. Ma vi posso anticipare che i responsabili sono sempre gli stessi: la malapolitica, la corruzione, le lobby, l’imprenditoria accattona e avida perennemente e cinicamente aggrepiata alla mangiatoia del denaro pubblico malgestito. Vedremo in che modo.

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Consideriamo ora i due terzi della popolazione italiana che non vivono in case unifamiliari. Ammettiamo che sia impossibile sperare di convincerli a fare quello che ho fatto io, vale a dire il compostaggio domestico da balcone. La cosa più corretta da fare per queste utenze sarebbe: selezione domestica dell’organico, raccolta porta a porta e conferimento del materiale in un centro di prossimità distante non più di 20 – 30 km dal centro urbano. E sì, perché non ci dobbiamo scordare che il rifiuto organico è composto per oltre l’85% di acqua (dal mio esperimento risulta l’86,6!) e i costi di trasporto sono in proporzione al peso del materiale e ai chilometri percorsi. Per cui, ogni chilometro in più che faccio percorrere ad un materiale pieno d’acqua per fargli raggiungere un centro di compostaggio distante centinaia di chilometri è un inutile costo per la collettività: sono soldi spesi per fare evaporare l’acqua da un’altra parte!

Cerchiamo di quantificare queste cifre, tanto per farci un’idea degli importi. Dal rapporto ISPRA sui rifiuti urbani  [link] (pag. 29) sappiamo che la produzione annua di rifiuti in Italia è di circa 30 milioni di tonnellate e che (pag. 41) la percentuale di frazione organica è pari al 43%. (Precedentemente avevamo parlato di una frazione organica del 70%: si sottolinea che i due dati non sono incongruenti. Nel primo caso, infatti, si parlava della frazione organica nell’ambito di una produzione prettamente domestica, dove la percentuale di organico è ovviamente maggiore essendo prevalenti gli scarti di cibo. In questo caso invece la percentuale è rapportata all’intera produzione di rifiuti urbani, che tiene conto dei rifiuti del sistema produttivo in genere.) Quindi su scala nazionale la produzione annua di rifiuto organico ammonta a circa 13 milioni di tonnellate. Se scarrozziamo questo quantitativo di rifiuti in giro per l’Italia con una percorrenza media di 300 km (dalla vicenda dell’AMA di Roma abbiamo saputo che i rifiuti organici si Roma venivano portati a smaltire presso lo stabilimento della società Bioman a Maniago, in provincia di Pordenone (http://bioman-spa.eu/), a ben 630 chilometri dalla capitale!), è facile calcolare che a un costo di mercato di 1,2 euro a tonnellata per km stiamo parlando di ben 4.680.000 euro (diconsi 4 miliardi e 680 mila euro)!.

Insomma, per capirci, il gioco è questo: il compostaggio domestico non va promosso, perché abbasserebbe la produzione di rifiuto organico. Il rifiuto organico non si composta in un impianto nelle vicinanze ma si trasporta a centinaia di chilometri. Il tutto messo regolarmente a bilancio e pagato dai cittadini ignari. Tutto questo teatrino vale circa quattro miliardi e mezzo di euro di soldi pubblici che corrispondono a circa l’1% dell’intera spesa pubblica nazionale.

Quanto incide questa somma sull’economia domestica di noi contribuenti? Il conto è presto fatto: si tratta di 75 euro all’anno per ogni cittadino, pari a circa 300 euro all’anno per un nucleo familiare di 4 persone. Soldi che in questo modo vengono sfilati al bilancio familiare dei cittadini ignari e finiscono alle lobby della spazzatura e del trasporto dei rifiuti, e per loro tramite alla peggiore politica che consente tutto questo.

Cosa si potrebbe fare di  utile per la società se non buttassero questi soldi letteralmente nella spazzatura? Un esempio per tutti: se si considera che i disoccupati in Italia sono circa 7.500.000 basterebbe questa cifra per dare a ognuno di loro un reddito minimo di cittadinanza di 600 euro. Che non è poco.

P.S. Da una persona bene informata ho saputo che la società Bioman farebbe capo alla moglie di un noto politico italiano, già sindaco di Roma. Dal sito della società naturalmente non si riesce ad avere conferma di questa notizia che sarebbe davvero uno scoop. Se qualcuno può accedere alle informazioni societarie tramite il sito della Camera di commercio o dell’Agenzia delle entrate potrebbe dare un’occhiata. Magari l’informazione è corretta e aspetta solo di essere resa pubblica.

COSA FAREI SE DOVESSI ESSERE IO AD AMMINISTRARE L’ACA

A gentile richiesta del sindaco di Francavilla, che su “Il Centro”  di questa mattina proponeva che i candidati a gestire l’ACA presentassero i loro “programmi”, ecco come la vedo io.

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Premetto che conosco l’ACA da almeno vent’anni, come cittadino e come tecnico. Conosco chi ci lavora dentro. Molte sono bravissime  persone. Ci ho anche lavorato per sei mesi, ad un progetto. Dal 2008, inoltre, ne controllo i depuratori. Così ho conosciuto altri tecnici, anche tra di loro ci sono persone splendide e brave, alcune molto brave, nel loro campo.

E conosco la politica, abruzzese e non, da almeno altrettanto tempo. Conosco molti politici, i loro retropensieri, le loro alchimie, i loro rituali. Li ho osservati per anni, cercando di capire. Qualcuno, occasionalmente, è anche bravo. Ma per esserci dentro, si è piegato. E quindi ormai ne fa parte.

A questo punto, per me leggere un bilancio dell’ACA non è più una questione contabile. Non guardo che i numeri tornino e che le somme siano corrette. E ci mancherebbe. Il ragionamento che faccio è diverso: punto al sodo, valuto le scelte che sono  state fatte e cerco di capire. Vado a vedere dove sono i numeri più grandi, più pesanti, e qual’è il loro significato.

E quindi mi sono fatto l’idea, ad esempio, che i 10 milioni di energia elettrica nel bilancio 2014 (eh sì, alla sezione “trasparenza” il bilancio 2015 non “traspare” ancora, e siamo quasi ad agosto!) sono davvero troppi, soprattutto se rapportati al fatto che l’ACA non ha un impianto di produzione di biogas dai fanghi di depurazione (o meglio, ce l’ha presso il depuratore di Montesilvano ma si permette il lusso di non farlo funzionare). E che non si capisce a cosa corrispondano i quasi 5 milioni  nascosti sotto la voce generica e misteriosa di “gestione depuratori”.

Ma soprattutto vedo che il passivo è passato, dal 2012 al  2014, da 226 a 264 milioni, aumentando di ben 37 milioni, il 16% in più in due anni, e questo passivo è praticamente imputabile ai soli debiti verso i fornitori.

E allora, questa gestione miracolosa tanto sbandierata dai giornali? E’ che, per far tornare i conti, a fronte di questi 37 milioni di maggiori passività ci sono una diecina di milioni di maggiori immobilizzazioni e ben 27 milioni di crediti verso i clienti. Insomma, le bollette. Quindi il maggior debito è pagato sempre con i soldi dei contribuenti. Francamente, in questo modo siamo capaci tutti a far tornare i conti!

Credo che tutto ciò sia davvero molto lontano dai desideri e dalle necessità dei cittadini. L’ACA che immagino io è ben altro. E questo è il mio programma.

PROGRAMMA

Qualora venissi nominato amministratore unico della società ACA spa tutte le mie azioni e decisioni andranno nella direzione di perseguire esclusivamente l’interesse pubblico.

Non avendo sponsor politici a cui rendere conto, non risponderò ad altra logica se non quella di svolgere il mio incarico con disciplina e con onore, secondo i principi di efficienza, efficacia ed economicità, nell’esclusivo interesse della collettività facendo in modo da fornire ai cittadini l’acqua potabile di ottima qualità di cui sono ricche le nostre montagne in quantità abbondante, a costi contenuti e in assoluta sicurezza dal punto di vista sanitario e batteriologico.

Sarà anche mio dovere mettere a disposizione tutte le mie conoscenze e competenze affinché si compiano le migliori scelte tecniche finalizzate alla soluzione del complesso problema costituito dalla depurazione dei reflui in considerazione della sua decisiva influenza sulla qualità e sulla vivibilità degli ambienti fluviali e ripariali e delle sue evidenti ripercussioni sulla qualità dell’acqua si balneazione, sulla salute e sulla qualità della vita del cittadini, sull’economia del turismo balneare delle città costiere.

A tal fine, prioritariamente, farò in modo che l’ACA compia un salto culturale prima ancora che tecnico, valorizzando le professionalità migliori presenti in Azienda, e istituendo corsi di formazione specifici per ogni categoria di lavoratori. E’ mia intenzione creare contatti virtuosi con aziende di gestione di altre regioni che possano vantare risultati di eccellenza per formare alle migliori pratiche i dipendenti.

Creerò un gruppo tecnico di progettazione interno all’Azienda che possa consentire di implementare in autonomia i progetti evitando i costi dell’esternalizzazione di tali attività. Questo gruppo dovrà seguire e portare a compimento cinque progetti fondamentali per il futuro del sistema idrico del comprensorio.

  1. Revisione di tutte le reti di adduzione e distribuzione idrica dalla sorgente alla foce, con sostituzione progressiva con tubi in polietilene di tutte le tubazioni ad iniziare dalle reti che per vetustà o impiego di materiali non durevoli siano causa di sprechi di risorsa idrica. L’obbiettivo è quello di distribuire l’acqua potabile in assoluta sicurezza senza ricorrere alla disinfezione mediante cloro, come avviene nelle moderne reti di distribuzione idrica delle grandi città d’Europa (ad esempio, l’acquedotto di Grenoble).
  2. Separazione delle reti fognarie di tipo misto a partire dai maggiori centri urbani della costa (Pescara, Pineto, Silvi, Città Sant’Angelo, Montesilvano e Francavilla) in modo da ottenere che in caso di pioggia scolmino alle foci dei fiumi e in mare solo acque piovane. Gli scolmatori saranno comunque tutti dotati di vasche di prima pioggia di adeguato volume che immagazzineranno i primi 5 mm di pioggia caduta per evitare che l’acqua di lavaggio delle superfici pavimentate delle strade cittadine finisca senza trattamento in mare.
  3. Revisione del sistema dei depuratori con collettamento di tutti i reflui attualmente non collettati e delle fosse Imhoff negli impianti esistenti o in altri da realizzare; ampliamento, potenziamento e ristrutturazione degli impianti esistenti e completamento degli stessi con trattamenti terziari di ultima generazione realizzati con impianti che utilizzino tecniche di depurazione naturale.
  4. Poiché uno dei capitoli di spesa più sostanziosi del bilancio ACA è quello relativo al consumo di energia elettrica, negli impianti di depurazione si procederà alla realizzazione, ove economicamente conveniente, di impianti di recupero del biogas prodotto dalla fermentazione anaerobica dei fanghi, il quale gas consentirà poi di produrre l’energia elettrica necessaria a far funzionare gli impianti stessi.
  5. Al fine di evitare gli ingentissimi costi connessi con il trasporto e lo smaltimento presso terzi dei fanghi liquidi, pratica finora abusata in ACA e che ha causato gran parte dei debiti che appesantiscono la gestione aziendale, si ripenserà integralmente il sistema di smaltimento dei fanghi di depurazione in tutti gli impianti medio piccoli, dotando tutti i depuratori di ispessitori dei fanghi e di letti di essiccamento in modo da smaltire i fanghi prodotti a costi praticamente nulli.

In generale ci si orienterà verso la ristrutturazione di magazzini, laboratori, officine e verso l’acquisto di macchine e mezzi d’opera evitando quanto più possibile le esternalizzazioni e abbattendo in tal modo i costi di esercizio, incrementando il patrimonio dell’azienda, ottenendo in definitiva sostanziosi e duraturi risparmi gestionali con i quali sarà possibile finanziare i progetti di ristrutturazione e adeguamento illustrati.

I risparmi gestionali ottenuti verranno impiegati altresì per diminuire in bolletta il costo dell’acqua per i cittadini.

 

IL VALORE SEGRETO DI UN REFERENDUM di Michele Ainis

Volevo spiegare più o meno le stesse cose a coloro che mostrano perplessità in relazione all’opportunità di andare a votare al referendum del 17 aprile. Ai distratti, agli sfiduciati, a quelli che dicono che non cambierà niente. A quelli – pochissimi – che siccome ci ricavano qualcosa hanno interessi diretti nella questione. Ma l’articolo del costituzionalista Michele Ainis di questa mattina sul Corriere della Sera spiegherà la questione molto meglio di come avrei potuto farlo io.

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Attivisti di Greenpeace contro le trivelle nella spiaggia di Scala dei Turchi

Avanza a fari spenti un referendum. Pochi s’accorgono della sua marcia silenziosa, e forse saranno anche di meno gli italiani che monteranno a bordo, quando il veicolo avrà raggiunto le urne elettorali. D’altronde si tratta d’un quesito minimo, minuscolo: sì o no alle trivellazioni sull’Adriatico, però entro le 12 miglia dalla costa, però senza toccare l’estrazione di gas e di petrolio in terraferma o in mare aperto, però senza interrompere le trivellazioni in corso, però senza nemmeno incidere sulle future concessioni, già vietate dalla legge. È in gioco unicamente l’eventualità che le compagnie petrolifere ottengano una proroga finché non s’esaurisca il giacimento, tutto qui. Pinzillacchere, direbbe Totò. Tuttavia non è affatto sicuro che questo referendum ci interroghi su questioni trascurabili. Nessuna consultazione popolare è mai insignificante, quale che sia il suo oggetto. Perché ogni referendum espone sempre un doppio tema: l’uno diretto, che si legge nella domanda trascritta sulla scheda elettorale; l’altro indiretto, dove s’affaccia viceversa una rete d’allusioni e di rimandi, un’evocazione, una carica simbolica. Così, nel 1985 il referendum sulla scala mobile segnò l’isolamento del Pci. Così, nel 1991 il referendum sulla preferenza unica modificò un dettaglio della legge elettorale, ma avviò al contempo i funerali della Prima Repubblica. Probabilmente in questo caso non scriveremo un’altra pagina di storia. Sennonché pure stavolta c’è un significato ulteriore rispetto a quello più immediato. Anzi: i doppi sensi sono almeno il doppio, sono quattro. Primo: il risvolto istituzionale. Il 67º referendum abrogativo dell’Italia repubblicana è anche il primo promosso dalle Regioni. Dalla Liguria alla Calabria, dal Veneto alla Puglia, sono addirittura 9 i Consigli regionali che hanno puntato l’arma referendaria contro una legge benedetta dal governo nazionale. Regioni settentrionali e meridionali, amministrate dalla destra oppure dalla sinistra. Dunque si profila uno scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti. La posta in gioco: chi decide sull’energia? Secondo la Costituzione vigente, decidono insieme lo Stato e le Regioni; secondo la Costituzione prossima ventura, deciderà solo lo Stato. E allora ecco, puntuale, la reazione. Che non ha mai troppo riguardo alle bandiere di partito, quando c’è da presidiare l’orticello delle proprie competenze. E che oltretutto associa 9 governatori eletti, contro un presidente del Consiglio non eletto. Sicché il referendum potrà delegittimare i primi, rilegittimare il secondo: un torneo a eliminazione diretta. Secondo: il risvolto politico. Come succede fatalmente da un paio d’anni, ogni occasione diventa altresì un pretesto per regolare i conti all’interno del Pd; e infatti maggioranza e minoranza militano in due fronti contrapposti. Ma quest’ultima si trova in compagnia, più o meno rumorosa, della Lega, i Cinque Stelle, pezzi di Forza Italia, Sel. Guardacaso, lo stesso schieramento che si prepara ad affrontare la madre di tutte le battaglie, il referendum costituzionale d’ottobre. Il 17 aprile ne vedremo perciò le prove generali, e sarà un gran bel vedere. Terzo: il risvolto giuridico. Doppio anche questo, perché il nostro ordinamento contempla, da una parte, il dovere civico del voto; sicché nei referendum organizzare l’astensione è «un trucco», un espediente per far saltare il quorum, come denunziò Norberto Bobbio nel giugno 1990. Dall’altra parte, concepisce il voto come diritto, e i diritti non sono obbligatori, ciascuno può scegliere se e quando esercitarli. Perciò è legittimo ogni appello all’astensione, tanto più che i costituenti dettarono un quorum per la validità dei referendum. È questa la posizione del Pd sulle trivelle, ma i precedenti sono più lunghi d’un lenzuolo. Tuttavia due norme in vigore (l’articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera; l’articolo 51 della legge che disciplina i referendum) castigano l’astensione organizzata da chiunque sia «investito di un pubblico potere» con pene detentive (da 6 mesi a 3 anni). Sono norme figlie d’una stagione ormai trascorsa, quando votava il 90% della popolazione, quando l’astensionista doveva addirittura giustificarsi presso il sindaco. Ma sta di fatto che a nessun governo è venuto in mente d’abrogarle. Quarto: il risvolto ambientale. Dovrebbe essere al centro della consultazione, ed è così, quantomeno a parole. Sennonché in questo caso non si tratta di proteggere l’udito dei cetacei minacciato dall’air-gun, come sostengono le associazioni ecologiste; tutto sommato non si tratta nemmeno d’opporre ambiente e occupazione, come prospettano i sindacati. No, la posta in palio investe la credibilità delle classi politiche regionali, che rifiutano la trivellazione, però allevano i colibatteri nelle acque dell’Adriatico, disinteressandosi dei depuratori così come di controllare i fiumi. E investe perciò il progetto stesso d’una politica ambientale, lungimirante, coerente, complessiva, dove ci sia anche spazio per le energie rinnovabili. In Italia coprono il 17% dei consumi; in Norvegia, Islanda, Svezia, oltre la metà. Non a caso Avvenire, per sposare il referendum, ha richiamato le parole di Bergoglio, il monito papale contro le tecnologie basate sui combustibili. Il 17 aprile voteremo anche sul papa. (Michele Ainis, Corriere della sera, 31/3/2016)

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UNIONI CIVILI, POLITICA INCIVILE (PER NON PARLAR DI DI BANCA ETRURIA)

Bene, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo impiegato diverse settimane a mettere a punto la legge sulle unioni civili. Ce lo chiede l’Europa, gli altri paesi ce l’hanno, ok.

Rome's mayor, Ignazio Marino (C), speaks with Dario De Gregorio and Andrea Rubera (R) and their children after he registered their marriage on October 18, 2014 at the city hall reception room in Rome. Gay marriage is illegal in Italy and Interior Minister Angelino Alfano recently sent a notice to local prefects saying any registrations of gay marriages celebrated abroad would be voided. Marino received a standing ovation today from gay couples, their children, friends and family which gathered to make their marriages official. One by one, 16 couples — gay and lesbian, some with as many as three children — were called up to witness Marino transcribe the date and locations of their weddings: Spain, Portugal, United States and elsewhere. AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE

Ma francamente quello che ho visto durante questa vicenda non mi è piaciuto nemmeno un po’.
Ho visto prima di tutto una chiara manovra di distrazione di massa dal tema che era all’ordine del giorno quando venne lanciata sul tappeto, a sorpresa, la legge Cirinnà: la Boschi, Banca Etruria, i rapporti tra la massoneria e il governo. Così immediato e violento il cambio di passo, come se si rispondesse a un diktat: da domani non si parla più di queste cose imbarazzanti, facciamo azzuffare gli italiani sui soliti temi etici, tanto loro ci cascano sempre, e diamo modo a Renzi e Boschi di scappare carponi da sotto la mischia.
Ho visto una legge che poteva passare senza nessun tipo di problema, presentata con un articolo controverso, quello dell’adozione del figlio del partner, sul quale con ottusa determinazione si sono costruite le barricate solo per appiccare il fuoco della rissa parlamentare e mediatica. Stando ai sondaggi, infatti, la maggioranza degli italiani era d’accordo con le unioni civili e non con l’adozione. Non mi pronuncio in merito, non esprimo un mio giudizio perché francamente non la ritengo una priorità né per me né per il Paese. Ma se si voleva davvero adeguare la legislazione nazionale a quella europea a riguardo, la legge sulle unioni civili sarebbe stata una legge utile, per il momento, anche senza l’articolo sull’adozione del figlio del partner. Anche perché certe cose devono maturare nelle coscienze, e nessuno avrebbe impedito, in futuro, di apportarvi le necessarie modifiche. Invece no. Abbiamo dovuto impastoiare il paese per settimane in questa sterile diatriba per poi teatralmente capitolare e rassegnarsi – esausti – ad approvare la legge così com’era logico proporla sin dall’inizio. E così ci siamo scordati di Banca Etruria e del padre della Boschi.
E non è solo questo che non mi è piaciuto. Ho visto un parlamento invischiato in astruse fumisterie, intento a percorrere le strade più impervie e tortuose, cercando scavalcare a piè pari le prerogative parlamentari a balzi di canguro. E ho visto arroganti polemiche nei confronti del Movimento 5 Stelle che, nella sua semplice ma onesta linearità, non ha voluto assecondare queste circonvoluzioni bizantine, rivendicando percorsi parlamentari chiari e logici.
Ho visto infine consolidarsi un fronte perverso e innaturale, quello sì un connubio immorale, tra un PD che si spaccia proditoriamente di sinistra e i brandelli più immondi di una destra decotta dalla putrescenza berlusconiana.
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No, quello che ho visto non poteva piacermi, e non mi è piaciuto. Se proprio si doveva, si sarebbe potuto approvare la legge così com’era semplice e logico che fosse approvata, e per l’Italia sarebbe stato già un successo. Senza clamori, senza risse, senza barricate. Senza questa stucchevole sensazione di aver voluto distrarre l’opinione pubblica dai guai della maggioranza. E senza l’esibizione di questo amplesso immorale tra i resti del PD e le maschere grottesche di Verdini e Alfano a coprire il marcio della banca massonica del padre della Boschi.

CI FREGANO DA ANNI IMPUNEMENTE CON L’IGNORANZA

Il potere economico e massonico che da decenni tiene in pugno il popolo italiano (come molti altri popoli della terra) con la complicità di una politica vassalla e di un’informazione al guinzaglio, prospera e si ingigantisce facendo leva sulla nostra ignoranza.

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Tanto è vero che la principale cura dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni è stata quella di imbottirci di programmi televisivi demenziali e mortificare la cultura in tutte le sue possibili espressioni. Dall’incredibile “con la cultura non si mangia” detto da un ministro della repubblica in carica, ai continui tagli a scuola, università e ricerca, tutto denuncia la chiara intenzione di trasformarci in un popolo di ignoranti, perché un popolo di ignoranti non ha le capacità e le competenze per capire cosa succede nelle stanze del potere, e quindi non avrà la spinta a ribellarsi. E il 50% di analfabetismo funzionale degli italiani è la dimostrazione che questa strategia è andata a buon fine, secondo gli interessi di chi l’ha immaginata e messa in atto.
Un esempio lampante è contenuto in questa frase del presidente dell’ENI, riportata dal blog della D’Orsogna:
“Il 14 giugno 2009 [Descalzi] rilascia una intervista in cui dice: Lo scorso autunno lanciammo un segnale forte, sottolineando a più riprese che il cosiddetto “tesoretto”, vale a dire gli almeno 100 miliardi di euro corrispondenti al valore del petrolio e del gas ancora da produrre nel nostro Paese nei prossimi 20-30 anni, diventava essenziale perché l’Italia non perdesse l’opportunità di compiere scelte di lungo termine nell’energia”.

(ARCHIVIO) La piattaforma petrolifera Rospo Mare B, in una immagine del 31 luglio 2014. ANSA/UFFICIO STAMPA GREENPEACE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Detta così, un cittadino distratto, superficiale e funzionalmente analfabeta cosa capisce? “Ammazza, un sacco di soldi, non ci possiamo permettere di perderli”. E abbocca.
Senza riflettere sul fatto che questi 100 miliardi, il cosiddetto “tesoretto”, sono appena un quarto di quello che la politica italiana malgestisce ogni anno per la sua incapacità di governare, o – per dirla meglio – di quello che la politica italiana dirotta annualmente dalle nostre tasche verso scopi che arricchiscono e favoriscono non i cittadini ma petrolieri, banchieri, finanzieri, costruttori, mafie e multinazionali.

Questo signore ci voleva far credere che non potevamo rinunciare ad una somma, che, divisa per venticinque anni (20-30 anni), corrisponde annualmente a un centesimo di quello che corrispondentemente la politica spreca sotto gli occhi di tutti, facendo spallucce nelle rare occasioni in cui qualcuno gliene chiede conto?

Per non farci fregare, per favore, impariamo a farci i nostri conti.

DIPENDENTE PUBBLICO E CITTADINO: SONO O NON SONO IL DATORE DI LAVORO DI ME STESSO?

Amici avvocati, giuristi, costituzionalisti, eruditi a qualunque titolo in materie giuridiche, ascoltate. Ho un dilemma di tipo giuridico che vorrei mi aiutaste a risolvere.
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Il problema è questo: un dipendente di un’azienda privata deve stare attento a criticare il proprio datore di lavoro, non può parlarne male, e non può riportare al di fuori notizie e informazioni riservate che riguardano la politica aziendale e tutta una serie di informazioni che, se venissero divulgate potrebbero danneggiare l’azienda. Anche se ritenesse la politica aziendale errata e controproducente, dovrebbe tacere, pena sanzioni ed eventualmente il licenziamento.
E questo è comprensibile.
Ma questo principio di base, posto a tutela degli interessi aziendali, è automaticamente adottabile in un’azienda o in un’ente pubblico? Io dico di no, perlomeno non nella generalità dei casi.
Qual’è la differenza? Che l’azienda privata paga lo stipendio del dipendente con i soldi del privato, quindi del proprietario, mentre l’azienda o l’ente pubblico paga lo stipendio del dipendente con i soldi pubblici. Il dipendente privato se vede che il padrone usa male i propri soldi non ci può fare un granché: tutt’al più può prevedere con un certo anticipo anticipo il fallimento della ditta e cominciare per tempo a cercarsi un altro impiego. Ma il dipendente pubblico che, oltre ad essere dipendente, come cittadino è anche datore di lavoro di sé stesso, del proprio dirigente e del proprio direttore, perché non può sindacare, con validi argomenti, le decisioni che vengono prese dai suoi dirigenti? Perché non può informare gli altri datori di lavoro, cioè gli altri cittadini, che l’azienda o l’ente tal dei tali sta usando male i soldi dei cittadini, e quindi i propri, e quelli di tutti? Perché deve assistere inerme al dispendio del denaro pubblico, cioè del proprio denaro, vedendo che le decisioni prese sono palesemente errate, antieconomiche e decisamente controproducenti?
Ho bisogno di qualche autorevole risposta a questo quesito che mi arrovella da mesi!
Grazie.